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Occhio agli aumenti di capitale e alle loro conseguenze

(Tratto da MoneyFarm blog)

Occhio agli aumenti di capitale e alle loro conseguenze
Si avvicina il momento di tenere gli occhi ancora più aperti, il momento degli inevitabili aumenti di capitale che le banche italiane dovranno necessariamente deliberare e attuare.

L’aumento di capitale, come sappiamo, è un incremento del capitale di una società attraverso l’emissione di nuove azioni (oppure, ma non è questo il caso, attraverso un aumento del valore nominale delle azioni in circolazione) disposto per trovare la liquidità necessaria per effettuare un investimento oppure per ripianare perdite pregresse.

Così come riportato dal Sole 24 Ore infatti, nel gennaio scorso da Francoforte (Bce) è giunta a tutte le banche una lettera in inglese. L’oggetto è il “Draft (quindi è ancora una bozza) Capital Decision” il cui messaggio sostanzialmente riporta che «sulla base della situazione finanziaria e dei profili di rischio, e prendendo in considerazione i risultati della Supervisory Review e del processo valutativo», la Bce ha deciso di attribuire a ogni singola banca un suo coefficiente patrimoniale minimo da rispettare se vuole continuare a “fare banca”!

Cerchiamo di semplificare questi concetti.

Questo coefficiente si chiama CORE TIER 1 RATIO che è dato dal rapporto tra il TIER 1 CAPITAL e gli impieghi (i prestiti effettuati dalle banche) ponderati per il rischio.

Il TIER 1 capital è chiamato patrimonio di base o di qualità primaria perché costituisce il nocciolo duro del capitale di ogni banca del mondo. Praticamente è formato dal capitale versato + le riserve + gli utili non distribuiti.

Se si calcola il rapporto tra il patrimonio di base di una banca (il TIER 1 Capital) e gli impieghi ponderati per il rischio, si ottiene questo indicatore fedele degli ordini di grandezza coinvolti nel necessario bilanciamento tra mezzi propri di qualità primaria (TIER 1 capital appunto) e impieghi (attività della banca come i prestiti alle famiglie per i mutui) ponderati per il rischio (ossia “pesati” sul rischio implicito dei singoli impieghi calcolato dalla stessa banca).

In altri termini il CORE TIER 1 ratio (ratio in inglese significa proprio rapporto) ci spiega con quali risorse “primarie” la banca può garantire i prestiti che effettua alla clientela e i rischi che possono derivare da sofferenze, incagli e altri crediti deteriorati.

Ma perché deve garantire i prestiti che effettua alla clientela?

Perché quei prestiti vengono fatti con i soldi dei risparmiatori!

Quindi, ora lo capiamo, gli accordi di Basilea (1, 2 e 3) sono stati stipulati per salvaguardare il popolo dei risparmiatori che depositano i loro soldi in banca.

Pertanto se domattina quei risparmiatori si presentano allo sportello chiedendo i loro soldi e la banca, avendoli dati in prestito a famiglie-imprese che per effetto della crisi non possono restituirli, non dispone di un patrimonio proprio almeno sufficiente a garantire un minimo di rimborso, succede quanto accadde a Cipro e in Grecia!

Saracinesche delle banche abbassate e file chilometriche di risparmiatori inferociti che non potevano più disporre dei loro averi!

E in Italia?

Per quasi tutte le banche tricolori questo patrimonio minimo è di gran lunga più alto di quello previsto dagli accordi “Basilea 3”, i quali stabiliscono un floor, o soglia minima, del 7%, indistintamente per tutte le banche del sistema Europa.

Ma queste comunicazioni sono arrivate con una rigida consegna del silenzio.

Infatti nessuno ne parla più! Soprattutto in banca!

Nessuno avvisa gli azionisti di alcune banche e comunque il popolo dei risparmiatori che, per le 15 banche italiane vigilate dalla Bce (perché non hanno superato gli stress test), la soglia è salita di oltre tre punti percentuale. Quell’aumento, di circa il 50%, ha portato il nuovo floor medio al 10,5% con punte drammatiche come quella del Monte dei Paschi di Siena, il cui nuovo floor è del 14%.

A queste banche il motivo dell’irrigidimento è spiegato senza mezze parole: «le strategie e i meccanismi adottati dall’istituto e i suoi fondi non garantiscono una copertura completa dei rischi».

E siccome tra poco partirà l’aumento di capitale di 3 miliardi di euro del Mps (per restituire il capitale preso a prestito con i Monti-Bond), qualche consiglio “precauzionale” è d’obbligo!

Consigli che nascono dalla personale esperienza (ne ho vissuti e gestiti ben 3 di aumenti di capitale) e dalla interpretazione della storia finanziaria del nostro paese degli ultimi 20 anni, da quando cioè prese il via il grande processo di privatizzazione delle banche di diritto pubblico.

Cominciamo col dire che gli aumenti di capitale sono sottoscritti da:
 
  • Privati cittadini
  • Imprese
  • Fondi comuni di investimento mobiliare

Per quanto riguarda i privati cittadini sappiamo che:
 
  • Le banche hanno “forzato” la predisposizione del profilo di rischio del risparmiatore facendolo diventare “un investitore che pur conoscendo il mercato azionario, non aveva mai acquistato azioni prima”. Era evidente infatti che il collocamento di grossi quantitativi di azioni aveva bisogno della trasformazione della propensione al rischio degli italiani che si sono “ritrovati”, da sempre “formichine” abituate ai titoli di stato e a investimenti a basso rischio, catapultati nel mondo degli investimenti azionari ad alto rischio. Le banche avevano bisogno di un paracadute: il profilo di rischio del cliente che veniva “preparato e manipolato” e poi fatto firmare al cliente. Oggi quegli investitori si ritrovano in mano un capitale più o meno dimezzato.

Per quanto riguarda le imprese:
 
  • L’impresa, e a maggior ragione la piccola impresa (con evidente minor forza negoziale), affidata (cioè che aveva ricevuto un prestito dalla banca), veniva sottoposta alla classica pressione psicologica perpetrata a danno di coloro che sono in una condizione di dipendenza, ai fini della sopravvivenza della propria azienda, dai finanziamenti concessi dalla banca.

Uno slogan tipico utilizzato subdolamente dai manager e dai venditori bancari era: “se vuoi crescere come azienda, anche la tua banca deve crescere!”. Salvo poi constatare che qualche anno dopo (alla faccia del sostegno alla economia reale!) quegli affidamenti sono stati revocati e quelle azioni poi vendute forzatamente a un valore più o meno dimezzato per diminuire le esposizioni creditizie!

Per quanto riguarda i fondi di investimento mobiliare:
 
  • Hanno sottoscritto importanti quote di collocamento di titoli azionari emessi dalle banche per sostenere gli aumenti di capitale. Nei loro portafogli esistono pertanto grossi quantitativi di azioni delle banche che sono poi acquistati “indirettamente” dai cittadini attraverso la sottoscrizione di quote dei fondi comuni di investimento mobiliare con “profilo bilanciato” cioè con una componente di titoli azionari pari ad almeno il 50% del patrimonio del fondo. E quindi, come nel gioco dell’oca, ritorniamo al punto di partenza: per permettere al privato cittadino e alle imprese di poter acquistare quote di fondi quantomeno “bilanciati” occorreva manipolare il profilo di rischio.

Fin qui il rischio è limitato (eufemismo) alla consapevolezza del cittadino e dell’imprenditore. Ma se questa consapevolezza è stata creata ad arte, manipolata per creare dei replicanti “inconsapevolmente consapevoli “, il pericolo più grande si annida negli aumenti di capitale disposti da quelle banche (come le BCC) che non sono quotate sui mercati ufficiali.

Perché quando poi il privato cittadino e/o imprenditore ha intenzione (o l’obbligo) di vendere quelle azioni può ritrovarsi senza acquirenti!

Proprio così! Infatti se il cliente di Unicredit, Intesa, Mps e altre grandi banche, sebbene con grosse perdite, può comunque vendere i titoli azionari in suo possesso perché quelle azioni sono quotate sui mercati ufficiali (e quindi un compratore, anche se speculatore, lo si trova sempre), un cliente invece di una piccola banca (come le Banche di Credito Cooperativo) deve aggiungere al danno la beffa!

Ho assistito personalmente a una assemblea di azionisti di una BCC locale dove ho visto i singoli clienti (obbligati in precedenza ad acquistare quelle quote di capitale) negoziare con altri malcapitati la cessione dei pacchetti di quote in loro possesso. Un vero e proprio mercatino dell’usato dove questi poveri cittadini tentavano di scambiarsi, come fossero figurine di calciatori, titoli senza alcun valore perché neppure la banca intendeva più riprendersele indietro!
Occhio cari lettori e soprattutto imprenditori!
Perché in risposta a un improvviso aumento dei coefficienti patrimoniali minimi, le banche si troveranno di fronte a due opzioni: aumentare il proprio capitale per poter mantenere gli stessi margini di copertura patrimoniale imposti dalla Bce oppure assumere posizioni difensive e diminuire il proprio rischio.
E poiché gli aumenti di capitale in questo momento sono fuori della portata di tutti – e a maggior ragione di chi è in difficoltà – alle banche non resterà che la seconda strada.

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