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Visto da Sud: il Nord al voto per lo Statuto Speciale

Intervista a Vincenzo Imperatore su Il Roma

Visto da Sud: il Nord al voto per lo Statuto Speciale

I potenti governatori leghisti, Maroni (Lombardia) e Zaia (Veneto) hanno annunciato la data del Referendum consultivo e quindi senza quorum delle loro regioni, sull’indipendenza o sull’autonomia dal resto d’Italia. Il Veneto in particolare ha scelto la data del 22 ottobre ( alla quale si è accodata la Lombardia) simbolicamente per ricordare la falsa annessione del 1866. Non una richiesta di secessione ma una richiesta di maggiori poteri regionali sulla base del modello regioni a Statuto Speciale con relative risorse ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione Italiana e nel quadro dell’Unità Nazionale.
Tutto nasce dalla motivazione addotta dai 2 governatori che le  Regioni da loro governate dichiarano un residuo fiscale ( che ricordiamo essere calcolato come differenza tra le tasse pagate e la spesa pubblica complessiva ricevuta) in forte eccedenza rispetto a quanto in realtà ricevono dallo Stato.
Ed è questa l’occasione per chiedere ad un illustre Autore di testi molto critici sulle banche e le politiche europee, di confutare le loro verità. Verità che dopo 156 anni di colonialismo del Nord nei nostri territori spoliati e depauperati sistematicamente hanno il sapore di una beffa.

D) I Governatori Zaia e Maroni dichiarano un residuo fiscale in forte eccedenza delle loro regioni rispetto a quanto ricevono dallo Stato, ma se  fosse  vero non  hanno calcolato quanto ricevono in investimenti extra quali fondi FAS “dirottati “, Expò, Mose, salvataggio banche, solo per citarne i più recenti .
Perché il problema non e’ di natura economica ma semplicemente propaganda politica. 
Il sogno di Lombardia e Veneto è che il 90 per cento delle tasse restino sul territorio. Se si calcola che esse cedono ogni anno allo Stato un residuo fiscale – ovvero la differenza di entrate e di spese – di oltre 70 miliardi (53,9 miliardi la Lombardia e 18,2 il Veneto), si capisce l’entità del fenomeno e la botta che potrebbe arrivare allo Stato, che si vedrebbe privato di una bella fetta di risorse. Ma non si tratta solo di soldi. Le due Regioni reclamano infatti maggiore autonomia in settori come la scuola, l’ambiente, il demanio idro-geologico, la salvaguardia del territorio, i beni culturali, le strade e la viabilità fuori dal diretto controllo dell’Anas, la pubblica amministrazione e la gestione di alcuni fondi europei. Ed e’ giusta la tua osservazione sui fondi fas “dirottati” perche’ se e’ vero che formalmente quei finanziamenti sono arrivati in aree sottoutilizzate del paese a sud del Rubicone, e’ altrettanto vero che le aziende che poi hanno beneficiato di quei fatturati sono state quelle del nord.

D) Al Sud l’accesso al credito è molto più difficile che al Nord e, a prestito ottenuto, i tassi d’interesse tra le due aree sono così differenti da far apparire due Nazioni distinte. Perché?
Se si vuole una misura pratica di quanto sia diverso fare impresa nel Sud rispetto al Nord basta osservare i dati sul costo del credito, che nel Meridione è il doppio rispetto alle altre aree del Paese nonostante le garanzie personali a presidio dei rischi che al Sud sono la norma mentre al Nord una eccezione. La difficoltà di ottenere credito, o averlo a costi fuori mercato, impone alle nostre aziende scelte che penalizzano proprio quegli investimenti che servono a migliorare l’efficienza produttiva. Il motivo lo capisci guardando gli indirizzi delle sedi centrali delle maggiori banche italiane

D) Quali congiunture economiche potrebbero far convenire alla Bce la secessione del Sud? 
La secessione non potrà mai avvenire. Io penso piuttosto ad una ipotesi di federalismo fiscale. Non quello all'italiana, cioè pasticciato ed egoista che sta rapidamente impoverendo il Mezzogiorno: si pagano più tasse (scoraggiando l'economia legale), si ricevono meno servizi ma soprattutto si costruiscono formule che provocano danni ulteriori come quella che lega le assunzioni dei docenti al gettito delle rette universitarie o i fondi sanitari al numero di persone oltre i 75 anni. Della serie: dove ho studenti più poveri darò un'istruzione peggiore e dove la gente si ammala prima per insufficiente prevenzione tolgo assistenza sanitaria… Di fronte a tale fallimento del principio base di un paese unito e solidale, il federalismo fiscale è intanto un gesto di autodifesa. Teniamo presente che, numeri alla mano, dal 2011 il governo centrale prende di tasse al Sud più di quanto giri in investimenti pubblici ordinari. Gli investimenti straordinari invece, quelli che provengono da Bruxelles, arriverebbero comunque, con la differenza che invece di essere gestiti altrove, sarebbero a disposizione diretta del nuovo Stato. Quello che oggi è statale e opera con maggiore intensità al Centronord andrebbe diviso secondo equità.

D) Solo il 3% delle banche italiane è del Sud, il restante 97% nelle salde mani del Nord. Cosa voluta sicuramente. Da chi?
Qui entriamo in un discorso che coinvolge anche le responsabilità della nostra classe imprenditoriale e borghese. Non di rado in questo tipo di dibattito intervengono forti pregiudizi, legittimi (non sempre) interessi di parte e malcelate istanze propagandistico-elettorali ma e’ opportuno dire, secondo il mio parere, che le sorti delle banche locali sono anche un fattore effettuale e non causale dello sviluppo economico e della crescita manageriale della nostra classe dirigenziale e imprenditoriale. Se escludiamo il fenomeno Banco Napoli la cui svendita fu guidata dalle autorità monetarie nazionali al fine di rendere più efficiente un colosso che indubbiamente soffriva di carenze gestionali e ambientali notevoli, per le piccole banche private il discorso invece coinvolge il grado di evoluzione culturale-imprenditoriale e manageriale di quella borghesia pseudo-benpensante che da sempre rappresenta il vero dramma della nostra città. Perché è una borghesia storicamente molto chiusa che non sa interpretare la posizione di privilegio datagli (anche) dalla sorte dedicando parte del suo tempo e delle sue sostanze ad iniziative finalizzate a dotare il nostro sud di un nuovo decoro e di progetti vincenti. 

D) Fondi strutturali 2014-2012 della Commissione Europea sul previsto è stato speso meno del 3%. La solita colpa che l'Italia scarica sulla politica meridionale e quindi sull'arretratezza sociale o colpa di un sistema che non informa, non scrive le regole seguendo la vocazione del territorio, ma impone regole uniformi per realtà (Nord/Sud) così diverse?
La questione dei fondi strutturali europei è lo specchio dell’arresto dell’ascensore professionale nel nostro paese. In primo luogo quindi  pesano le deficienze della tecnocrazia: a Bruxelles spesso inviamo personale scelto non per competenze specifiche, ma per stretta osservanza politica. Il risultato è che, mentre i paesi iberici mettono a punto bandi tagliati sulle esigenze dei singoli paesi, da noi questo non succede. Tale carenza di professionalità adeguate pesa anche in patria laddove per accedere ai fondi europei occorrono nelle Regioni professionisti preparati sul fronte del diritto comunitario e poliglotti, mentre spesso queste funzioni vengono affidate a fedelissimi del governante di turno.. Infine, dato non trascurabile, nessun paese ha tante società di consulenza sui fondi europei come l'Italia. Significa che, una volta ottenuto il finanziamento, questo spesso si disperde in mille rivoli, per cui all'obiettivo finale arrivano pochi spiccioli. E spesso con tempi lunghi a causa delle lentezze burocratiche.

D) Sull’obiettivo teorico della Comunità Europea di spendere al Sud il 45% della spesa in conto capitale, chiamiamoli investimenti pubblici ( e non delle risorse totali ) al Sud, lo Stato Italiano assesta la sua spesa storica all’incirca sul 34%, la solita e perdurante Questione Meridionale voluta dai poteri bancari?
Alle ragioni gia’ chiarite nella precedente domanda aggiungerei solo la difficoltà di districarsi tra proposte fraudolente e corruzione. Le banche in questo caso c'entrano poco.


D) Il PIL al Sud, pro-capite è di 17mila euro, al Nord 33mila quasi il doppio, con due realtà  così omogenee al loro interno ma così diverse fra loro, che senso ha lo Stato Unitario ?
Ti rispondo con un dato oggettivo: la differenza tra nord e sud si e’ determinata dopo l’unificazione del paese. Infatti al momento dell’unificazione avvenuta nel 1861, e per tutto il primo decennio successivo, l’Italia non aveva squilibri economici sul suo territorio. Successivamente, all’inizio del secolo, la Banca d’Italia intervenne in aiuto dell’industria piemontese e della Fiat in piena crisi utilizzando il Banco di Napoli, la banca che all’epoca era dotata di maggiore liquidità, proprio grazie alle rimesse degli emigranti.
La fotografia di oggi ci dice che buona  parte dell’Italia ha un problema in termini di mancanza di infrastrutture digitali, ma in questo il Sud è particolarmente arretrato. E lo stesso vale per i processi civili e la burocrazia, che sono di solito molto più lenti al Sud. La corruzione è diffusa al Nord, ma è molto più presente al Sud, anche se per somme di denaro più basse. E proprio questa caratteristica la rende ancora più difficile da sconfiggere. Le esportazioni annuali dell’Italia ammontano a 400 miliardi di euro, ma questa quota interessa solo per il 10 per cento il Sud. Infine ottenere credito al Sud è inoltre più difficile e di conseguenza ci sono meno investimenti, con ricadute negative sulle economie locali. Come ho detto prima a nulla vale oggi la propaganda populista della lega nord che rivendica 40 anni di assistenzialismo a favore del sud ( dal dopoguerra a tangentopoli) con i soldi del nord perché, siccome e’ verità,  in un immaginario processo allo stato italiano, questo sarebbe assolto per “legittima compensazione”. 
Il problema dello stato unitario non ha  senso quando le politiche di sviluppo e di crescita non si concentrano sulle aree maggiormente bisognose. Ma al sud non c'è ancora una cultura di massa orientata alla efficienza e alla crescita. Come ho detto prima, non c'è una particolare predisposizione al rischio imprenditoriale di contenuto sociale. 


D) Il Ministro per la Coesione Territoriale e per il Mezzogiorno parla di “distribuzione della spesa ordinaria in conto capitale in misura proporzionale” per il “Sud, cosa vuol dire? Cosa cambierà?
Innanzitutto ben venga che l’Italia torni ad avere un Ministero per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno. Ma il ritorno del ministero è però solo un pezzo del discorso. Nella legge di bilancio 2018 è stata decisa la decontribuzione per le assunzioni nelle regioni del Meridione. C’è stata la stipula di Patti per il Sud, per otto regioni e sette città metropolitane più Taranto. È avvenuto il passaggio della Banca del Mezzogiorno (creazione di Giulio Tremonti) da Poste Italiane a Invitalia, che promette di dirottare le risorse verso investimenti più produttivi. È in corso una negoziazione con la Commissione Europea per la creazione di “zone economiche speciali” su cui concentrare gli incentivi fiscali. Il Decreto Sud, approvato a febbraio, ha poi messo altri tasselli. C’è stata l’estensione del credito di imposta per le imprese che investono in macchinari. Sono aumentate sia le aliquote di esenzione sia i tetti di spesa detraibili per le piccole e per le medie imprese. E, soprattutto, il Decreto Sud ha compiuto un passo poco pubblicizzato ma significativo: a partire dall’anno prossimo la spesa ordinaria in conto capitale dovrebbe cambiare distribuzione, a vantaggio del Meridione: sarà infatti distribuita per legge in misura proporzionale alla popolazione. Il Mezzogiorno, che negli ultimi anni l’ha vista decrescere, dovrebbe vedere un aumento che si può stimare in circa 6 miliardi all’anno. Troppa grazia!
La storia delle agevolazioni al Sud degli ultimi anni ci lascia alcune lezioni: la prima è che troppi strumenti fanno male, perché creano molta confusione. La seconda è che la frammentarietà delle agevolazioni non porta sviluppo: dare 100 euro a 100 persone non porta gli stessi benefici che comporterebbe dare 50 euro a testa a due aziende che poi crescono. La terza e’ che il sud  ha bisogno di investimenti strutturali in grandi progetti. 


D) Paolo Savona, dichiara che con il federalismo fiscale il Sud “regala” 73 miliardi l’anno al Nord in cambio di prodotti che potrebbe produrre in loco. I Meridionalisti da anni sostengono questa tesi, soprattutto nell’agro-alimentare. Lei conviene con Savona che sarebbe una strada vincente seppure in contrasto con il piano strategico del mono-culturalismo nazionale dettato dal F.M.I.? 
Convengo ma la soluzione, come prima ripetuto, risiede nelle nostre capacità imprenditoriali e manageriali. Nella mia attività di consulente aziendale incontro 9 aziende su 10 che sono gestite ancora con criteri di 30 anni fa. E nulla si investe sul ricambio generazionale 


D) In definitiva Lei pensa che lo Stato sia stato equo e giusto con il Mezzogiorno d’Italia,  così come millantano governi ed economisti di regime?
Credo di aver gia’ risposto in precedenza. Ribadisco che la storia economica del nostro paese non deve diventare oggetto di discorsi qualunquistici e propagandistici. Se proprio volessimo sintetizzare la storia economica del mezzogiorno in poche battute potremmo dire che “siamo stai dapprima derubati ed impoveriti, poi assistiti in misura sproporzionata ed ora abbandonati”. Ora quindi e’ venuto il momento di recuperare il nostro orgoglio, la nostra dignità, e di farlo in pace nel contesto europeo, cosi come avvenuto in Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania

D) Una “ricetta ” da un esperto affinché possano migliorare le condizioni socio-economiche della nostra Terra?
Ripeto spesso che basterebbe recuperare il concetto di onesta’. Sento spesso parlare di etica ma questo e’ un parolone. Facciamo un passo alla volta. Recuperiamo dapprima l’onesta’. Vediamo quanto sta succedendo ad esempio nel mondo della finanza.
Etica in banca deve essere soprattutto una somma di comportamenti, delle persone coinvolte nell’organizzazione, condivisi, che tengano conto anche di altri fattori, come per esempio la tutela dell’ambiente con i relativi risvolti sia economici sia bioetici. La definizione di “atteggiamento etico” di un bancario non deve essere legato a concetti quali "buono" o "cattivo", ma piuttosto a considerazioni sul dialogo sociale e sull’idea di comunità. Non sarebbe più facile parlare e pretendere una banca semplicemente onesta? Fare banca onesta cosa vuol dire? Significa non avere la consapevolezza di fare danni ai propri clienti. Significa prendere decisioni commerciali (che possono anche risultare sbagliate) senza avere la coscienza sporca di chi già sa che sta rifilando un bidone al cliente. Nelle grandi banche in cui ho lavorato noi eravamo consapevoli di vendere prodotti-spazzatura. Chi vende derivati od obbligazioni subordinate è conscio di seminare robaccia. Un passo alla volta ma partendo dal recupero dei valori meno difficili da applicare 



Patrizia Stabile

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