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SE NON SI CONOSCONO LE PICCOLE IMPRESE

tratto da www.linkerblog.biz

Continuando a parlare di credito e di banche ci si può forse chiarire le idee sui tanti perché della stretta creditizia, ma sembra proprio che ben poco possa migliorare, almeno nel prossimo futuro. Mi sembra che anche le Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia abbiano aperto pochi spiragli di speranza su un’inversione di rotta rispetto alla totale avversione al rischio che ha colpito il sistema bancario nazionale.

Da OLTRE 2 ANNI ormai le banche si sono avviate su un percorso autolesionistico, perché restringendo il credito stanno provocando una strage di piccole e medie imprese, che poi si riflette in gravi perdite su crediti nei bilanci bancari.

Ma allora potrebbe essere più utile dedicare tempo alle imprese, capire cosa le piccole imprese possano fare in un contesto come quello attuale per evitare guai peggiori e conservare un minimo di equilibrio finanziario con il quale stare al riparo da rischi di insolvenza e magari riavviare percorsi di crescita. Ma se seguiamo le parole di chi ora, con il consueto ritardo, giudica errori e debolezze delle piccole imprese, la mia impressione è che sbagliamo subito strada. Prendiamo ad esempio le frasi che Ignazio Visco ha indirizzato proprio alle imprese nelle sue Considerazioni:

"Le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida; a volte si preferisce, illusoriamente, invocare come soluzione il sostegno pubblico….
La capacità di innovare i prodotti e i processi, di esportare sui mercati emergenti, di internazionalizzare l’attività, anche guidando o partecipando a catene produttive globali, demarca il confine tra le imprese che continuano a espandere il fatturato e il valore aggiunto e quelle che, invece, faticano a rimanere sul mercato. La crisi ha accentuato questo divario, reso stridente l’inadeguatezza di una parte del sistema produttivo."


Si può dire che il Governatore ha invaso per la prima volta il campo da gioco di Confindustria e ha fatto una bella requisitoria sugli errori e le manchevolezze delle imprese? Direi di sì, come mai prima. Però siamo certi che Banca d’Italia abbia centrato i problemi giusti? Parlando genericamente di imprese Visco avrebbe più di una ragione: una media impresa che non innova e non affronta i mercati esteri è quasi certamente un’impresa perdente. Poiché però il 98% delle imprese italiane sono piccole, micro-imprese, la ricetta di cui si stanno riempiendo tante bocche illustri (“più innovazione, più organizzazione, più esportazione”) non è affatto detto che sia quella corretta. Sì perché sono solo il 20% le imprese che esportano e la gran parte del restante 80% non ha alcuna possibilità di esportare se produce beni o servizi che sono destinabili per varie ragioni al solo mercato domestico. Il miraggio dell’esportazione a tutti i costi è altamente distorsivo se si conosce in profondità il sistema delle piccole imprese. In più c’è da riflettere molto su quanto Intesa SanPaolo ha scoperto, cioè che i costi fissi per esportare sono troppo elevati per molte piccole imprese e si mangiano tutto il profitto.

Nella nostra esperienza le piccole imprese per vivere meglio, per crescere (o smettere di decrescere…) hanno bisogno di qualcosa di molto più semplice e alla loro portata.

A) FARE I CONTI COME SI DEVE. In linguaggio aziendale si chiama ‘controllo di gestione’. L’assenza di minime nozioni e applicazioni informatiche usate per capire se l’impresa sta vendendo prodotti o servizi in perdita o in utile è straordinariamente diffusa. Non è la contabilità -peraltro tenuta esternamente con ampio ritardo dal solito tradizionale commercialista-, è qualsiasi cosa aiuti il piccolo imprenditore a prendere decisioni su cosa vendere e a chi vendere basandosi su un calcolo veritiero del margine di profitto (non sul volume di fatturato) e sulla velocità d’incasso. Ripeto, una straordinaria carenza che spiega gran parte dei bilanci in rosso e delle crisi dei piccoli.

B) TROVARE NUOVI CLIENTI. Nelle piccole imprese, eccessivamente assuefatte a un ‘terzismo’ naturale, il calo del fatturato sotto il punto di pareggio è subito passivamente, non è contrastato con un’azione sistematica, organizzata per cercare nuovi clienti. Provate a fare la domanda ‘Scusi, come trova nuovi clienti?’ e otterrete risposte anche pittoresche. Senza un metodo, senza tempo dedicato i piccoli imprenditori non sono in grado rimpiazzare gli ordini persi da un cliente che riduce gli acquisti o uno che è fallito.

C) PIANIFICARE LE PROPRIE FINANZE. Infine rimane abbastanza inspiegabile la riluttanza delle piccole imprese nell’avere nel cassetto un piano del proprio andamento economico (il Budget) e delle entrate e uscite monetarie. Nessun budget ben costruito, nessun piano di tesoreria. Lo sforzo arruffone delle tante società di software è stato vano. Molte PMI non hanno capacità di fare (e controllare) un budget e non hanno neppure un foglio excel per tenere sotto controllo la tesoreria dei prossimi 2-3 mesi, non parliamo nemmeno di agganciarlo a una contabilità tutto sommato semplice. Viaggiano senza cruscotto e senza capire se stanno superando i limiti di velocità. Pericolosissimo. Questa carenza può essere riscontrata persino in alcune medie imprese a gestione familiare.

Invece chi conosce le piccole imprese si può sorprendere di come molte di esse innovino processi e prodotti, consapevolmente (brevettando) o inconsapevolmente, di come si sbattano per vendere all’estero con o senza l’aiuto dell’ICE o dell’Agenzia per l’Export (di cui si sono nuovamente perse le tracce…). Anche quelle molto piccole. Ma senza quei 3 attrezzi cadono vittime di errori semplici quanto letali: margini troppo bassi, fatturati che non coprono i costi fissi e mancanza improvvisa di liquidità.

Cominciamo a diffondere questi attrezzi, a spiegare che non costano molto e non richiedono molto tempo. Se lo Stato proprio vuole fare qualcosa metta qualche voucher per incoraggiare l’investimento in consulenze qualificate e software di base e vedrete che avremo presto imprese migliori e più resistenti. Poi potremo discutere di come convincerle a mettersi insieme e fare massa critica.

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