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OSCURE DESTINAZIONI DEL CREDITO

tratto da: linkerblog.biz

OSCURE DESTINAZIONI DEL CREDITO E’ uno dei punti  più controversi nel confronto tra banche e imprese, alimentato dai nuovi aspri dati pubblicati dalla Confcommercio, che divide le posizioni della Domanda (chi richiede credito) dall’Offerta (chi eroga credito). Perché a fronte di dati certi sul calo degli impieghi alle famiglie, ma soprattutto alle imprese, c’è chi argomenta con convinzione che il problema stia dalla parte della debole domanda delle imprese.
E’ bene premettere che sarà sempre impossibile arrivare a una conclusione supportata da evidenze, perché non esistono statistiche ufficiali o da fonte qualificata e indipendente che possano registrare il numero di richieste effettivamente respinte, molte delle quali non hanno una traccia informatica perché sono solo conversazioni nelle filiali in cui i direttori respingono sul nascere le richieste, sulla base di considerazioni di varia natura. Nè tantomeno si certifica il numero che si accumula nel tempo di imprese che essendo già state respinte una o più volte, rinunciano a fare nuova domanda di credito. Informazioni che quando sono presentate dalle associazioni rivelano una frattura profonda. E volendo prendere un paragone ‘neutrale’ su un mercato non troppo diverso dall’Italia quanto a credit-crunch, basterebbe vedere questi grafici che arrivano da una ricerca molto elaborata (SME FINANCE MONITOR vedi nota 1) pubblicata in Gran Bretagna con dati di estremo dettaglio sull’accesso al credito delle PMI
per capire la dimensione del fenomeno credito respinto e credito non più richiesto per rassegnazione.


In UK siamo a un tasso di rifiuto sulle richieste di finanziamenti e scoperti in c/c che si aggira sul 30%, non penso che l’Italia sia molto meglio… In aggiunta la ricerca certifica che un 5% delle imprese intervistate nel campione hanno deciso di rinunciare a chiedere credito al sistema bancario e si stanno adattando a farne a meno o usare canali alternativi. 


Non potendo contare in Italia su queste ricerche sufficientemente obiettive e neutrali, possiamo solamente guardare ai numeri pubblicati dalla Banca d’Italia per trovare qualche indizio. Nei Bollettini Statistici si trova una breve serie storica, iniziata circa un anno fa, che permette di ricostruire l’andamento dei finanziamenti per forma tecnica e per grado di utilizzo:


Secondo i dati ufficiali alla fine di marzo le banche hanno approvato credito all’economia reale per un totale di 1.794 miliardi €, dei quali 1.298 in finanziamenti con una scadenza, prevalentemente a medio-lungo, circa 260 miliardi per anticipare fatture e circa 240 miliardi per scoperti in conto corrente. Da giugno 2013 a marzo 2014 il totale è calato di circa 90 miliardi e il calo è stato più marcato sulle linee a revoca e autoliquidanti, cioè le linee tipicamente usate per la tesoreria aziendale, per circa 15 miliardi ciascuna.
Se però si va a vedere il grado di utilizzo di questi crediti ‘accordati’, si nota come sia molto elevato per i finanziamenti a scadenza (circa 85%) e invece nell’ordine del 50% per quelli più tipicamente operativi e a breve:

Quindi a marzo 2014 il credito realmente utilizzato è pari a 1.368 miliardi, con una riduzione di circa 50 miliardi rispetto a giugno 2013. Dal punto di vista del grado di utilizzo, ad esempio del credito autoliquidante che dovrebbe riflettere l’andamento in ripiego dei fatturati, c’è un assoluta stabilità, attorno al 50%. Cosa si può dedurre da questi numeri? Ancora una volta che il credito bancario è molto probabilmente male distribuito rispetto ai fabbisogni delle imprese e distribuito in base alle dimensioni d’impresa e al grado di rischio. Infatti se per molte piccole imprese i livelli di utilizzo risultano alla prova-bilanci e Centrale Rischi molto elevati, attorno all’80-90%, (a volte oltre il 100% con l’effetto nefasto dello sconfinamento) per esigenze forzate di scarsa liquidità, evidentemente altre imprese (grandi?) hanno linee accordate di molto superiori all’effettivo consumo (=necessità), che rimangono elevate o per pigrizia della banca o per eccesso di prudenza da parte delle imprese affidate. Occorre ricordare che sulle linee accordate di norma si paga una commissione di disponibilità del fido anche sulla parte non utilizzata.

Il credito commerciale è calato sia come ammontare di linee accordate, che come consumo, ma non è dato di sapere quante imprese abbiano fatture nel cassetto che non riescono ad anticipare in mancanza di credito e quante invece abbiano i castelletti scarichi, semplicemente perché fatturano parecchio meno che in passato. Nè quante siano le imprese a cui vengono respinte in vario modo le richieste di nuovo credito, anche commerciale.

La risposta più realistica -di cui sarebbe bene tenessero conto gli ‘allarmisti’ di professione come CGIA di Mestre e Unimpresa, che usano le statistiche come armi – è che totali e medie non spiegano mai a sufficienza i fenomeni sottostanti. Le medie sul credito nascondono sempre di più la realtà di una percentuale non diversa da quella UK di imprese escluse dal credito nuovo, percentuale compensata (ma non a sufficienza) da imprese in ottima salute che ricevono credito bancario anche in eccesso alle proprie necessità. Il fenomeno dell’asimmetria del credito, nascosto dalle statistiche, è invece sempre più evidente nella pratica quotidiana. Si tratta di un problema che non può essere liquidato con la convinzione che le banche possono fare ciò che credono, perché la rilevanza numerica e l’effetto di onde concentriche delle imprese senza credito richiede una risposta del sistema.

Nota 1): il rapporto SME Finance Monitor è stato pubblicato da BDRC Continental dal 2011 ogni trimestre. E’ un rapporto molto dettagliato di circa 300 pagine. Si basa su un campione di 5.000 PMI inglesi. Il rapporto indipendente è citato come fonte autorevole nel dibattito sul credit-crunch in Gran Bretagna nel dibattito con le banche e in parlamento.


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