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Siamo certi che le banche creino ricchezza?



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore su "Il Roma"

L’argomento piu battuto dai media la settimana scorsa ha riguardato i dati emersi dal rapporto Oxfam, il movimento mondiale di persone che vogliono eliminare l’ingiustizia della povertà.
Un report sconfortante da cui emerge che il divario fra ricchi e poveri cresce sempre di più’, nel mondo e anche in Italia. La ricchezza è sempre piu’ concentrata in poche mani: l’1% piu’ ricco della popolazione mondiale possiede quanto il restante 99%.

Non mi meraviglia e non deve stupire perché la storia dell’economia lo insegna: da sempre nei sistemi capitalistici sono garantite le diseguaglianze, piu’ o meno variabili ma comunque sempre profonde. L’alternativa sarebbe dovuta essere il comunismo ma sappiamo come è andata a finire. Non ci rimane che la possibilita di una socialdemocrazia con un welfare e un sistema di redistribuzione del reddito gestito con potere decisionale non in mano a pochi.
Ma ciò che fa più riflettere riguarda appunto il fatto che la produzione della nuova ricchezza va a finire sempre nelle stesse tasche. Un sintomo del malfunzionamento di quell’ascensore sociale che dovrebbe garantire efficienza in entrambe le direzioni. Non solo quindi in salita attraverso la creazione di un nuovo ricco ogni due giorni ma anche in discesa laddove dovrebbe essere fondamentale avere anche ricchi che diventano poveri o, meglio, molto meno ricchi.

Il problema non è l’1% piu ricco ma il fatto che in quel 1% ci sono sempre gli stessi!
Che responsabilità ha la finanza in questo contesto? Quali sono le cause che la cinica politica finanziaria produce sugli effetti redistribuitivi settoriali, generazionali ed anche territoriali?
Enorme.

Analizziamo alcuni dati, gia’ affrontati su queste colonne, che evidenziano la colpevolezza delle banche nel processo di creazione di povertà a vantaggio di pochi privilegiati: 270 miliardi di crediti deteriorati e quindi l’incapacità di valutare il merito creditizio ha prodotto il credit crunch, il risultato di una “malagestio” miope e di breve periodo per effetto della quale i banchieri hanno largheggiato (è divenuta “cultura” creditizia) in finanziamenti concessi con leggerezza a tutti (anche ai “non amici”) senza verificare se gli investimenti dei beneficiari avessero nel frattempo creato ricchezza ed occupazione.
La vendita in banca di prodotti di largo consumo (televisori, telefonini, tablet, frigoriferi, ecc) attraverso tecniche subdole di pressioni psicologiche nei confronti dei richiedenti finanziamenti, oltre che distruggere interi settori economici attraverso l’esercizio di una concorrenza sleale nei confronti dei piccoli imprenditori che vendono quei prodotti, induce il cittadino ad acquistare un prodotto che probabilmente già possiede o di cui non se ne fa niente, creando bisogni che non esistono o che non possono essere soddisfatti.
La mancanza di trasparenza nel comunicare CHI sono i prenditori di denaro e’ propria di quelle banche che, celandosi dietro la solita manfrina del rispetto della privacy, finanziano anche le aziende che producono armi. E le armi servono essenzialmente a fare le guerre.
Le banche si sono inventate il nuovo business della intermediazione immobiliare. Hanno creato delle società ad hoc che fanno concorrenza (sleale) agli agenti immobiliari. In particolare i colossi del sistema del credito italiano si sono insinuati nuovamente nello stato di disperazione di imprese e famiglie attraverso la svendita di case e opifici, derivanti prevalentemente da mutui non pagati, a clienti (privati e società immobiliari) che hanno le disponibilità monetarie per pagarle.

Poche banche (si contano sulle dita di una mano) hanno scelto di dare un "segnale educativo" alla lotta contro la ludopatia inibendo le carte di credito dalle operazioni di pagamento in esercizi o su siti internet classificati nella categoria commerciale "gambling" (gioco d'azzardo) oppure scegliendo di non proporre mai allo sportello i “gratta e vinci”, come invece accade negli uffici postali.
Le banche sono i principali alleati dei “grandi” evasori fiscali attraverso i loro trust e le loro societa’ fiduciarie collocate nei paradisi fiscali, i loro prodotti come ad esempio i diamanti che sollecitano per investimenti in “prodotti fiscalmente neutri” e la gestione della normativa antiriciclaggio che continua a tutelare lobby potenti come quella del clero e dei cinesi.


Di questo si sarebbe dovuto parlare a Davos!

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