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Banca Etica in festa: sabato inaugurazione del nuovo ufficio e spettacolo teatrale “Io so e ho le prove”

Banca Etica in festa: sabato inaugurazione del nuovo ufficio e spettacolo teatrale “Io so e ho le prove”


Lo spettacolo teatrale "Io so e ho le prove" in scena a Senigalllia

09/11/2017 - Sabato 11 novembre Banca Etica inaugura a Senigallia il nuovo ufficio del consulente finanziario per le Marche Nord, Paolo Manoni.

Un'occasione per stare insieme, brindare e andare a teatro: dopo il taglio del nastro, infatti, la cittadinanza è invitata all'Auditorium San Rocco per assistere allo spettacolo "Io so e ho le prove", di e con Giovanni Meola. Una pièce che farà riflettere su quello che non va nel modo in cui molte banche sono gestite, e su ciò che si può fare per creare un cambiamento dal basso.

L’appuntamento per il brindisi e il taglio del nastro è alle 16.30 in Via Testaferrata 10, Senigallia. Interverranno:

Maurizio Mangialardi - Sindaco di Senigallia

Giuseppe Orlandoni - Vescovo emerito di Senigallia

Paolo Manoni - consulente finanziario di Banca Etica nelle Marche

Nazzareno Gabrielli - Vice Direttore generale di Banca Etica

Dopo il taglio del nastro ci si sposta all’Auditorium San Rocco per assistere allo spettacolo “Io so e ho le prove” di e con Giovanni Meola. Introduce Nicoletta Dentico, consigliera di amministrazione di Banca Etica.

Banca Etica è presente nelle Marche dal 2011 con una filiale ad Ancona e un banchiere ambulante/consulente finanziario a Senigallia che serve le province di Pesaro-Urbino e Ancona.

Banca Etica conta oggi nelle Marche 950 soci; una raccolta di risparmio pari a 33 mln di €, e finanziamenti accordati per 38 mln di euro.

Banca Etica nelle marche finanzia realtà importanti quali: La Terra e il Cielo, Terra bio, Mondo Solidale, Shadhilly, Cooss Marche, Labirinto, Tecnos.

A Senigallia finanzia Undicesima Ora, Fondazione Caritas, Cesanella coop. edilizia e tante altre realtà.

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Imperatore racconta in un libro il grande imbroglio delle banche

Imperatore racconta in un libro il grande imbroglio delle banche


Recensione di AdnKros - Sicilia su il nuovo libro di inchiesta di Vincenzo Imperatore "SaccoBancario"

“Sacco bancario” è il libro nel quale lo scrittore (ex bancario) Vincenzo Imperatore racconta il grande imbroglio delle banche. Tra risparmiatori truffati e manager senza scrupoli un libro inchiesta scomodo con documenti esclusivi.




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Bilanci falsi e indici manipolati

Bilanci falsi e indici manipolati


Intervista di Vincenzo Imperatore sull’inserto SOLDI&DIRITTI di “Altro Consumo”

‹‹Questa volta ho alzato lo sguardo e ho indagato nelle segrete stanze dei Consigli di amministrazione, nelle connivenze con la politica, nei controlli solo formali di BankItalia, Consob e della stessa Banca centrale europea››. Con il suo tono squillante e l’inconfondibile accento napoletano, Vincenzo Imperatore mi racconta il suo nuovo libro in uscita per Chiarelettere: “Il sacco bancario”. Una vecchia conoscenza per la nostra associazione che lo ha ospitato a Ferrara durante il Festival 2015 dove ha presentato il suo primo libro: “Io so e ho le prove – Come le banche imbrogliano il correntista”. Racconta il dietro le quinte degli istituti di credito in cui per vent’anni, è stato uno spietato manager che ha venduto “spazzatura ai clienti” – polizze, diamanti, obbligazioni subordinate, derivati – perfettamente integrato in un sistema che non tiene conto del cliente, ma solo del profitto. Finché con la crisi economica, questa logica “malata” ha cominciato a scavare un buco nella sua coscienza. Non ha più voluto far parte del sistema e ne è uscito denunciandone tutte le nefandezze. ‹‹Ho potuto farlo – ammette – perché ho raggiunto una certa tranquillità economica. Mentre quando ero dentro al sistema ero ricattabile per il mio lauto stipendio e i benefit. Ci sono ancora tanti “Vincenzi Imperatori” dentro alle banche che non possono tirarsi indietro››.



In questo momento storico molti risparmiatori devono fare i conti con il fallimento della loro banca.

‹‹Eppure si può ancora fare banca “sana” e se si lavora bene si è anche indipendenti e si può resistere alle pressioni esterne. Nel libro parlo di due banche che fanno ciò che deve fare un istituto di credito: raccogliere risparmio e fare prestiti alle imprese. Sono Banca Popolare Etica e Banca Popolare delle Province Molisane. Siamo al di fuori dal sistema–Italia-Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Banco Popolare-Banca Popolare di Milano e Banca Popolare dell’Emilia Romagna – istituti di credito che hanno chiuso il 2016 in perdita di circa 14,5 miliardi. Basti pensare che la banca molisana ha un indice Core Tier 1, che misura la solidità patrimoniale, del 18,76 per cento (riferito al 2016). Per capire il valore di questa cifra, basti sapere che le principali autorità bancarie europee raccomandano una soglia minima del 7-9% e che tra le maggiori banche “sistemiche” d’Italia nessuna ha un coefficiente così alto. Come hanno fatto? Ho interpellato Giancarlo Mandato, Risk e manager dell’istituto, che mi ha detto che la prima regola è il rigore nella concessione del credito, che la presenza sul territorio non può e non deve tramutarsi in comportamenti o approcci “confidenziali”. Niente favori, dunque. A nessuno. Per essere indipendenti si deve restare fuori dalle logiche clientelari: dietro ai loro sportelli non ci sono “figli di” ››.



Secondo quanto si racconta nel libro, invece, i prestiti vanno “agli amici degli amici”

‹‹Il caso di Banca Promos è emblematico di come nei bilanci delle banche arrivino i crediti “deteriorati” (le attività che non riescono più a ripagare capitale e interessi dovuti ai creditori). Spesso sono quelli concessi secondo criteri “clientelari”. Questa piccola banca campana finanzia con un prestito consistente l’acquisto da parte di K4A Spa di una giovane azienda che fabbrica elicotteri di nuova generazione, anche se non offre alcuna garanzia: ha un capitale sociale di appena 10.000 euro, non ci sono i risultati imprenditoriali, né competenza ed esperienza maturata nel settore. Addirittura, al momento della richiesta del finanziamento (ancora oggi, al 10 settembre), questa società risulta “inattiva” presso la Camera di commercio di Napoli. Se è inattiva non produce reddito, come ripaga il prestito? Non solo. L’ispezione di Bankitalia non ha portato a nulla, non si sono neanche accorti che la società acquistata è inattiva. Inoltre, come confermano i documenti messi a nostra disposizione da un whistleblower, l’alto rischio connesso all’operazione è stato segnalato, in fase di istruttoria, dai funzionari e sottoposto agli organi deliberanti. Ma come mai nessuno ha raccolto l’allarme? Se si guarda nel Cda dell’azienda sono evidenti i rapporti stretti tra Pr, enti pubblici e finanza locale››.

Perché Banckitalia non è mai riuscita a capire in anticipo nessuna delle crisi che hanno coinvolto le banche poi in default?

‹‹O c’è collusione o c’è impreparazione. Da qui non si sfugge. Quella tra le banche private e lo Stato è davvero una relazione pericolosa – soprattutto per noi correntisti. Con il finanziamento del debito pubblico, le banche forniscono una “stampella” allo Stato. Questo aiutino avviene attraverso un massiccio acquisto di Bot, Btp e Cct, parliamo di tanti soldi, 635 miliardi (fine 2016). Così facendo, i governi finanziano il proprio debito e le banche, acquistando titoli a “rischio zero”, raggiungono obiettivi di solidità patrimoniale richiesti dalla vigilanza. Come mai le banche sono così generose con lo Stato? Il mio dubbio è che, lungi dall’essere paladine di una causa sociale o morale, siano interessate a tenere una poltrona riservata nel salotto buono delle lobby. Patti chiari, amicizia lunga: la banca compra i titoli di Stato e in cambio lo Stato - cioè anche Bankitalia, Consob & Co. – chiude un occhio sugli affari “meno nobili” dell’istituto. D’altro canto basta guardare all’unicreditizzazione delle banche in difficoltà. I manager che Unicredit ha mandato via considerandoli non più efficienti, il governo li ha messi a dirigere Banca Etruria & Co. quelli che poi possano chinare il capo di fronte alle indicazioni governative››.

Con il caso Deiulemar emergono i danni della mancata vigilanza delle autorità

‹‹Deiulemar, compagnia di navigazione di Torre del Greco, è fallita tre anni fa lasciando sul campo le sue obbligazioni. Liquidato tutto, non è rimasto abbastanza per ripagare i risparmiatori. Una “gola profonda” ci ha mostrato una mail del dirigente di una grande banca italiana che apriva un finanziamento a questa società una settimana prima del crac. La Consob stessa ha autorizzato l’emissione delle obbligazioni nonostante il parere contrario di Bankitalia. Che, a sua volta, pur notando flussi anomali di denaro e segnalando le irregolarità delle obbligazioni, si è limitata a denunciare i fatti agli inquirenti, senza bloccare l’afflusso dei fondi sui conti coinvolti››.

 

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Banche, l’ex dirigente: “Ecco come funziona il grande imbroglio pagato da cittadini e risparmiatori”

Banche, l’ex dirigente: “Ecco come funziona il grande imbroglio pagato da cittadini e risparmiatori”


Recensione su "Il Sacco Bancario - il grande imbroglio raccontato da ex manager, gole profonde e risparmiatori truffati" de "Il Fatto Quotidiano"
Nel nuovo libro Sacco bancario Vincenzo Imperatore racconta l'inefficienza degli organi di vigilanza, gli escamotage con cui i vertici proteggono imprenditori senza scrupoli e i trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile

L’inefficienza degli organi di vigilanza, attentissimi solo agli aspetti formali. Gli escamotage con cui i vertici di alcune banche italiane proteggono imprenditori senza scrupoli, mentre le severe (sulla carta) norme antiriciclaggio raccomandano segnalazioni urgenti anche per piccoli movimenti all’apparenza poco chiari. I trucchi che consentono a società con poche credenziali creditizie e garanzie quasi nulle di ricevere prestiti a sei zeri – come raccontato nell’estratto che anticipiamo – mentre per i piccoli imprenditori l’accesso al credito è praticamente impossibile. In poche parole: l’intreccio tra finanza, politica e interessi personali che sta dietro a un sistema per le cui falle stanno pagando un conto salato cittadini e risparmiatori.
A raccontarlo è l’ex manager bancario Vincenzo Imperatore nel suo nuovo libro Sacco Bancario (Chiarelettere) scritto in collaborazione con Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, e con la prefazione di Marco Travaglio. Nel libro che conclude il percorso iniziato con “Io so e ho le prove” (Chiarelettere, 2014) continuato con“Io vi accuso” (Chiarelettere, 2015), Imperatore mette a disposizione le testimonianze di dirigenti apicali, gole profonde e insider. Oltre a documenti interni e riservati che fanno luce su meccanismi “mille volte denunciati eppure tuttora perfettamente funzionanti”.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Storie di piccole banche (come la Banca Popolare delle Province Molisane o di Banca Popolare Etica) che funzionano sulla base di tre parametri solo all’apparenza incompatibili: ottima governance, rigore morale nei consigli di amministrazione e profitto.

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro 

IL CASO BANCA PROMOS

Eccezioni e distrazioni

Quella che segue è la storia di una piccola impresa «benedetta» dal caso, dalla fortuna o, più probabilmente, da una raccomandazione giunta dall’alto. Un «pesce piccolo» che, mancando di solide basi patrimoniali e dunque di sufficienti garanzie, non avrebbe mai potuto ricevere soldi in prestito da una banca. Invece li ha ricevuti, e pure tanti.

La banca di cui stiamo parlando si chiama Promos Spa, e nasce a Napoli, nel 1980, su iniziativa di Ugo Malasomma e Tiziana Carano. All’inizio è una Srl che ha per oggetto sociale lo svolgimento di attività di intermediazione sui mercati azionari e obbligazionari italiani, poi seguiranno vari passaggi, come l’iscrizione all’albo della Consob nel 1991, l’ingresso in Abi (l’Associazione bancaria italiana) nel 1998, e infine l’iter di trasformazione in banca nel 2002.

Ancora oggi  ha un capitale sociale di soli 7.740.000 euro e nel suo consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri, Luigi Gorga, che da presidente della Banca Popolare di Sviluppo subì nel 2013 una sanzione da parte della Banca d’Italia, e Umberto de Gregorio, nel 2015 nominato dal governatore della Campania Vincenzo De Luca – per il quale aveva svolto il ruolo di coordinatore della campagna elettorale – al vertice dell’Eav (Ente Autonomo Volturno), la holding che gestisce una larga fetta dei trasporti della regione (1).  Nell’aprile del 2015 (attenzione alle date…), la Promos finanzia l’acquisto del 22 per cento della società 4KA Spa Knowledge for aviation – una giovane azienda che fabbrica aeromobili e veicoli spaziali, con sede a Ponticelli, in provincia di Napoli – da parte della Hold and Fly Srl. Prezzo di acquisto/vendita: 1.720.000 euro.

Un finanziamento come tanti, direte voi. Nient’affatto, perché la Hold and Fly Srl, in realtà, è una scatola vuota e l’operazione, per una piccola banca come la Promos, è da considerare a dir poco rischiosa. Come mai si è andati avanti lo stesso? La verità è che la Hold and Fly Srl è stata costituita il 10 aprile 2015 dagli stessi soci di riferimento della K4A Spa, allo scopo di rafforzarne il gruppo di controllo e supportarne i piani di sviluppo.

La Banca Promos accorda ogni richiesta ma, in cambio, quali garanzie offre la Hold and Fly Srl? Nessuna, visto che ha un capitale sociale di appena 10.000 euro. Anzi, non potrebbe nemmeno essere finanziata, perché priva di alcuni requisiti necessari non ancora verificati: i risultati imprenditoriali, la competenza e l’esperienza maturata nel settore e il comportamento negli affari. Addirittura, al momento della richiesta del finanziamento e ancora oggi (8 settembre 2017), la Hold and Fly srl risulta ancora “inattiva” presso la Camera di Commercio di Napoli. Una società inattiva significa che non opera e pertanto non produce reddito, ma legalmente costituita pertanto esistente come natura giuridica. “La banca in questione, come tutto il sistema bancario d’altronde – ci rivela la nostra “gola profonda”- in base a una consuetudine che alcuni giudicano ormai superata ma che ancora oggi tende a essere osservata – finanzia soltanto aziende «già consolidate da almeno un paio di anni di attività, che operino e producano reddito, risultante dal bilancio ufficiale, da almeno 24 mesi.».

“Se poi ci aggiungiamo il fatto – continua il nostro interlocutore – che la normativa interna della banca stabilisce che “di regola” non e’ possibile concedere finanziamenti ad aziende che non abbiamo almeno 6 mesi di vita “salvo deroga”, capiamo che tutto e’ possibile se deciso nelle segrete stanze del cda.”

Come è stato possibile dunque che la Promos abbia erogato ugualmente il prestito? Qui entra in gioco la fantasia. Il «trucco» escogitato è stato quello di finanziare uno a uno i singoli soci della Hold and Fly, con un affidamento, sotto forma di scoperto di conto corrente, per complessivi 1.755.000 euro.

Il problema è che neppure loro – lo attestano i documenti interni della stessa Promos, che il whistleblower mi ha procurato – non sarebbero stati «teoricamente» in grado di restituire il prestito alla scadenza pattuita. Per la maggior parte dei soci, il rischio creditizio valutato da CRIF (2) e’ alto o addirittura negativo.

Vero è che la banca ha chiesto in garanzia un pegno sulle azioni della K4A Spa possedute dai soci. Ma nessuno si è curato di stabilire se il loro valore nominale fosse realistico e coerente rispetto a quello riportato in bilancio. Nella fase istruttoria, questo controllo è stato, chissà perché, «dimenticato». Inoltre, come confermano i documenti a nostra disposizione, l’alto rischio connesso all’operazione è stato segnalato, in fase di istruttoria, dai funzionari proponenti e sottoposto agli organi deliberanti.

Come mai nessuno ha raccolto l’allarme? Sono dunque da ritenere casuali tante «attenzioni», eccezioni e «distrazioni», da parte di Promos, a vantaggio dei soci della Hold and Fly Srl? Difficile dare una risposta.

Certo, è forte il sospetto che il top management della banca, avesse in testa solo il profitto immediato, e che non si curasse di far correre un rischio agli altri risparmiatori.

L’istituto, dal novembre del 2016, sempre secondo il racconto della fonte, era sotto ispezione di Bankitalia, un lavoro conclusosi nel giugno del 2017 senza riscontrare irregolarita’. Ma le proporzioni dell’affidamento, per una iniziativa imprenditoriale che ad oggi risulta inattiva, parrebbero disattendere i piu’ normali criteri di erogazione creditizia. Ma facciamo un passo indietro, per conoscere piu’ da vicino il “gioiello” che sta al centro di tutta questa vicenda: la K4A Spa.

(1) Per tale nomina, cosi come riporta Dagospia, e’ stato inviato alla Procura di Napoli e all’Anac di Raffaele Cantone un esposto contro il presidente dell’EaV per una presunta incompatibilità per l’incarico ricoperto in quanto dipendente pubblico. De Gregorio, iscritto all’Ordine dei dottori commercialisti di Napoli, è infatti docente di economia aziendale nell’istituto tecnico commerciale «A. Diaz».Secondo la denuncia, l’assunzione della guida della società pubblica sarebbe in contrasto con il contratto nazionale scuola oltre che vietato da specifiche disposizioni di legge. In più, sempre alla base dell’esposto, ci sarebbe la circostanza che De Gregorio avrebbe chiesto l’aspettativa un anno dopo circa la nomina alla guida della holding regionale. Un «doppio lavoro» che potrebbe aver provocato anche un danno all’Erario su cui potrebbe essere chiamata a indagare la Procura presso la Corte dei Conti.

(2) Crif è il gestore del principale Sistema di informazioni creditizie (Sic) presente in Italia, chiamato Eurisc. Si tratta di un archivio informatico che contiene i dati sui finanziamenti richiesti ed erogati a privati e imprese.

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Deiulemar – “Sacco Bancario”: Le colpe di Consob, Banca d’Italia e le banche che stavano a guardare

Deiulemar – “Sacco Bancario”: Le colpe di Consob, Banca d’Italia e le banche che stavano a guardare


Articolo di Vincenzo Legna su TorreChanel.it


Il libro di Vincenzo Imperatore “Sacco Bancario”, nel capitolo dedicato al crack Deiulemar,  affronta anche il ruolo della Consob e della Banca d’Italia, visto che si tratta di organi di vigilanza che evidentemente non hanno fatto il loro dovere. Emblematico il ruolo dell’avvocato Roberto Maviglia, che prima di diventare amministratore unico della compagnia nel 2012 fu consulente nel 2004, facendo ottenere alla Deiulemar l’iscrizione nell’elenco degli emittenti diffusi, ossia società con strumenti finanziari non collocati su mercati regolamentati ma oggetto di investimento presso un ampio numero di risparmiatori. Strana coincidenza, in quello stesso periodo alla Consob lavorava Renato Maviglia, fratello di Roberto. Nel libro si sottolinea inoltre che nel 2005 la Deiulemar veniva spogliata di ogni bene attraverso la costituzione di un reticolo di società fiduciarie e trust in Lussemburgo, Malta e Svizzera, con il chiaro intento di sottrarre risorse ai creditori. E la Consob dov’era? Oltretutto nel 2007 proprio la Consob aveva autorizzato un ulteriore prestito obbligazionario di 50 milioni di euro, nonostante il parere contrario della Banca d’Italia. Un operazione senza senso, visto che la compagnia era ormai una scatola vuota e per giunta indebitata. Si pone dunque l’enfasi sulle tante omissioni della Consob e sulla scarsa attenzione della Banca d’Italia, che nonostante gli enormi flussi di denaro e le irregolarità dei prestiti obbligazionari si è limitata a qualche denuncia senza mai bloccare tali operazioni, pur avendone gli strumenti.

Un ruolo importante nel crack lo hanno giocato anche gli istituti di credito, che hanno lucrato sulle ingenti somme di denaro presenti sui conti correnti personali di Michele Iuliano. Le banche erano consapevoli di prendere parte ad operazioni che venivano svolte in barba alle regolari procedure societarie, ed erano dunque corresponsabili. Oltretutto appare impossibile che l’ingente quantitativo di soldi finito all’estero non abbia implicato il coinvolgimento di qualche banca italiana. Il capitolo dedicato al crack Deiulemar si conclude infine con un passaggio molto significativo: “La verità è che quelle tre famiglie erano diventate padrone della città. Se qualcuno aveva bisogno di qualcosa non bussava alla porta del sindaco, ma alla loro. In pratica garantivano i livelli di occupazione e i profitti alle banche. A Torre del Greco c’è persino una strada intestata a Giovanni Battista Della Gatta, uno dei fondatori del colosso economico. Nel 2013, con un’iniziativa provocatoria, un gruppo di obbligazionisti tentò di ribattezzarla “via dei Truffatori””.

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Colapietro: “Per i torresi Michele Iuliano era come un papà. Risparmiatori prima rassicurati, poi raggirati e abbandonati”

Colapietro: “Per i torresi Michele Iuliano era come un papà. Risparmiatori prima rassicurati, poi raggirati e abbandonati”


Recensione di Vincenzo Legna su TorreChannel.it su Sacco Bancario.Il grande imbroglio nel racconto di manager, gole profonde e risparmiatori truffati di Vincenzo Imperatore


Nello spazio dedicato al crack Deiulemar del libro di Vincenzo Imperatore “Sacco “Bancario” c’è anche la testimonianza dell’avvocato Giuseppe Colapietro, presidente del comitato dei creditori e lui stesso obbligazionista raggirato. Di seguito i passaggi principali.

“Quella della Deiulemar è una tragedia che pochi possono davvero comprendere, a meno che non l’abbiano vissuta in prima persona o non siano abitanti di Torre del Greco. Da quando la compagnia è fallita la disoccupazione è aumentata e il Comune è finito quasi sul lastrico”. Esordisce così l’avvocato Colapietro nella sua testimonianza sul fallimento del colosso armatoriale torrese che ha messo in ginocchio 13000 famiglie. “La Deiulemar era un’istituzione” prosegue l’avvocato. “Torre del Greco era una città fiorente, che prima del crack aveva dato l’anima alla Deiulemar. I cittadini avevano messo le chiavi del loro futuro in mano ai padroni della compagnia, in particolare al capitano Michele Iuliano, che per loro era come un papà”. Poi la descrizione di come avvenivano i passaggi di denaro. “Sui conti correnti intestati a Iuliano – la procura ne ha contati ben 18 – affluivano i soldi delle obbligazioni irregolari e si eseguivano altre operazioni e movimenti, come l’eventuale smobilizzo e il pagamento degli interessi. Una cosa basata sulla fiducia, ma quel che è peggio è la scarsa o nulla informazione fornita ai clienti sul tipo di investimento fatto e sui rischi che si potevano correre. I risparmiatori – continua Colapietro – sono stati tenuti all’oscuro di tutto, inutilmente rassicurati e infine raggirati e abbandonati”. L’avvocato sintetizza poi la strategia intrapresa per cercare di recuperare le somme perse. “Le famiglie dei proprietari della Deiulemar avevano costituito una società di fatto, parallela a quella ufficiale, che controllava una rete infinita di conti correnti e altre compagnie fantasma. Per recuperare il maltolto, abbiamo dovuto far fallire prima tutte le loro società, poi quella di fatto e infine anche loro personalmente”.

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Deiulemar – “Sacco Bancario”, il libro che parla del crack: le rivelazioni shock di un ex dipendente bancario

Deiulemar – “Sacco Bancario”, il libro che parla del crack: le rivelazioni shock di un ex dipendente bancario


Recensione di Vincenzo Legna su TorreChannel.it su Sacco Bancario.Il grande imbroglio nel racconto di manager, gole profonde e risparmiatori truffati di Vincenzo Imperatore

E’ uscito il 26 ottobre “Sacco Bancario”, il libro di Vincenzo Imperatore che affronta una serie di scandali bancari e truffe ai danni di risparmiatori. Tra le vicende trattate dall’ex manager bancario c’è anche il crack Deiulemar. Nel capitolo dedicato c’è spazio per una cronistoria della vicenda – con tutti i vari passaggi che hanno portato allo svuotamento della Deiulemar Compagnia di Navigazione tramite la graduale cessione della flotta e del patrimonio immobiliare – poi largo alle testimonianze di un ex dipendente di una delle banche in affari con la Deiulemar e alle parole dell’avvocato Giuseppe Colapietro. Di seguito i passaggi salienti della testimonianza dell’ex dipendente bancario.

Le rivelazioni shock dell’ex dipendente bancario

“Il crack Deiulemar non è stato un fulmine a ciel sereno” rivela l’ex bancario, che poi parla dell’estensione di un fido a favore della compagnia poco prima del crack, a testimonianza di un’analisi creditizia fatta in maniera sommaria e basata soltanto sulle disponibilità personali dei soci. “Già nel settembre 2011 avevo iniziato a scrivere e a lanciare segnali di allarme, perché ero preoccupato. Sta di fatto che i miei superiori hanno cominciato a scavalcarmi o evitarmi ogni qual volta si dovevano prendere decisioni di peso che favorivano le manovre rischiose dei soci Deiulemar” racconta la fonte. Cosa ben più grave i vertici della banca in cui lavorava lo hanno minacciato una volta venuti a galla i guai della Deiulemar: “Devi dire che è colpa tua, che sei stato tu a non fare le segnalazioni di operazioni sospette all’antiriciclaggio”. Morale della favola: la persona che ha reso la testimonianza è stata licenziata. Poi il racconto di un incontro tra uno degli armatori (nel libro signor L.) e i vertici della banca per firmare un accordo che concedeva all’istituto la delega di amministrare e investire il patrimonio dell’armatore. Si parla di un atteggiamento altezzoso e spocchioso del signor L. che ad un centro punto, rivolto al testimone esclama: “Guagliò, vamme a piglà ‘na penna“. Frase che ha fatto scattare l’ex dipendente che ha prima urlato all’armatore di uscire dalla stanza, per poi andarsene lasciando ai dirigenti il compito di concludere l’operazione. Alla fine si dimostra così la sudditanza del sistema bancario nei confronti di coloro che hanno messo in ginocchio un’intera città.


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Bankitalia e Consob, interrogatorio immaginario sulla vigilanza

Bankitalia e Consob, interrogatorio immaginario sulla vigilanza


Articolo di Vincenzo Imperatore su Lettera43

Al netto delle strumentalizzazioni politiche di questi giorni, entrambi gli istituti dovrebbero chiarire ben più di un punto oscuro. E anche la magistratura è chiamata a dare delle risposte. Ecco quali.

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"Bankitalia e Consob colpevoli", libro-inchiesta su crac banche

"Bankitalia e Consob colpevoli", libro-inchiesta su crac banche


Articolo su Adnkronos

Esce oggi in libreria 'Sacco bancario - Il grande imbroglio nel racconto di manager, gole profonde e risparmiatori', edito da Chiarelettere, scritto da Vincenzo Imperatore con la collaborazione di Ugo Biggeri.
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Basta con il “saper essere”... passiamo alle competenze!

Basta con il “saper essere”... passiamo alle competenze!


Articolo di Vincenzo Imperatore su Il Roma

Nel nostro paese non solo l’ascensore sociale si è inceppato. Anche quello professionale si e’ arenato. Le conseguenze, se guardiamo alle condizioni attuali in cui versa l’Italia, il suo sistema bancario e ai suoi principali indicatori macroeconomici, sono molto serie. E dovrebbero indurci a riflettere. Potrebbe essere un problema di taratura delle competenze necessarie per poter sostenere il cambiamento?

Come ben sappiamo, le dimensioni della professionalita’ di un manager sono strutturate su 3 livelli :

-    il SAPERE, cioe’ la dimensione della conoscenza tecnica costruita negli anni in base alla formazione accademica e soprattutto per effetto dei corsi di specializzazione aziendali;

-    il SAPER FARE, in altri termini cio’ che identifichiamo sinteticamente come “esperienza” e che permette al manager di tradurre i concetti teorici studiati in atti operativi;

-    il SAPER ESSERE; tutto cio’ che attiene all’area comportamentale e relazionale del manager.
Negli ultimi 20 anni la formazione in banca si e’ focalizzata essenzialmente sullo sviluppo della dimensione del SAPER ESSERE. C’e’ stato un abuso dei percorsi formativi basati su PNL (Programmazione Neuro Linguistica), Leadership for Results, Intelligenza Emotiva, ecc, che hanno saputo produrre sicuramente degli ottimi venditori e dei discreti “capi” ma nel contempo hanno depauperato il patrimonio tecnico e professionale che possedeva il bancario della generazione precedente. Una tragedia sotto gli occhi di tutti. Non l’unica causa ma una delle tante piu volte analizzate su questa rubrica. Soprattutto perche’ in banca si vende un “prodotto complesso” che necessita di una preparazione e di una competenza che non puo’ basarsi solo o esclusivamente sulla capacita’ di comunicare. Se sono un consulente finanziario e non ho competenze di analisi creditizia, se non so “leggere” una Centrale Rischi posso solo “improvvisare” una chiacchierata con un imprenditore che tento di acquisire come cliente ma non riuscirò mai ad essere convincente per farmi canalizzare i suoi risparmi personali. Un esempio classico di queste dinamiche si riscontra, ad esempio, nel mondo dei promotori finanziari che hanno, tranne una percentuale bassissima di professionisti, un gap formativo profondo nella cultura di impresa. Ne e’ una conferma il fatto che l’esame per l’iscrizione all’albo, cosi come il catalogo formativo proposto dalle associazioni di categoria per l’acquisizione dei “crediti formativi”, non prevedono percorsi di addestramento sulla analisi creditizia.
Purtroppo, in Italia sappiamo come funzionano certe cose. Si preferisce appiattire tutto verso il basso. I bravi e i competenti vanno allontanati, marginalizzati, esclusi, perché alterano, «sovvertono» il sistema. Che ha le sue regole inamovibili. Un simile atteggiamento, purtroppo assai diffuso sul piano culturale, sociale ed economico, non è però a somma zero. Anzi.

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VENDERE AZIONI NON QUOTATE E’ DIFFICILE: CONSIGLI PER DIFENDERSI

VENDERE AZIONI NON QUOTATE E’ DIFFICILE: CONSIGLI PER DIFENDERSI



Articolo di Vincenzo Imperatore su Il Roma

Conquistare fiducia e credibilità e’ l’obiettivo primario del sistema bancario. Il Gruppo Banca Popolare di Bari ha definito un successo il collocamento presso investitori internazionali, di un'obbligazione senior di 597,2 milioni di euro, emessa nell'ambito dell'operazione di cartolarizzazione di mutui residenziali.

In particolare l’Istituto ha dichiarato che il risultato e’ «un grande segno di fiducia, soprattutto perché ottenuto in un contesto di mercato caratterizzato dal permanere di elementi di incertezza”.

Verissimo. Tanta incertezza e tanta apprensione e’ vissuta anche dai circa 69mila azionisti di BpB che, di fronte al deprezzamento del titolo (oggi quota circa 6,50 euro rispetto ai 9,53 del marzo 2016), vorrebbero vendere, seppur in perdita, per evitare di ritrovarsi nella stessa condizione degli azionisti delle varie banche poi andate in default. Cioè risparmi azzerati!

Le preoccupazioni non sono frutto della psicopatia dei poveri risparmiatori visto che, come scritto due settimane fa su questa rubrica, qualche perplessità produce l’inchiesta risalente al 30 agosto scorso che ha portato all’iscrizione dei vertici dell’Istituto (compresi Marco Jacobini e i figli Gianluca e Luigi) nel registro degli indagati per varie ipotesi di reato tra cui presunte irregolarità nei bilanci.

Vendere le azioni delle banche non quotate, però, non è così facile, soprattutto se si pensa che la compravendita si svolge nell’ambito di un “mercatino” interno dove pare che ci siano stati degli azionisti “privilegiati” che si sono liberati delle azioni (che riacquista la banca) prima del crollo del prezzo. Ma pare, sembra, si immagina, che i fortunati risparmiatori abbiano ricevuto un trattamento di favore nel rispetto della cronologia di chiusura delle operazioni.

Pare, sembra, si immagina che nel registro cronologico degli ordini di vendita ci sarebbero tanti altri “non illustri” risparmiatori che avevano la precedenza rispetto ai soliti “amici degli amici”.

Sarà questione di poco tempo per accertarne la verità. Perché proprio in questi giorni c’e’ stata una svolta giudiziaria determinante. Ci riferiamo a quanto è stato stabilito da un sentenza del 27 settembre scorso della quarta sezione civile del tribunale di Bari a firma del giudice Sergio Cassano a seguito di un decreto ingiuntivo presentato in estate da un azionista barese che nel lontano 1996 ha acquistato circa 430 azioni che ha cercato di rivendere invano da dicembre del 2015. Il risparmiatore più volte aveva richiesto l'ordine cronologico di vendita e più volte la banca si era rifiutata adducendo “non meglio identificate esigenze di riservatezza". La sentenza del giudice è stata chiara: "Il socio deve essere ammesso all'esame dei registri elettronici degli ordini di vendita e di acquisto e quini ha diritto di ricevere copia documentale delle relative risultanze e per tale ragione è legittimato ad avvalersi dello strumento processuale monitorio per ottenere la consegna di tale documentazione".

Ecco il precedente giurisprudenziale che ci mancava e che puo’ rappresentare una svolta nella tutela dei risparmiatori, indipendentemente dal caso BpB.

Tanti lettori, anche clienti della banca in questione, mi hanno scritto sui social e in privato chiedendomi consigli al riguardo.

Allora eccovi due semplici passaggi:

In primo luogo andate in banca e chiedete di verificare il vostro “profilo di rischio”, quella “fotografia” che vi identifica come investitore e che la banca avrebbe dovuto produrre per effetto delle risposte che voi avreste dovuto dare ad un questionario (test di adeguatezza) appositamente predisposto.Se il cliente si accorge che quello sottoposto non è il suo «profilo di rischio», ne chiede (e ottiene) la modifica, adeguandolo alle sue effettive caratteristiche di investitore ma soprattutto forse si rende conto che quelle azioni, se mai conoscesse il significato della parola “azione”, non avrebbe potuto acquistarle. E’ un documento che puo’ essere rilasciato dalla banca allo sportello con un semplice click. Se incontrate resistenze....... insospettitevi!

In secondo luogo, visto che ora la giurisprudenza si è espressa al riguardo, chiedete il registro cronologico degli ordini di compravendita relativo la periodo “sospetto”. Anche in questo caso, se incontrate riluttanza........... raddoppiate il sospetto. Dopodiché raccogliete il tutto e correte da un professionista che sappia difendere i vostri diritti. Se non vi consegnano nulla, non tergiversate ulteriormente. Andateci subito!

Alla prossima.

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Banca Popolare di Bari: tutelatevi prima che sia troppo tardi!

Banca Popolare di Bari: tutelatevi prima che sia troppo tardi!




Articolo di Vincenzo Imperatore su il Roma

Forse scriverò alla redazione di “Chi l’ha visto?” per la soluzione di questo mistero insoluto : che fine hanno fatto i “buonisti” che dicevano che la Banca Popolare di Bari non "sarebbe potuta crollare", altrimenti sarebbe stato un disastro per l'intero territorio visto che quotava circa 70mila azionisti e quasi 3500 dipendenti ? Queste erano le voci autorevoli della politica, questi i commenti dei media specializzati dopo che la magistratura aveva aperto una inchiesta su presunte voragini nascoste nei bilanci di questa banca e derivanti da malagestione, prestiti anomali, acquisizioni di altri istituti decotti. Anche in questo caso siamo di fronte allo stesso classico schema “italiano” laddove finanza e politica si sono scambiati favori con le risorse dei correntisti che sono serviti per finanziare i progetti fallimentari degli “amici degli amici “ in paradossale contrasto con la ufficiale e dichiarata politica creditizia della banca che invece ha chiuso le porte del credito solo ai comuni cittadini. E, tanto per cambiare, chi avrebbe dovuto vigilare - Bankitalia e Consob - non ha vigilato.

Se fosse così, saremmo di fronte a un nuovo caso Monte Paschi (o popolari venete)......

Forse così inizierà il mio editoriale tra qualche mese se mai dovesse verificarsi l’ennesimo default di una banca che può crollare per vari motivi.

Perché non sarà più possibile un nuovo salvataggio statale (mettendo le mani nelle tasche degli italiani) di un istituto di credito!

Perché l’UE nei prossimi mesi affronterà le revisioni dei due provvedimenti europei che regolamentano i fallimenti bancari e i requisiti di capitale.

Perché e’ ormai acclarato ( a breve ne avremo le testimonianze) che gli attuali controlli di Bankitalia e Consob sono solo formali.

Perché i requisiti patrimoniali sono garantiti attraverso “magheggi” che nemmeno il mago Silvan ........

Perché le pene per i manager che mettono in ginocchio le banche non saranno inasprite.

Un consiglio quindi alle migliaia di risparmiatori danneggiati e che hanno visto azzerare i loro risparmi: tu-te-la-te-vi ! Prima che si troppo tardi perché poi si trova sempre qualcuno disposto ad acquistare la banca ad un euro ! Chiedete ai risparmiatori di Popolare di Vicenza e Veneto Banca!

A presto

 

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COME AGIRE DI FRONTE AL TURNOVER SELVAGGIO DEI PROMOTORI FINANZIARI

COME AGIRE DI FRONTE AL TURNOVER SELVAGGIO DEI PROMOTORI FINANZIARI


Articolo di Vincenzo Imperatore su il Roma

Prendo spunto da una intervista rilasciata da Giacomo Campora, direttore generale di Allianz Spa e amministratore delegato di Allianz Bank, a Citywire (
http://citywire.it/news/campora-allianz-i-capi-delle-reti-non-devono-agevolare-i-professionisti-del-cambio-di-casacca/a1045934 ) in occasione del Forum Ambrosetti di Cernobbio per affrontare il tema del turnover selvaggio dei promotori finanziari nelle reti. Semplificando si tratta di capire il fenomeno del continuo “cambio di casacca”, cosi come specificato da Campora, che una buona fetta di promotori finanziari esercita come “professione” per fare cassa attraverso l’incasso di un bonus dal nuovo intermediario grazie al trasferimento del suo patrimonio gestito.

. In particolare Campora si sofferma sulla eccessiva aggressività nell’ attivita’ di reclutamento degli ultimi tempi manifestata da banche e reti di promotori finanziari sottolineandone le cause (“In particolare, oggi so che in tutte le reti c’è grande fermento perchè molti vedono il secondo semestre 2017 come l’ultima possibilità di cambiare rete prima della aumentata trasparenza portata da MiFID2”) ma soprattutto suggerendo una soluzione ( “Chi gestisce le reti non deve agevolare chi ha fatto del cambio di casacca una professione” ).

Sono pienamente d’accordo con Campora ma al riguardo occorre fare alcune considerazioni.

Innanzitutto siamo certi che la copiosa (centinaia di pagine) disciplina MIFID II,in vigore nel 2018 con l’obiettivo di garantire un livello superiore di trasparenza nei confronti del cliente attraverso la esplicitazione di tutti i costi che lo stesso sostiene, prenda in considerazione anche il “premio di ingaggio”? I clienti di una rete di promotori finanziari sono solitamente di natura “private”, con elevate disponibilita’, con una cultura finanziaria media piu evoluta ma soprattutto molto attenti alle eventuali variazioni di condizioni.

In particolare quella tipologia di cliente e’ molto attenta sia ai costi espliciti (quelli che vede subito e presenti suoi prospetti informativi) che a quelli impliciti (non immediatamente percepibili come la commissione di gestione di un fondo). Spetta quindi alla Consob chiarire bene tale aspetto prima della entrata in vigore della direttiva comunitaria e accendere un faro su tale problematica che, se ben disciplinata, puo’ costituire un primo deterrrente per i “professionisti del cambio casacca”. Dire a un cliente “...senti da domani non sarai piu cliente di Banca X ma di Banca Y perche’ io devo guadagnare 500.000 euro ....” sara’ un po' piu difficile.

Il secondo aspetto riguarda invece la solidita’ patrimoniale delle societa’ intermediarie (banche e SIM) che influenza fortemente lo scarico del bonus di ingaggio sui rendimenti dei clienti.

Laddove infatti ci troviamo di fronte a banche o SIM con ottimi ratios patrimoniali, il reclutamento di consulenti da altre reti puo’ essere visto come investimento alla stregua di quelli effettuati dalle banche quando aprono (meglio dire aprivano!!) nuovi sportelli. A tal proposito abbiamo più volte sottolineato su queste colonne che l’indice Core Tier 1 puo’ essere un utile (ma non l'unico ) indicatore

Il problema nasce quando quell’attivita’ selvaggia di recruiting e’ fatta da aziende i cui bilanci presentano buchi: in tal caso il costo dell’arruolamento non riuscirebbe a creare valore per l’azienda.

Forse e’ per questo motivo che Allianz Bank e’ prima nella classifica del reclutamento a luglio 2017 ?

 







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La pensione di scorta

La pensione di scorta


Articolo di Vincenzo Imperatore su Il Roma

Stiamo affrontando su queste colonne da qualche settimana il tema della gravissima situazione in cui si trova il nostro sistema pensionistico e della necessità del ricorso a forme di previdenza complementare.Oggi cerchiamo di capire quali sono i fattori rilevanti da valutare per una adesione consapevole e proficua.

Cominciamo dal fattore tempo che può essere vissuto dal potenziale aderente talvolta come un ostacolo, tra l’altro come un vantaggio. Infatti mentre da un lato il lavoratore ha la tendenza a non decidere rinviando la scelta (“tanto c'è tempo», il pensiero più diffuso quando si parla di previdenza complementare), dall’altro andrebbe ben considerato che il timing è la variabile più importante.

Aderire da giovani ad un fondo pensione consente di impegnare modeste risorse poco per volta e sfruttare la rivalutazione dei mercati finanziari, ottenendo così importi più rilevanti al termine della propria vita lavorativa. Una altra regola basica da tener presente nella scelta dei piani previdenziali si basa sul concetto che più si è lontani dalla pensione e più è necessario accettare del rischio.

I fondi pensione sono particolarmente adatti alla calmierazione del rischio attraverso un’ attenta diversificazione imposta per legge. A tal proposito l’approccio più corretto è il cosiddetto “Life Cycle”. Si tratta di un modello che rimodula nel tempo le varie componenti di attivo in base all'orizzonte temporale, diminuendo progressivamente la parte azionaria, fino ad arrivare a scadenza con il portafoglio investito al 100% sul mercato monetario.In sintesi il rischio del portafoglio previdenziale andrà diminuito con l’avvicinarsi del momento della percezione della prestazione.

Il risparmio fiscale è un’ altra importante opportunità; lo Stato infatti favorisce l’adesione a programmi di previdenza complementare attraverso la progressiva riduzione della pressione fiscale sulle prestazioni finali. Le aliquote applicate sono inversamente proporzionali agli anni di partecipazione al fondo pensione, passando da un massimo del 15% ad un minimo del 9%. Più anni ci rimani, meno paghi di tasse !

Infine abituiamoci nella finanza previdenziale a ragionare in termini percentuali più che in valori assoluti. Si tratta di un altro elemento di accortezza che salvaguarderà la prestazione finale dagli effetti carsici dovuti all’inflazione. Una pensione di 2.000 euro, oggi prevista per il 2032 e considerata coerente con il proprio stile di vita, potrebbe non avere lo stesso valore reale al momento della erogazione. Una scelta così importante richiede anche un monitoraggio costante che non consiste solo nella rendicontazione annuale (peraltro in molti casi approssimativa), ma soprattutto dell’aiuto di seri professionisti che rappresentino società di provata tradizione in materia, che sappiano avvalersi di società di gestione con respiro internazionale e che tengano conto dei continui mutamenti normativi e finanziari facendo dell‘innovazione anti obsolescenza il loro core-business. Occhio quindi ai bancari che vogliono fare gli assicuratori (cosi come agli assicuratori che vogliono fare i bancari!)





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Previdenza, serve ricorrere alla complementare

Previdenza, serve ricorrere alla complementare


Articolo di Vincenzo Imperatore su Il Roma

E’ inutile girarci intorno: per la “generazione di mezzo”non è più sufficiente versare i contributi all’INPS per assicurarsi una certa tranquillità economica una volta cessata l’attività lavorativa. La “generazione di mezzo” rappresenta tutti quei lavoratori che hanno iniziato la loro attività nei primi anni ‘90 con la certezza di andare un domani in pensione con il glorioso e munifico sistema retributivo ( pensione pari alle ultime retribuzioni ricevute) e si sono invece ritrovati a subire la riforma pensionistica del 1995 (riforma Dini) e passare ad un regime pensionistico misto, un po’ “retributivo” e molto “contributivo” ( pensione calcolata in base ai contributi versati). Non si può fare quindi completo affidamento sulla pensione obbligatoria che ci verrà assegnata un domani. Il nostro sistema previdenziale prevede infatti che i contributi versati ogni mese dai lavoratori di oggi vadano a sostenere chi è già in pensione. Ma con la popolazione che invecchia e la vertiginosa diminuzione dei giovani in grado di versare contributi, il modello non è più sostenibile.

Fanno rabbrividire infatti i dati inerenti il bilancio di previsione dell’INPS per il 2017, trasmessi con la solita competenza e trasparenza dal Presidente Tito Boeri al Consiglio di Indirizzo e Vigilanza, che tuttavia non lo ha ancora approvato. Iniziamo dalla gestione della cassa: nonostante l’aumento delle entrate, stimate in €uro 405,2 miliardi, le uscite crescono maggiormente, attestandosi in €uro 411,8 milioni, che produrrebbero un risultato economico di esercizio in deficit per €uro 6.1 miliardi. Se questo andamento gestionale verrà confermato, a fine 2017 si prevede un disavanzo patrimoniale di €uro 7,9 miliardi. L’organo di indirizzo e vigilanza dell’ente motiva la bocciatura sottolineando il mancato riscontro di risposte a problematiche già evidenziate, come l’evasione contributiva, la riscossione dei crediti e la gestione del patrimonio immobiliare. Sulla stampa vari esponenti del mondo politico gettano acqua sul fuoco, ricordando che le prestazioni pensionistiche sono garantite dallo Stato. Tanto è vero che i trasferimenti dal bilancio pubblico nazionale all’INPS continuano ad aumentare (sfiorano i €uro 110 miliardi, dato più aggiornato del 2017).

Ma fino a quando può durare? Nel bilancio INPS, oltre ad una gestione di cassa negativa, spicca l’ammontare dei crediti da contributi (ancora da incassare), pari a €uro 109,7 miliardi. Ma non tutti questi crediti saranno incassati: il 54% degli stessi (59,5 miliardi di euro) sono catalogati come “crediti non performanti”, risorse cioè di cui si attende una dubbia o difficoltosa riscossione. Collocando la situazione lungo uno spettro temporale più ampio, si calcola che il deterioramento cumulato del valore patrimoniale dell’Istituto potrebbe raggiungere €uro 50 miliardi nei prossimi 5 anni. Considerando che la spesa pensionistica incide per il 16% del PIL, la preoccupazione reale non deve rivolgersi tanto alla solvibilità dell’ente, ma quanto sulla sostenibilità dei conti del Tesoro.

E’ opportuno aumentare la consapevolezza dei cittadini rispetto a queste tematiche e tenere alta l’attenzione mediatica per chiedere al legislatore interventi di cura risolutiva, onde evitare profonde crisi di sistema. Ma soprattutto il cittadino deve rendersi conto che ormai il ricorso alla “previdenza complementare” e’ inevitabile! Affinché però ognuno riesca garantirsi una certa tranquillità economica una volta cessata l’attività lavorativa, conviene correre ai ripari (e farlo alla svelta), optando per una soluzione di risparmio previdenziale complementare. Come sceglierla? Ne esistono di diversi tipi, ognuna con i suoi pro e i suoi contro. E’ una vera e propria giungla in cui la fanno da padrone, oltre alle compagnie di assicurazioni, banche e reti di promotori finanziari.



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La CRIF diagnosi di un male eterno

La CRIF diagnosi di un male eterno


Articolo di Vincenzo Imperatore su il Roma


Le due banche dati fondamentali per l’esame creditizio sono la CR (Centrale Rischi di cui abbiamo gia parlato ) e la CRIF. Due acronimi utilizzati dai bancari come subdole minacce per intimorire i clienti, creando nell’immaginario collettivo la sensazione che la “segnalazione in CR o in CRIF” sia una malattia incurabile da trattare in isolamento e il “segnalato” quasi un lebbroso.

Facciamo chiarezza

CRIF è il gestore del principale Sistema di Informazioni Creditizie (SIC) presente in Italia, chiamato EURISC. Si tratta di un archivio informatico che contiene i dati sui finanziamenti richiesti ed erogati a privati e imprese. Sono oggetto di segnalazione i finanziamenti di qualsiasi importo (diversamente da quanto previsto per la Centrale Rischi che censisce solo finanziamenti di importo superiore a 31.246 euro ).Le informazioni contenute nel SIC vengono raccolte e trasmesse a CRIF dalle banche e dalle società finanziarie che aderiscono volontariamente al sistema. Le stesse banche e società finanziarie possono poi consultare le informazioni registrate sul SIC per quei soggetti che richiedono credito al fine di valutarne l’affidabilità e il livello di indebitamento attuale e prospettico. E’ bene precisare che i dati relativi ai finanziamenti non vengono trasmessi al SIC soltanto in caso di ritardo di pagamento. EURISC non è quindi un archivio di cattivi pagatori ma una banca dati con aggiornamenti mensili che contiene sia dati negativi, relativi a finanziamenti con rimborso non regolare, sia soprattutto dati positivi ( circa il 95% dei casi), relativi a finanziamenti con rimborso regolare.

Su due aspetti pero’ voglio soffermarmi e riguardano le domande che maggiormente mi vengono poste dai lettori :

A) se pago una rata in ritardo contraggo subito la peste bubbonica? NO.

In caso di ritardi nei rimborsi del finanziamento, la segnalazione del primo ritardo di pagamento sul rapporto di credito viene resa visibile sul SIC solo in caso di mancato pagamento per 2 mesi consecutivi o 2 rate. Non solo ma l’istituto di credito deve inviare al consumatore, 15 giorni prima della segnalazione al SIC, una comunicazione che lo avvisi del ritardo e del fatto che tale ritardo verrà segnalato nel SIC, in modo da verificare in tempo eventuali disguidi. La segnalazione di altri ritardi successivi al primo avviene comunque attraverso gli aggiornamenti mensili inviati dall’istituto di credito ai SIC.

B) se regolarizzo la mia posizione e pago le rate morose, per quanto tempo rimangono visibili “i ritardi dei pagamenti”?

Se ho pagato solo due rate in ritardo, la segnalazione rimane per i 12 mesi successivi alla regolarizzazione; se invece ho pagato in ritardo 3 o piu rate, quella “cattiva notizia” rimarra’ segnalata per i 24 mesi successivi alla sistemazione.

Domande che quasi sempre hanno alla base una risposta; quella delle banche che hanno rifiutato la concessione di un finanziamento perche’, nonostante la sistemazione, la segnalazione era ancora presente! E magari si riferiva a un ritardo di pagamento avvenuto 23 mesi fa perche’ non ce la facevo ad arrivare a fine mese ! Tenete presente che dopo circa 10 anni di crisi economica (la piu lunga della storia) forse anche Bill Gates ha avuto una qualche difficolta’ a pagare regolarmente il finanziamento per l’acquisto del materasso da Giorgio Mastrota.
Piuttosto che parlare inutilmente di “giubileo bancario” , occorrerebbe soffermarsi sulla necessita’ di rivedere i criteri di merito creditizio.

Ne parleremo prossimamente

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Un buon consulente sa usare le sue emozioni

Un buon consulente sa usare le sue emozioni
Continuiamo (penultima puntata) nel percorso della psicologia economica analizzando, prima di una sintesi finale di questo viaggio durato circa due mesi, la grammatica delle emozioni sociali.
Cominciamo col dire che non basta la con-cognizione, e cioè le conoscenze comuni, per impostare un buon rapporto con la clientela .
Ci vuole anche la com-passione, e cioè le credenze reciproche e le emozioni.
Come funzionano questi processi?
La selezione naturale della specie ha messo a punto uno strumento fondamentale per integrare i processi cognitivi e quelli emotivi, così da guidare e motivare l’azione: le emozioni.
NEL LABIRINTO DELLE EMOZIONI. Le emozioni sono una componente essenziale della vita mentale. Una persona che controlla male le proprie emozioni, che le prova in modo sbagliato, che scambia la paura con la rabbia, incontrerà difficoltà insormontabili nel portare a compimento i suoi programmi, nella realizzazione dei suoi piani, nella comprensione delle intenzioni altrui e nelle interazioni sociali.
In termini generali, come descrivere l’azione motivante delle emozioni?
Immaginiamo un individuo che agisce per raggiungere uno scopo. Egli prospetta un futuro piano d’azione, imposta un programma e cerca di eseguirlo. Nel corso dell’esecuzione del programma potrà incontrare due tipi di sorprese negative:

A- accorgersi che lo scopo del programma non lo soddisfa più a causa di cambiamenti nelle sue preferenze;

B- accorgersi che lo stato di cose previsto dal programma non si sta realizzando; e sorprese di tipo positivo;

C-
accorgersi che il programma di esecuzione comporta benefici superiori a quelli previsti.

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Finanza comportamentale. Sfida psicologica alla banca

Finanza comportamentale. Sfida psicologica alla banca
 La natura della psicologia degli investimenti e della finanza comportamentale.

Da sempre, nella formazione degli operatori della finanza (e non dei risparmiatori), viene dato un giusto peso alle nozioni economiche e finanziarie che concorrono alla formazione dei prodotti che vengono collocati.
Negli ultimi anni, però, una serie di studi ha messo in luce quella che potremmo chiamare finanza ingenua o, più tradizionalmente, finanza comportamentale.
L'ANALISI È MENTALE. Si tratta, in sostanza, dell’analisi dei modelli mentali con cui i profani si rappresentano il rischio connesso agli investimenti e delle motivazioni che guidano le decisioni in questi ambiti, oltre che dell’esame dei loro comportamenti effettivi.
Il termine finanza comportamentale sottolinea, per ragioni retoriche, soltanto questo ultimo aspetto.
Tuttavia i comportamenti dei risparmiatori non sono casuali o irrazionali.
Sono sistematici e guidati dalle loro procedure cognitive.
OCCHIO ALLE TRAPPOLE. Il lavoro degli studiosi di psico-economia ha evidenziato come le modalità quotidiane di presa di decisione e le emozioni così innescate possano sfociare in quelle che potremmo definire trappole cognitive o “tunnel”: una volta che un problema è stato impostato in un certo modo è difficile sfuggire, sul piano comportamentale, a una serie di conseguenze.
I BANCARI SANNO MUOVERSI. È bene sapere però che i bancari (gestori e management) sono consapevoli del formarsi di tali conseguenze per “sfruttarle” e non per impostare meglio un dialogo e mantenere una relazione sana e trasparente con il cliente.
La consapevolezza di questo stato di cose sta emergendo in coloro che, pur non essendo psicologi cognitivi, si dedicano allo studio delle decisioni e dei comportamenti dei profani sui mercati.
FOCUS SUI COMPORTAMENTI. In questo periodo estivo-feriale la rubrica Lo sportello si propone appunto di illustrare, in modo non tecnico ma approfondito, tutti gli argomenti più rilevanti dal punto di vista delle applicazioni della finanza comportamentale.
Andrea Beltratti, professore alla Bocconi, anni fa ha sottolineato giustamente come alcuni risultati di questa disciplina siano sorprendenti: mostrando per esempio che la scelta di allocazione di portafoglio di un sottoscrittore a un piano pensionistico è influenzata dalle modalità di offerta.
OBBLIGAZIONI O AZIONI? Se il prodotto comprende la scelta tra due fondi azionari e due fondi obbligazionari la scelta finale prevalente sarà un investimento del 50% in titoli azionari.
Ma se il prodotto comprende tre fondi azionari e uno obbligazionario, la scelta finale sarà probabilmente un investimento del 75% in titoli azionari.

Siamo schiavi di contesti in cui ci troviamo a decidere

Cercheremo qui di spiegare la natura di tali scelte, determinata sia dall’influenza di fattori contingenti sia dalla forza di meccanismi cognitivi che ci rendono schiavi degli specifici contesti in cui ci troviamo a decidere.
Sempre in linea con questo modo di pensare, Beltratti ricorda che altre analisi mostrano che le persone tendono a dare troppo peso alle singole notizie, senza porle in contesti più ampi.
Oppure che gli investitori odiano vendere i titoli in perdita.
L’elenco è lungo: si tratta di elementi che suscitano interrogativi, ma che, allo stesso tempo, ci aiutano a comprendere le possibili motivazioni di certi eventi.
REAZIONI 'DI PANCIA'. Per esempio, martedì 27 maggio 2003 sono usciti dati migliori delle attese sulla fiducia dei consumatori e la vendita di case, provocando un entusiasmo d’altri tempi e una crescita dei mercati americani del 3%.
È possibile che qualcuno si sia dimenticato di porre questa notizia nel contesto di una situazione generale ancora negativa dal punto di vista congiunturale e abbia erroneamente pensato che l’arrivo di una rondine abbia portato la primavera?
SCELTE QUASI INSPIEGABILI. Cercheremo in questa rubrica non tanto e non solo di rispondere a interrogativi del genere, ma di fornire gli strumenti più generali per analizzare i meccanismi e le motivazioni che innescano scelte altrimenti inspiegabili.
Ciò è utile non solo per capire come funzionano di fatto le menti degli investitori, e i loro conseguenti comportamenti, ma anche per evitare di buttare tutto ciò che non è spiegabile con l’approccio tradizionale in un grande cestino chiamato “irrazionalità delle scelte finanziarie degli individui” che le banche conoscono bene.
RAZIONALITÀ DIVERSA. Esse obbediscono, come vedremo, a una razionalità diversa, spesso funzionale alla quotidianità ma talvolta fuorviante nei contesti economici.
La finanza comportamentale non si limita ad analizzare e a cercare di capire a posteriori quello che è successo.
Se così fosse si tratterebbe di una disciplina storica.
Aspira anche, come un qualsiasi sapere scientifico, a proiettare i suoi principi nel futuro e, quindi, a prevedere alcune tendenze date le condizioni realizzatesi in passato.

Difesa nella gestione dei rapporti con la banca

Ha scritto anni fa sempre Andrea Beltratti: la finanza comportamentale può aiutarci a comprendere perché i mercati azionari siano da qualche tempo in un trading range abbastanza ristretto.
Gli investitori che hanno comprato nel corso del 2002 e che hanno visto il valore dei loro risparmi scendere sino all’inizio del 2003 si saranno forse rifiutati di vendere in perdita ma, a meno che non siano diventati ottimisti sul futuro, tenderanno ad approfittare di ogni piccolo rally di mercato per rialleggerire le posizioni spuntando un piccolo guadagno.
Questo costituirebbe un ostacolo significativo alla crescita futura dei mercati, il cui andamento potrebbe essere ostacolato dalla presenza di investitori pentiti che non vedono l’ora di uscire da un asset class che ha mostrato di poter dare delusioni anche in presenza di prezzi di acquisto che sembravano interessanti.
NOZIONI BASE UTILI. Al di là di previsioni contingenti di tale tipo, fornire informazioni basiche nel campo della finanza comportamentale è essenziale per impostare l’azione di “difesa nella gestione dei rapporti con la banca”.
In questa rubrica inizieremo con le nozioni di base, e cioè il concetto di utilità attesa e di propensione al rischio.
Mostreremo i diversi atteggiamenti nei confronti del rischio in condizioni soggettive di guadagno o di perdita.
Passeremo poi in rassegna i meccanismi mentali connessi a fenomeni noti, come il premio al rischio e la teoria del portafoglio.
ERRORI E BILANCI MENTALI. Analizzeremo le conseguenze della nozione di bilancio mentale, di baldanza cognitiva (over confidence), di correlazione illusoria, gli effetti chiamati scelte locali, e la variante borsistica dell’errore fondamentale dell’attribuzione.
Seguiranno poi i meccanismi della focalizzazione, del rimpianto e della dissonanza cognitiva.
Particolare attenzione sarà dedicata all’applicazione di tali nozioni alla psicologia degli investimenti.

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State alla larga dal commercialista tuttologo

State alla larga dal commercialista tuttologo
 Ripeto spesso che probabilmente la responsabilità della crisi della piccola imprenditoria del nostro paese non è solo delle banche le quali hanno la grandissima capacità di insinuarsi nelle falle del sistema per trarne il massimo dei profitti, come i piu biechi avvoltoi si buttano sul moribondo per finirlo definitivamente.
Un falla di questo sistema è rappresentata dalla qualità della consulenza professionale “standard”, molto capace finora di organizzare dei bellissimi funerali, ma non in grado di curare il malato, anche se terminale o, peggio ancora, poco attenta al paziente sano che potrebbe contrarre qualche virus.
E in Italia quando si parla del consulente di una piccola impresa l’identificazione è immediata: il commercialista se non addirittura il ragioniere-commercialista.
Colui che negli ultimi 30 anni è stato interpellato dal piccolo imprenditore essenzialmente per evadere il fisco ('il migliore è colui che fa pagare meno tasse') e per far quadrare la “partita doppia”.
IL COMMERCIALISTA COME RAGIONIERE. Ancora oggi nell’immaginario di tanti piccoli imprenditori il commercialista è il classico “ragioniere”, impegnato da mattina a sera a inserire fatture nel software. E fin qui, benché riduttivo, siamo nell’ambito delle competenze specifiche di questo professionista che dovrebbe limitarsi a fornire la sua consulenza in ambito contabile e fiscale.
Ma ciò che preoccupa è soprattutto il fatto che per molti, ancora oggi, è colui che risolve tutti i problemi che sorgono in un’azienda, come una sorta di Superman. Per altri ancora è il confessore, in grado di far uscire dallo studio il cliente sollevato grazie alla sua “benedizione”.
Un commercialista che chiama solo per annunciare la mazzata di tasse che sta per arrivare si è mosso in ritardo. Il suo compito è anche quello di guidare il cliente e metterlo in guardia al momento giusto. Ci sono casi in cui conviene addirittura fermarsi e non lavorare pur di non vedere tutto sfumare in tasse. Il commercialista da scegliere è una persona capace di tenere sotto controllo i conti del cliente e avvisare quando, per esempio, è il caso di fargli rimandare l’emissione di una fattura.
QUANTA IGNORANZA DELLE REGOLE. Un commercialista che mette a disposizione del cliente i dati di bilancio sempre con notevole ritardo (per cui spesso al settembre dell’anno in corso l’imprenditore ancora non conosce i dati dell’anno precedente) mette oggi in condizione la banca di adottare strategie difensive nei confronti della piccola impresa.
Non solo, ma ho visto tanti commercialisti alterare inconsapevolmente l’equilibrio finanziario di piccole imprese consigliando di acquistare il tornio rivolgendosi alla banca per chiedere uno scoperto di conto corrente così come di rifornire il magazzino con finanziamenti a medio lungo termine.
In tal modo, manifestando assoluta ignoranza delle regole basiche di gestione della finanza, lo sta portando direttamente al patibolo in quanto le attrezzature si acquistano con finanziamenti a medio lungo termine e il circolante si finanzia con i fidi a breve.
Mai analisi preventive, decisioni coraggiose, sempre a sostenere gli stessi criteri di gestione (che denotano mancanza di aggiornamento), ma soprattutto sempre consultazioni post: appunto quando il paziente è morto.

Quei consulenti concausa dei default aziendali

Mi imbatto spesso in organizzazioni che hanno scarsa cultura finanziaria e si affidano a consulenti (soprattutto commercialisti-fiscalisti) che hanno una professionalità in materia finanziaria generica e poco incline alla gestione dei “momenti difficili” e che spesso sono stati concausa dei default aziendali.
Che spesso hanno consigliato, soprattutto in questi ultimi anni, per incompetenza e talvolta per connivenza (anche i commercialisti hanno un conto in banca), di sottoscrivere piani di rientro “capestro” imposti ai piccoli imprenditori dalle banche.
Ma non dobbiamo meravigliarci , né stigmatizzare i comportamenti di una categoria professionale che stimo, perché i commercialisti-fiscalisti hanno grandissima competenza in materia contabile-amministrativa-fiscale e per quelle skills (e solo per quelle) dovrebbero essere interpellati.
SENZA ESPERIENZA SI FANNO DANNI. Questa riflessione non vuole essere assolutamente un attacco a una categoria di professionisti che, laddove specializzati in finanza aziendale, rappresenta un grande valore aggunto per l’imprenditore, ma è sicuramente un invito alla categoria ad assumere consapevolezza delle qualificazioni e degli studi, nonché della esperienza, necessarie. Altrimenti si fanno danni.
Il problema è che nel paese dove tutti siamo allenatori della nazionale di calcio, tutti ritengono utile esprimere in pubblico le loro opinioni. Ma le opinioni sono irrilevanti in campo tecnico e la finanza aziendale è un campo tecnico ben circoscritto. Se io voglio imparare a nuotare non ascolto il parere del farmacista o del macellaio (con tutto il rispetto per queste due professioni) ma mi conviene ascoltare quello di Federica Pellegrini).
Nel nostro Paese invece nel corso degli ultimi 40 anni, le aziende si sono rivolte a questi professionisti anche per essere consigliati in merito al medico da interpellare per la tonsillite del figlio.
BISOGNA RICONOSCERE LE COMPETENZE. Una sorta di “tuttologo” che tutto sa (impossibile) e che tutto risolve (impossibile), a cui veniva (e tuttora viene) affidata la responsabilità della intera gestione della azienda e dei relativi problemi personali.
Riconoscere le competenze specializzate: questo è il punto.
Ancora oggi la figura del commercialista tuttologo – di colui cioè che svolge un po' di tutto, dalla tenuta delle contabilità alla predisposizione delle dichiarazioni dei redditi, alla consulenza per il risanamento delle crisi aziendali, passando per la difesa nel contenzioso tributario e lo svolgimento di attività di ausiliario del giudice nelle procedure concorsuali o come consulente tecnico d'ufficio, è destinata ad avere scarse possibilità di sopravvivenza in un sistema che richiede sempre più competenze specialistiche.
Deve essere preparato senza essere un tuttologo. Fare il commercialista non significa fare anche il direttore finanziario o il notaio, o l’ avvocato, o il geometra.
Può fornire alcuni suggerimenti di massima, ma non avventurarsi in sentieri che non gli competono. Presentare i giusti riferimenti professionali ai suoi clienti credo che sia sinonimo di serietà professionale e di continuità di lavoro.
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Revolving o revolver? Quella carta ? una rapina

Revolving o revolver? Quella carta ? una rapina
 Questa settimana si parla delle carte di credito revolver. Ops, lapsus freudiano. Volevo dire revolving, ma conoscendo bene il sistema il mio subconscio mi ha fatto pensare alla rivoltella che viene purtroppo puntata alla testa del malcapitato cliente.

Sì perché l’ennesimo risultato della crisi economica è il collocamento di massa da parte del sistema bancario (ma anche finanziario e di società commerciali in genere) della carta di credito revolving, un nuovo tipo di prestito, facile da ottenere e per questo molto più caro che permette di comprare oggi e pagare in rate mensili, invece che a saldo il mese successivo come si fa con le carte di credito tradizionali.
AVVOLTOI SUI CITTADINI ESASPERATI. Gli avvoltoi hanno pensato bene di buttarsi sul cadavere del cittadino esasperato e impoverito dalla recessione che, impossibilitato a pagare quanto acquistato anche a un mese dalla data di spesa, è costretto a dilazionare su un periodo di tempo molto piu lungo (a rate mensili) la restituzione.
Un fido insomma, semplice da ottenere ma con dei tassi di interesse pesanti, sostanzialmente usurai.
LA CARTA TI ARRIVA A CASA. La Banca d'Italia per il trimestre luglio-settembre 2015 ha rilevato un tasso medio effettivo globale su base annua (taeg) del 16,65% per prestiti fino a 5 mila euro, con un tasso soglia usura del 24,65% (il tasso oltre il quale scatta l'usura), il più alto in assoluto rispetto a tutte le altre tipologie di finanziamenti: un prestito personale si aggira intorno al 11-12% di tasso medio, con un tasso soglia del 18-19%.
Numeri succulenti per banche e finanziarie che magari il prestito non lo danno ma la revolving spesso la spediscono direttamente a casa.
BANKITALIA ALZA LA SOGLIA USURA. Grazie mamma Bankitalia, grazie di cuore per aver innalzato la soglia usura quasi al 25 % ed evitato di far accusare (e condannare) banche e finanziarie che possono applicare anche prezzi fino a circa il 24%. Come se applicare il 24% piuttosto che il 25% salvasse l’etica e la coscienza di strozzini e truffatori. Ma questa è l’Italia dove il controllore (Bankitalia) è governato dai controllati.
 

I soldi a disposizione si 'rigenerano'


Un meccanismo semplice: il cliente ha a disposizione una somma di denaro da utilizzare a piacere, in un'unica volta o in più occasioni, che può restituire con comodi rimborsi mensili.
Quando la usa, la sua disponibilità diminuisce, ma si ripristina automaticamente a ogni rimborso rata. Ogni rata comprende una quota capitale e una quota interessi. La quota capitale va a ripristinare il credito disponibile.
NON CHIAMATELO CREDITO. Così il suo credito non si esaurisce e lui puoi contare sempre su una riserva di denaro che è come una droga per chi deve affrontare con difficoltà le ordinarie spese quotidiane.
La “ricostituzione” continua del credito disponibile con rimborsi minimi mensili (mediamente tra il 3% e il 5% della linea di credito concessa) e gli eventuali nuovi utilizzi comportano una durata non predeterminata del finanziamento ma la rata non cambia.
I venditori-squali delle banche te la spiegano come se fosse l’affare della vita: avere a disposizione sempre una sorta di “salvadanaio” che si riempiva man mano che ripagavi la rata mensile. Quanto sono bravi i bancari a modificare le leggi macroeconomiche: trasformare il credito in risparmio a usura. Keynes li perdonerà.
LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI INTERESSI. Questo tipo di carte nasconde un meccanismo perverso di moltiplicazione dei tassi d'interesse per cui sembra che non si finisca mai di pagare. Soprattutto perché la banca e la finanziaria non fanno il computo del debito residuo e poi perché sulle carte di credito revolving il tasso viene applicato a livello mensile e non annuale.
Inevitabile, dunque, che la situazione possa sfuggire di mano al cliente. Secondo i calcoli effettuati da Euroconsumatori, su un contratto per un importo a disposizione di 2 mila euro e per utilizzi di poco più di 12.800 euro distribuiti in sei anni, «il cliente paga più di 17.200 euro. Insomma più di 4 mila di interessi e spese, per avere sempre a disposizione 2 mila euro».
La situazione peggiora se si salta anche una sola rata: gli interessi di mora sono altissimi, una rata da 135 euro può schizzare a 197.
LE MULTE NON INCIDONO. L'Antitrust ha attivato un numero verde (800.16.66.61) a cui far riferimento per le pratiche commerciali scorrette in cui rientrano anche i tassi applicati sulle revolving. Altroconsumo - che un paio di anni fa aveva diffidato un gruppo di istituti (Accord Italia, Agos, American Express Italia, Carrefour servizi finanziari, Cartasì, Compass, Consel, Ducato, Findomestic, Unicredit Family FinancingBank) che rilasciavano queste carte 'cappio' per le clausole vessatorie nascoste nei contratti - ha predisposto sul suo sito un servizio per calcolare il reale costo del pagamento rateale con una revolving.
Qualche multinazionale è stata pure multata ma voi pensate che le banche e le finanziarie non mettano in bilancio un accantonamento (che incide forse dello 0,5% dei guadagni) a fronte di tanto grasso che cola?
Fino a che trovano polli da spennare, che non si rendono conto della trappola in cui cadono, della spirale senza fine di pagamenti imposti prima di poter sancire la chiusura del debito, perchè fermarsi?

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DOMENICA 29 MARZO: IO SO E HO LE PROVE A "PRESA DIRETTA" RAI 3

DOMENICA 29 MARZO: IO SO E HO LE PROVE A "PRESA DIRETTA" RAI 3
Domenica 29 Marzo andrà in onda in prima serata su Rai 3 l’ultima puntata di “Presa Diretta”, noto programma di approfondimento giornalistico condotto da Riccardo Iacona.
In questa occasione ci sarà spazio per una interessante intervista di Federico Ruffo al Dottor Vincenzo Imperatore, incentrata sul difficile rapporto tra banche ed evasione fiscale, tema ricorrente nel libro “IO SO E HO LE PROVE”.
 
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Usura bancaria, come difendersi.

Usura bancaria, come difendersi.
Partiamo da non molto lontano. Luglio 2014: la Scuola superiore della magistratura, su iniziativa del suo presidente Valerio Onida e in collaborazione con l'Abi (Associazione bancaria italiana) e Banca d'Italia, ha organizzato un corso che ha dell'incredibile.
Giudici a lezione dalle banche sul reato di usura. Ne diede notizia Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano, aprendo così il suo articolo: «Da quando il Codice penale è stato modificato e il reato di usura non è più tipico dello strozzino ma anche dei banchieri qualora applichino tassi esagerati, le nostre scienze giuridiche si arrovellano: quando si può considerare superato il tasso soglia oltre il quale scatta il reato? E allora, quale migliore occasione che organizzare un corso antiusura mettendo in cattedra proprio le banche?».
OCCHIO AL TASSO SOGLIA. Il tema dell'usura bancaria è stato raccontato da Mario Bortoletto nel libro La rivolta del correntista (Chiarelettere 2014). Bortoletto è un imprenditore padovano che ha fatto causa a varie banche per usura e, «dopo che gli è stata sottratta la vita», ha avuto risarcimenti per somme molto ingenti.
Ma oggi di usura ne parla anche il fruttivendolo (che esperto non è) all'angolo della strada. È diventato argomento di discussione da bar al pari della ultima partita della propria squadra del cuore.
Ma di cosa si tratta? L 'usura bancaria scatta al superamento del cosiddetto tasso soglia. Il tasso soglia non è altro che il tasso massimo d'interesse che una banca può applicare al correntista. È stabilito trimestralmente dalla Banca d'Italia.
MUNITEVI DI UN CONSULENTE. Generalmente il tasso nominale applicato al correntista è inferiore al tasso soglia, ma la cosa fondamentale da sapere è che a determinare l'eventuale superamento del tasso soglia contribuiscono tutti i costi a carico del correntista (interessi di mora, commissioni, coperture assicurative).
Se la somma del tasso nominale e di tutti questi costi supera il tasso soglia, la banca è in usura. Ovviamente, per verificare la propria posizione, il correntista ha bisogno di tutta la documentazione bancaria (estratti conto scalari trimestrali se trattasi di finanziamenti 'a breve' nonché copia dei contratti con relativi piani di ammortamento se trattasi di finanziamenti a medio lungo termine) ma anche e soprattutto di un buon consulente che sappia maneggiarla e verificare ogni notizia di spesa in conto corrente. Con una perizia cosiddetta econometrica, il correntista può presentarsi davanti a un giudice e osare l'inimmaginabile: denunciare la banca.

Il gotha dei giudici a lezione dai banchieri

E allora nel luglio 2014 quale migliore occasione per invitare il gotha dei giudici a lezione di usura con i banchieri in cattedra? La denuncia del corso arrivò dall'associazione dei consumatori con parole di fuoco: «Sarebbe come invitare i magistrati a lezione antimafia nelle ville di Totò Riina o Bernardo Provenzano».
Nell'immaginario collettivo, quando si parla di usura, si pensa solo allo strozzino. Più raramente si riflette sul fatto che, al giorno d'oggi, gli usurai più diffusi sono proprio le banche (basta andare sul web e verificare le sentenze) la cui funzione istituzionale oltre alla raccolta del risparmio è paradossalmente l'erogazione del credito.
L'usura si annida dappertutto: dai mutui, ipotecari o chirografari (quelli senza alcuna garanzia reale) – che sono sicuramente quelli più esposti –, agli scoperti di conto corrente, ai leasing, ai factoring.
AUMENTANO LE DENUNCE. Delle «infamie» bancarie l'usura è sicuramente la più conosciuta dai correntisti, i quali, oggi sempre di più, si stanno rivalendo sugli istituti predatori. Pochi però sanno che presenta diverse tipologie, tutte riconducibili al mondo bancario e tutte perseguibili penalmente. L'usura è un reato punito dal Codice penale all'articolo 644, riformato dalla legge numero 108 del 7 marzo 1996.
Si verifica quando «taluno si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari». Il reato di usura non si riferisce solamente allo scambio di denaro, ma riguarda qualsiasi tipo di prestito. Pertanto, nell'ambito dello stesso articolo 644, sono previste diverse ipotesi di usura: «presunta» o ex lege, «in concreto» e «reale».
USURA PRESUNTA, IN CONCRETO E REALE. La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre e comunque usurari. Esiste infatti un parametro, superato il quale scatta lo strozzinaggio: in quel caso si parla di usura presunta. Basta superare il tasso soglia legalmente fissato e non è più richiesto che l'«agente» abbia approfittato dello stato di bisogno di una persona, come invece previsto nella vecchia formulazione della norma.
Inoltre, il quarto comma dell'articolo 644 del Codice penale stabilisce che per la determinazione del tasso di interesse usurario si deve tener conto anche delle commissioni, delle remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese – escluse quelle per imposte e tasse – collegate all'erogazione del credito.

Le pene: da due a 10 anni di carcere e multe fino a 30 mila euro

Il reato di usura prevede la reclusione da due a 10 anni, multe da 5 mila a 30 mila euro e soprattutto, per il correntista che ne faccia denuncia, secondo un sostenuto orientamento giurisprudenziale, la «sospensione» delle posizioni debitorie in attesa che il giudice si pronunci.
In ambito civile, poi, nel caso accertato di un mutuo usurario, il cliente è tenuto a restituire alla banca solo la somma ricevuta in prestito, senza dover corrispondere nemmeno un euro di interessi.
L'usura in concreto si verifica, invece, anche quando il tasso di interesse imposto non superi quello «soglia» stabilito dalla Banca d'Italia.
Scatta quando gli interessi da pagare sono eccessivi in relazione alla situazione di difficoltà economica in cui versa il cliente. Bisogna però dimostrare tutto con dati oggettivi.
NON È FORSE ASSOCIAZIONE A DELINQUERE? C'è infine l'usura reale, che non ha a oggetto il denaro ma altri beni. L'articolo 644, infatti, punisce anche il farsi dare o promettere «altri vantaggi», cioè una remunerazione di altro genere, allo stesso modo dotata del carattere di usurarietà. Sia per l'usura in concreto sia per quella reale le sanzioni sono le stesse di quella presunta.
Ma ora mi viene un dubbio: se l'usuraio più denunciato (e più condannato) in questo momento è la banca e se questa banca appartiene a una stessa organizzazione (l'Abi) che, salvo casi eccezionali, ha visto finora denunciati (e condannati) quasi tutti i suoi associati, si può configurare l'ipotesi di reato di associazione a delinquere?
CASSAZIONE CONTRO L'ANATOCISMO. Insieme con l'usura, altra operazione subdola e illegittima delle banche è l'anatocismo, pratica dichiarata illegittima dalla Cassazione, con sentenza del 2004.
Il meccanismo è molto semplice. Il termine deriva dal greco anà, cioè «di nuovo», e tokòs, «interesse», e consiste nella capitalizzazione degli interessi passivi affinché questi, appunto cumulati al capitale, producano maggiori interessi. Questa capitalizzazione composta comporta un aumento esponenziale del debito a carico del correntista.
Fino al 2000 l'anatocismo era vietato. In seguito, a causa di nuove normative, è stato consentito, per questo è sempre importante che il correntista verifichi se la banca ha fatto sottoscrivere rinegoziazioni che autorizzano questa pratica.
LOBBY E BANKITALIA SI MUOVONO. Nel decreto competitività del 2014 il governo ha cercato di reintrodurre l'anatocismo bancario come pratica legittima. Ma questa volta l'arroganza della lobby è stata sconfitta: il provvedimento non è passato al Senato.
Ma ormai il vaso è stato scoperchiato e occorre approfittarne per difendere i propri diritti calpestati perché forse un decreto salva-usura prima o poi arriverà e la Banca d'Italia già si è mossa da qualche mese innalzando i tassi soglia a livelli difficilmente superabili. Anche se ti fanno pagare l'aria.
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MONEY FARM - Profilo di rischio: cosa ? e come difendersi dalle banche

MONEY FARM - Profilo di rischio: cosa ? e come difendersi dalle banche
Inizia una nuova collaborazione del Dott. Vincenzo Imperatore con il blog di MoneyFarm, unica SIM italiana finanziaria indipendente on line.
Il modello MoneyFarm è innovativo in Italia, ma già consolidato all'estero, dove sia in America che in Gran Bretagna servizi simili sono offerti per esempio da Wealthfront, Simple e NutMeg.
In questa filosofia si inserisce il percorso di educazione finanziaria guidato dal Dott. Imperatore attraverso la rubrica mensile "Finanza in pillole" che, a partire dal 12 marzo, rappresenterà un appuntamento fisso per i lettori del blog.
Una nuova occasione per affacciarsi in modo semplice e chiaro al panorama finanziario italiano attraverso l'esperienza e i consigli dell'autore del libro "IO SO E HO LE PROVE".
Buona lettura !


Test di appropriatezza precompilati. Per poter piazzare i titoli ai clienti sprovveduti.


Se proprio vogliamo renderci conto di come lavorano le banche per noi clienti allora, lanciamo una “virtuale” class action che sui social network sta già riscuotendo successo in termini di followers: tutti in banca a chiedere di verificare (ed eventualmente modificare) il «proprio profilo di rischio».

L’obiettivo è di eliminare dalle mani delle banche lo strumento che consente alle stesse di proporre e vendere al cliente i prodotti che vogliono collocare, e quindi di tutelarsi con un paracadute da utilizzare in caso di eventuali contestazioni

Come funziona il test di appropriatezza.

Ma che cosa è il profilo di rischio?

La direttiva comunitaria sui servizi di investimento, entrata in vigore nel 2007 e nota come Mifid (Market in financial instruments directive), richiede che le banche, per qualsiasi cliente e per qualsiasi offerta di prodotti, debbano obbligatoriamente valutare «l’adeguatezza e l’appropriatezza del prodotto o servizio offerto e venduto ai clienti».

A tal fine, la nuova normativa stabilisce che ciascuna banca proceda obbligatoriamente a una classificazione dei propri clienti in base alle caratteristiche degli stessi e alla competenza in materia finanziaria e ne tracci quindi un «profilo di rischio o profilo finanziario»

Dovrebbe essere la foto dell’investitore.

Il profilo di rischio è una vera e propria fotografia dell’investitore fatta attraverso un questionario detto Test di appropriatezza (guarda il pdf documento) che assolve la funzione di raccogliere e documentare i dati ottenuti o forniti dal cliente alla banca.

Per il tipo e la quantità di informazioni, il test è graduato e modulato sulla base di un crescente «grado di rischio» che viene riconosciuto al prodotto finanziario che si intende offrire o vendere .

Profili spesso creati ad hoc per favorire gli affari della banca.

Ma perchè questa precauzione ? Cosa fanno le banche normalmente?

Io so e ho le prove che il Test di adeguatezza (e quindi il corrispondente profilo di rischio) in numerosi casi non è la fotografia dell’investitore ma quella che la banca, spesso surrettiziamente, produce per il cliente, predisponendo il test già precompilato con la «baffatura» nelle caselle «convenienti» per la banca (così come avvenuto per un caso concreto a un mio assistito pochi mesi fa ) e sottoponendolo poi alla firma del cliente, tra le centinaia di carte che solitamente vengono prodotte.

Un modo per piazzare obbligazioni.

Della serie: decidiamo noi banche che ne sai tu di un titolo di Stato, di una obbligazione strutturata, di una azione o, addirittura, di uno strumento derivato

In tal modo gli istituti di credito si precostituiscono la «base» obbligatoria per poter collocare e vendere i prodotti tipo obbligazioni Parmalat, Cirio, Lehman Brothers, polizze assicurative, diamanti, swap sui tassi di interesse, nonché azioni di banche a seguito degli aumenti di capitale dalle stesse deliberati!

Ma cosa deve fare il cliente ?

Tre consigli per difendersi.

A tal proposito forniamo un” To do” in tre punti che può cambiare, rivoluzionare, stravolgere il rapporto tra banca e cliente:

Andare in banca e chiedere di verificare il proprio «profilo di rischio»

Se il cliente si accorge (anche affidandosi a consulenti indipendenti) che non è il suo «profilo di rischio», ne chiede (e ottiene) la modifica, adeguandolo alle sue effettive caratteristiche di investitore.

A questo punto la banca si trova nell’impossibilità (a meno che non modifichi il profilo di rischio ma ora non siamo più dei polli e non ci facciamo ingannare !!) di offrire e vendere, in futuro, prodotti che il cliente non avrebbe mai voluto acquistare.

Quindi muoviamoci, reagiamo, mobilitiamoci.

In questo Paese siamo sempre più abituati a pensare che la responsabilità dello status quo sia di qualcun altro. Molto spesso il cambiamento passa attraverso di noi. Altrimenti non lamentiamoci.



https://www.moneyfarm.com


(Per scrivere a Vincenzo Imperatore: info@moneyfarm.com oppure sezione contatti del sito www.inmindconsulting.eu)
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La giungla delle perizie nell'universo bancario

La giungla delle perizie nell'universo bancario
Negli ultimi sei anni, quelli della progressiva crisi che ha investito tutti i settori produttivi del nostro Paese, la sensibilità nei confronti delle banche è mutata radicalmente.
Da cultura medievale del vassallaggio bancario, da figura considerata inattaccabile e facente parte dei poteri forti, si è passati a una sensibilità nei confronti del sistema 'banca' diametralmente opposta.
Adesso è diventata un soggetto attaccabile, non infallibile e di certo non sacro come lo si era immaginato per decenni.
AZIONI SOCIETARIE PIÙ 'SPINTE'. In questa nuova accezione condivisa hanno trovato spazio molte società che, in qualche modo più o meno opinabile, hanno effettuato azioni commerciali 'spinte' al fine di collocare perizie «econometriche», «inoppugnabili», «certificate», «legali», «brandizzate» e così via.
Meglio chiarirsi subito: il momento peritale all’interno di un contenzioso bancario, piuttosto che una fase conciliativa con un istituto di credito, è un evento di evidente importanza ma a posteriori, non per forza necessario e soprattutto finalizzato a dare risposta a quesiti che o sono posti dal committente (perizia di parte) o sono posti dal giudice (perizia d’ufficio).
COMMERCIALIZZAZIONE PROGRESSIVA. Ora, negli ultimi anni si è assistito a una progressiva commercializzazione di perizie su contratti bancari come se fossero polizze assicurative o offerte da porta-a-porta (in almeno un caso eclatante si è provveduto a imbastire un opportuno marketing piramidale per il collocamento di prodotti peritali su conti correnti a discapito della professionalità che dovrebbe contraddistinguere questo settore).
Da parole tabù, «anatocismo» e «usura» avevano finito per soppiantare i discorsi da bar sulla Serie A e la Champions League.
Per gli avvocati azzeccagarbugli, terminato il sogno delle cause «gratuite» sull’Rc auto, la nuova frontiera era il «facciamo causa alle banche».
Stranamente solo i commercialisti, che ne dovevano capire qualcosa in più (o forse proprio perché ne capivano), sono rimasti sull’uscio a osservare il mutare del palcoscenico, non credendo del tutto alla nuova religione.

Progressivo deteriorarsi delle professionalità

Il risultato è triste come il viso di Pierrot: i tribunali di merito rigettano il più delle proposizioni presentate dai clienti. Il motivo? La fondatezza.
Si assiste pertanto a un progressivo deteriorarsi delle professionalità e delle competenze messe in campo nel contenzioso bancario, in special modo nella redazione di perizie su rapporti di credito (fidi su conti correnti, mutui, finanziamenti e leasing).
Ex promotori, ragionieri, consulenti di ogni risma e razza, che fino a ieri collocavano consulenze estranee al sistema bancario, decidono di acquistare un qualsiasi software per effettuare elaborati oppure scelgono di affiliarsi a quelle due-tre società che in Italia hanno «mercificato» un qualcosa che dovrebbe essere trattato con riguardo.
Una perizia su un rapporto bancario può contenere innumerevoli variabili, ogni rapporto ha una storia a sé e soprattutto deve essere chiaro il motivo per cui viene condotta.
MARKETING DA COPIA-INCOLLA. Nella mercificazione assistiamo, invece, a un making peritale da copia-incolla che addirittura, in alcuni casi, partorisce perizie scritte già come sentenze senza sollevare quesiti sui comportamenti illeciti, ma fornendo subito in modo inoppugnabile il quantum da ristornare al cliente.
Ovviamente questi elaborati non sono firmati e sono redatti rigorosamente su carte intestate di società che, pur di aumentare il loro appeal commerciale, riempiono le impaginazioni con loghi di certificazioni di qualità o di lavoro etico.
Be’, che ti comporti bene con i dipendenti o faccia la raccolta differenziata in ufficio a me può solo far piacere ma, per favore, spiegalo al cliente che ti ha pagato una perizia semplicemente inutile.
PERIZIE ETICHE? NO, TECNICHE. Le perizie (non solo in campo bancario) non sono «certificate», ma «asseverate»; le perizie non sono «etiche» bensì «tecniche»; non sono «inoppugnabili» ma servono a suffragare tesi e ad aprire quesiti sulla liceità dei comportamenti.
A latere vi è poi un discorso sul prezzo di tali elaborati: a sentir parlare i periti, è sempre tutto gratuito.
Ebbene, mi sono spacciato innumerevoli volte per cliente, scoprendo che «gratuito» significava versare un deposito cauzionale (per cosa?); che la «valutazione iniziale» era gratuita... ma adesso non vuoi investire per recuperare il maltolto?; che per il momento ricevi un foglio (uno!) poi, se gradisci il resto della perizia, paghi... E via dicendo.
Se è tutto così gratuito, così inoppugnabile, perché non c’è una corsa ai contenziosi bancari?

Messa in mora e la mediazione condizioni necessarie

Facciamo un piccolo passo indietro e analizziamo i passaggi che occorrono oggi, in base alle ultime normative, per percorrere tutto l’iter di un contenzioso bancario.
Dando per scontato che il cliente abbia tutta la documentazione e che parliamo di un rapporto in bonis (cioè che non presenta alcuna criticità), andrà redatta una formale lettera di messa in mora da parte del legale del cliente nei confronti dell’istituto di credito e forniti 90 giorni di tempo alla banca per rispondere.
Se la risposta non arriva o non è soddisfacente, il legale dovrà invitare la banca presso una Camera di conciliazione per effettuare la mediazione.
La messa in mora e la mediazione sono condizioni necessarie per procedere in seguito con l’azione in tribunale. Se la mediazione, infatti, non dovesse sortire gli effetti sperati, finalmente il legale potrà proporre un’azione nel tribunale di competenza. A questo punto avere una perizia asseverata fortifica e facilita la proposizione delle proprie doglianze innanzi a un giudice.
LA CONCILIAZIONE HA UN COSTO. È bene sottolineare che, al di là dei costi dei professionisti impiegati, la Camera di conciliazione ha un costo (anche ingente se la banca decide di aderire ma non si raggiunge un accordo) e in seguito il cliente dovrà anche acquistare contributi e bolli per proporre l’azione legale.
Se pensiamo che tutti questi costi sono parametrati al valore della controversia e che, nel contenzioso bancario, si parla sempre di importi per svariate migliaia di euro, è facile comprendere come per le sole spese vive la parte sarà costretta a un esborso importante.
Aggiungiamoci la parcella del legale, il costo della perizia e la nomina del consulente di parte e si comprende la portata economica dell’operazione.
Con l’avvento del «commercialesimo» e la mercificazione delle perizie, si cerca semplicemente di collocare il prodotto peritale e basta.
O meglio, l’evento peritale diviene il primo passaggio (improprio) in un momento ove basterebbe un semplice studio di fattibilità per poter evincere sommariamente i presupposti di dolo e la cifra massima ricavabile da un eventuale contenzioso.
CONTA LA PSICOLOGIA COMMERCIALE. Il problema risiede nei costi e nella psicologia commerciale spiccia: uno studio accompagnato da una consulenza sincera può far perdere appeal con il cliente che, viceversa, se già è legato a me da una perizia, accetterà, suo malgrado, di proseguire l’operazione.
Purtroppo, nel quadro economico odierno, chi è interessato a effettuare un contenzioso bancario è soprattutto l’imprenditore in stato di crisi che di certo non possiede grandi risorse.
Pertanto un discorso così delicato, che rientra nella sfera più intima della gestione della propria attività, dovrebbe essere demandato a consulenti tecnico-legali preparati in materia, esclusivamente dedicati al contenzioso bancario (che necessita di un costante aggiornamento) e soprattutto conoscitori del territorio e delle sue dinamiche (intese come rapporti fra il territorio e gli istituti di credito presenti).
DISILLUSIONE NEI CLIENTI. Purtroppo assistiamo (e assisteremo) ad approssimazione e superficialità nell’approccio che, dissacrando il diritto bancario, ingenereranno una disillusione nei confronti dei clienti acquisiti e potenziali che porterà fra qualche anno alla frase del solito italiota: l’avevo detto io che non si va contro le banche.
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E' tempo di polizze, occhio ai raggiri

E' tempo di polizze, occhio ai raggiri
Lo abbiamo anticipato in un articolo del 9 gennaio cui vi rimandiamo prima di continuare a leggere.
Occhio a ciò che ci propongono le banche in questa prima fase dell’anno perché le offerte non sono piu convenzionali: biciclette, tapis roulant, smartphone, televisori, assicurazioni Rc auto e qualche altro elettrodomestico.
UNA PRATICA COLLAUDATA. Ma una cosa è certa: la proposta di una polizza assicurativa non mancherà mai.
E soprattutto non si potrannno sottrarre facilmente a questo “dovere” i clienti “affidati”, cioe’ quei clienti (Pmi e privati) che necessitano di nuovi finanziamenti o della conferma di quelli gia concessi.
La “formula vincente” che si propone ancora oggi altro non è che la fotocopia di quanto, quasi ogni giorno, mi trovavo – sono passati gia tre anni – ad affrontare all’epoca della mia presenza nel settore bancario.
Una pratica collaudata che conferma quanto le banche abbiano tratto profitti anche attraverso gli utili sommersi dei clienti.
UN ESEMPIO EMBLEMATICO. Nulla meglio di un esempio di ciò che avveniva e avviene al fine di chiarire alcune dinamiche.
Poniamo che un’azienda o un correntista avanzi una richiesta di affidamento di 100 mila euro ma dall’analisi del suo bilancio si evincano degli indici patrimoniali, finanziari e di redditività che non consentono alla banca di soddisfarla.
O addirittura, qualora quei parametri soddisfino i benchmark di Basilea 2 ma ci troviamo di fronte un cliente con scarsa cultura finanziaria ( circa 85%), si reciti la più subdola delle farse articolata in varie “scene” e la cui “sceneggiatura” è scritta da una unica mano (quasi tutto il sistema bancario).

Scena 1: far credere al cliente che il bilancio è debole

La frase di overture che si rivolge al cliente è: «Il suo bilancio è debole...». Ma non si finisce neppure la frase che subito arriva la risposta: «Direttore il mio è un bilancio fiscale...».
E allora parte la domanda topica: «Che significa? Ci sarebbero anche degli “utili annacquati”forse ?».
«Sì, direttore è vero. Il mio bilancio è un rendiconto fiscale che non esprime la reale potenzialità dell’azienda».
LA QUOTA DI SOMMERSO. Insomma, il sommerso rappresenta una certa quota di utili che, nel nostro esempio, mettiamo essere di circa 30 mila euro.
È chiaro dunque che quei soldi da qualche parte stanno. Ed è preferibile che li porti da me e che li investa in una polizza assicurativa.

Scena 2: la pressione psicologica

A quel punto l’obiettivo del direttore-banca è a un passo: si propone di canalizzarli presso la banca per fare in modo che la direzione autorizzi ugualmente la concessione del fido. Una vera e propria violenza mentale facendo credere che quella decisione è determinante per convincere la fantomatica direzione
Anche in quel caso, la reazione del cliente era ed è prevedibile: «Sì, direttore, va bene però io in questo momento non posso muovere quei risparmi, mi dovrebbe dare un po’ di tempo per canalizzarli progressivamente presso di voi. Il problema è che del finanziamento ho bisogno adesso».
ASSICURAZIONE STRATEGICA. Chiaramente, movimentare degli utili sommersi, tutti in una volta, farebbe scattare controlli fiscali. È qui che entra in gioco la sottoscrizione da parte del cliente di un'assicurazione. Pertanto si propone, come da copione, che sia la stessa banca a pagare per il primo anno la polizza assicurativa del correntista: perciò, invece di concedere un finanziamento di 100 mila euro, si approva un fido di 130 mila in maniera tale da prelevare subito i 30 mila per la prima annualità del piano di accumulo del cliente che poi, dall’anno successivo, provvederà in autonomia a canalizzare sulla banca i circa 30 mila euro annui.

Tre reati in una volta sola

Tale comportamento è conosciuto e avallato dal top management che negli anni d’oro mi invitava addirittura, nel corso delle periodiche convention, a esplicitare tale “tecnica” come best practice da far utilizzare ai manger meno produttivi di utili.
IL TOP MANAGEMENT SA TUTTO. È chiaro che nel momento in cui si avalla questa “tecnica”, il top management sta implicitamente autorizzando la rete delle filiali a compiere almeno tre reati: consapevolezza e induzione alla evasione fiscale, consapevolezza e induzione al falso in bilancio e, se proprio vogliamo dirla tutta e parlare fuori dai denti, forse si potrebbe configurare anche il reato di associazione a delinquere, visto che è un modo di lavorare molto diffuso.

Un prodotto ad alta redditività

Ma perché le banche (uso il plurale poiché pochi istituti facevano e probabilmente fanno eccezione) ci tengono tanto a vendere quelle polizze assicurative? Per un semplice motivo: tanto, tanto guadagno e poca, poca, quasi nulla tutela del risparmiatore forzato.
Non mi stancherò mai di ribadire che in quegli anni – ma purtroppo abbiamo prova che ancora oggi si adottino certe pratiche – se un imprenditore voleva un finanziamento, doveva necessariamente comprare anche una polizza assicurativa ramo vita. Un prodotto mediante il quale una compagnia di assicurazione si impegna a costituire – a fronte di un certo numero di versamenti di premio o di un premio unico, da parte dell’assicurato – un capitale o una rendita, a patto che lo stesso sia ancora in vita alla scadenza del contratto.
DAL PREMIO DI RISCHIO A QUELLO DI RISPARMIO. Ma vediamo da cosa è composto il «premio totale» che il nostro cliente paga con i famosi 30 mila euro.
Intanto, c’è il «premio di rischio», che serve a coprire il pericolo di morte dell’assicurato e si basa su un concetto matematico-probabilistico che stabilisce quale possibilità di vita avrà una persona dopo un certo numero di anni.
Poi, c’è il «premio di risparmio», la sola parte del totale che la compagnia investe in titoli di Stato, obbligazioni, fondi, immobili per poter far fronte alla liquidazione dei capitali a scadenza o della rendita e degli eventuali riscatti.
LA MANIPOLAZIONE DEL CLIENTE. Infine, ci sono i «caricamenti», quella parte di denaro che consente alla compagnia di sostenere i costi delle provvigioni da dare alla banca che ha venduto il prodotto, le spese di incasso, quelle di gestione del contratto e quelle di amministrazione.
Tanto per darvi un’idea, le banche sono riuscite a piazzare prodotti assicurativi con caricamenti anche del 6% annuo. C’è un particolare a dir poco fondamentale: i caricamenti dell’intera durata della polizza vengono addebitati subito. Ipotizzando quindi un’assicurazione a 10 anni di 30 mila euro annui, sul premio del primo anno vengono caricati costi per 18 mila euro (6% di 30 mila per 10), di cui il 15% circa va alla banca e il resto alla compagnia. In altri termini, il cliente è convinto di acquistare un prodotto con 30 mila euro da investire in risparmio ma in realtà ne investe solo 12 mila.
Perché ovviamente non si dice tutto e soprattutto si manipola il profilo di rischio del cliente.

Spese dure da recuperare

Vi starete chiedendo: quanto tempo occorrerà al cliente per recuperare la perdita di 18 mila euro, visti anche gli interessi che paga sul fido concesso? Circa sette anni.
Per sette anni sarà in perdita con l’investimento mentre la banca avrà guadagnato tutto quello che c’è da guadagnare alle sue spalle. Non solo. Quale deterrente utilizza l’istituto per evitare che il cliente scopra tutto ciò?
Inserisce delle penali di uscita per evitare di essere scoperta.
GUADAGNI DALL'OTTAVO ANNO. Infatti, se il correntista dovesse decidere di rescindere la polizza durante il primo anno perderebbe tutto. Se interrompesse tra il secondo e il settimo l’assicurazione prevederebbe forti penali decrescenti: dal 30-35% fino al 5% del settimo anno sul totale assicurato.
Insomma, comincerebbe a guadagnare qualcosa solo dall’ottavo anno in poi. Ma quanti possono aspettare tanto tempo? Vi lascio immaginare come vada a finire per i risparmiatori nonché per banche e assicurazioni.

La “rottamazione” delle vecchie polizze

La chiamavamo «operazione di rottamazione di vecchie polizze» ed è la cosa più sporca che sia stata fatta dagli istituti con le assicurazioni. Ogni anno occorreva ripetere le stesse performance, in termini di vendita, con i prodotti assicurativi. E, man mano che le quote di mercato delle banche si stabilizzavano, dove trovare polli da spennare? Semplice, si tornava dagli stessi che avevamo spennato appena qualche anno prima e che, con grandi sacrifici, avevano rimesso qualche piuma.
E allora ci si inventava la rottamazione delle vecchie assicurazioni ormai prossime ad andare in pensione. In pratica su tutti i clienti che avevano già sottoscritto una polizza negli anni precedenti (e che avevano ancora bisogno del fido, qui sta la subdola pressione psicologica) si andava a proporre di «mettere in riduzione» l’assicurazione datata per offrire prodotti di nuova generazione che garantissero rendimenti più alti.
L'INGHIPPO AI RAGGI X. Per capire meglio l’inghippo è bene spiegare prima cosa intendiamo con «riduzione di una polizza assicurativa». Essa si verifica quando il cliente non intende più pagare il premio e le rate successive al primo pagamento. Perciò, in altri termini, il contratto stipulato rimane in vita per la durata stabilita e con la stessa scadenza. Cambia solo il rendimento, in quanto i premi versati sono stati inferiori a quelli inizialmente previsti in base alle clausole contrattuali e al contratto di assicurazione.
Quindi il cliente – sotto la spinta della banca che gli propone nuove prospettive di guadagno – decide di non proseguire con il pagamento del premio della vecchia assicurazione a partire, ad esempio, dal terzo anno, ma dovrà aspettare comunque i 10 anni per vedere rivalutato il capitale accantonato nei primi tre e non potrà recedere dalla polizza (se non pagando penali) prima dell’inizio dell’ottavo anno.
IL LAVAGGIO DEL CERVELLO AL CORRENTISTA. Ma non è finita qui. Spesso la nuova assicurazione, che viene spacciata per essere più conveniente dal punto di vista finanziario, prevede un premio più alto. È il risultato di un buon lavaggio del cervello, da parte del funzionario, al correntista. Sì, perché le banche cercano di convincere il cliente che, con i finanziamenti concessi e immessi nel ciclo produttivo della sua azienda, produrrà più utili (ufficiali e annacquati) e quindi può permettersi, appunto, di pagare delle rate più alte. Quindi nuovi caricamenti e la giostra continua a girare.
Ancora oggi per le piccole e medie imprese talvolta non c’è alternativa: o compri una polizza assicurativa oppure niente credito. Provate a dirottare l’investimento dei vostri risparmi, o di quelli “finanziati”, verso altri asset, ad esempio i fondi comuni di investimento, prodotti sempre graditi alle banche ma che presentano meno vincoli e meno costi.
Se poi vedete molta, troppa resistenza da parte del funzionario dell’istituto allora non buttatevi giù: comprate un piccolo registratore digitale e imprimete tutto nel nastro. Un buon consulente, prima o poi, farà ascoltare quella registrazione a un magistrato.
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La lobby bancaria pressa i politici e frega i clienti

La lobby bancaria pressa i politici e frega i clienti
  
Spesso ricorre una domanda: cosa può fare la politica per arginare il potere del sistema bancario?
Risposta secca: nulla.
Fin qui, niente di nuovo. L'aspetto più drammatico però non è l'immobilismo del sistema politico, ma la 'dipendenza' assoluta dello stesso dalle banche.
Soprattuto da quando è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Chi finanzia le campagne elettorali?
Esiste un esempio macroscopico, ma che pochi hanno denunciato, del lobbismo bancario.
UNA VALANGA DI ONERI. Tutto comincia con la Commissione di massimo scoperto (Cms), un onere ingiustificato che i correntisti (soprattutto affidati) hanno visto addebitarsi per molti anni nei contratti di conto corrente.
Un corrispettivo da versare alla banca sulla cosiddetta «scopertura massima» (cioè la somma più alta usata da un correntista oltre le proprie reali disponibilità e nell’arco di un trimestre).
L'ESEMPIO DI UN CORRENTISTA. Ipotizziamo un correntista con uno scoperto di conto corrente (un fido) di 100 mila euro.
È un piccolo imprenditore che, per effetto della dinamica versamenti-prelievi legati alla gestione ordinaria della sua attività, si ritrova sul suo conto questa situazione: il 20 gennaio un saldo negativo di 22 mila euro (ha cioè utilizzato 22 mila euro dei 100 mila che la banca gli aveva messo a disposizione); il 18 febbraio il saldo è ancora negativo, ma per la somma di 18 mila euro; la posizione al 27 marzo invece risulta pari a -20 mila.
La Commissione di massimo scoperto era calcolata dall’istituto sulla punta più alta di scoperto che il cliente aveva registrato.
Nel nostro esempio, con un’aliquota della Cms dello 0,5% trimestrale il correntista pagava 110 euro (lo 0,5% di 22 mila). Se non aveva scoperti, naturalmente non pagava nulla.
LOTTA BANCHE-CONSUMATORI. Negli anni tra il 2006 e il 2011 si è assistito a un braccio di ferro tra banche e consumatori sul tema della Commissione di massimo scoperto.
Il 'sistema' voleva a tutti i costi difenderla. Erano pesanti le pressioni che i grandi capi degli istituti facevano in quel periodo sui rappresentanti del governo affinché non cedessero alle rimostranze delle associazioni dei consumatori.
Per quanto ingiustificata fosse, la commissione creava profitto. E questo bastava e avanzava perché le banche si risentissero.
CLAUSOLE RITENUTE ILLEGITTIME. In qualche modo, però, gli istituti si sono dovuti mettere il cuore in pace.
I giudici, fino al 2009, hanno ritenuto illegittime le clausole che prevedevano la commissione, perché questa andava ad aggiungersi in maniera subdola e illecita agli interessi passivi che il cliente pagava già sulle somme usate al di fuori delle sue reali disponibilità e perché l’importo da pagare a titolo di commissione era calcolato su un periodo, il trimestre, stabilito dagli stessi istituti in maniera del tutto arbitraria.
«Mancanza di causa» e «indeterminatezza» sono i due termini tecnici che hanno contribuito a definire illegittima la commissione.
La Cms insomma andava abolita perché illegittima. Il provvedimento risale all’inizio del 2009.

Il lavoro di lobbying ha portato a un ritocchino

Fin qui tutto bene. Ma le banche non sono rimaste certo a guardare e in breve tempo i costi a carico del correntista si sono addirittura moltiplicati.
Il lavoro di lobbying sul parlamento ha portato a un 'ritocco' della legislazione sulle commissioni bancarie.
LEGGE VOLUTA DA MONTI. La legge numero 214 del 22 dicembre 2011, voluta dall’ex presidente del Consiglio Mario Monti, ha inserito nel Testo unico bancario l’articolo 117 bis, che introduce due nuove ed esclusive commissioni: una sulle linee di credito accordate e una sulle procedure di istruttoria degli affidamenti.
Nel secondo caso, in particolare, la Commissione di istruttoria veloce, la Civ, viene giustificata dal fatto che la banca, per 'permettere' al correntista di sconfinare, svolge una serie di attività interne, dette «di istruttoria» (accesso alle banche dati, ricerche sul cliente eccetera). Queste procedure hanno un costo e il costo è naturalmente a carico del correntista. E si ricomincia da capo.
SI SONO INVENTATI UNA FARSA. E per far 'digerire' la Civ si sono inventati una farsa.
La Civ viene applicata sulla massima scopertura (rispetto al fido concesso, in caso di cliente affidato, o alla disponibilità di conto, per i clienti non affidati) del trimestre.
E quindi fin qui nessuna differenza rispetto alla Cms.
Ma la Cms era stata dichiarata illegittima e allora... oplà: colpo di genio.
Per differenziarsi dalla Cms si sono inventati che la massima scopertura del trimestre deve essere «superiore ai 500 euro e/o per una durata maggiore di sette giorni». Cioè quasi sempre!
Questo almeno in linea di principio. La nuova legge stabilisce infatti che l’ammontare della commissione non può essere superiore allo 0,5% a trimestre, calcolato sulla scopertura più alta realizzata nel trimestre stesso.
Anche in questo caso, come succedeva con la Cms, se un’azienda non utilizza il fido nel trimestre, cioè non rimane mai «scoperta», non deve pagare nulla. O meglio, non dovrebbe.
IL CLIENTE PAGA COMUNQUE. Qui, infatti, arriva l’ennesima 'fregatura'. Con l’introduzione della «Disponibilità immediata fondi» (Dif), quest’ultima opportunità scompare.
Se la stessa azienda utilizza o non utilizza il fido, deve comunque pagare una «provvigione di conto» dovuta alla disponibilità delle somme, anche se non utilizzate.
La provvigione di conto remunera la banca per il semplice fatto che questa tiene impegnata e a disposizione una certa quantità di denaro anche se non prelevata dal cliente.
IL COSTO SI RADDOPPIA. Un bel balzello che si aggiunge agli interessi convenzionali da pagare.
La provvigione può essere applicata nella misura massima dello 0,5% trimestrale (2% annuo) calcolato sull’importo del fido concesso, a prescindere, appunto, dall’utilizzo dello stesso.
Cioè, l’azienda con affidamento di 100 mila euro per «scoperto di conto corrente» che abbiamo preso in considerazione prima come esempio, oggi paga una commissione di 550 euro a trimestre per il solo fatto che la banca ha messo a sua disposizione del denaro.
Se poi va scoperta per soli otto giorni e/o di appena un euro oltre i 500 concessi, paga, oltre alla Dif, anche una Civ, che per legge non può essere superiore allo 0,5% a trimestre, ma che in sostanza equivale a ulteriori 500 euro: 1.050 euro totali a trimestre rispetto ai 110 dei tempi della Cms.
Il correntista deve verificare che le clausole siano state adeguate 

Una truffa in piena regola. Ma cosa può fare il correntista? Anzitutto, nel caso di contratti antecedenti alla data in cui è stata eliminata la Commissione di massimo scoperto, deve verificare che siano state adeguate le clausole che regolavano quest’ultima.
Deve esserci ogni riferimento a Dif e Civ. È importante controllare le comunicazioni inviate periodicamente dalla banca con cui la stessa deve aver informato il correntista di tale modifica contrattuale.
SI PUÒ ANCHE NEGOZIARE. Dopodiché, per quanto riguarda questi due nuovi balzelli, sarebbe opportuno per il cliente, oltre a negoziarne la misura (le banche applicano di default lo 0,5%, ma sappiate che trattando si può scendere fino allo 0,2%), chiedere alla banca un fido coerente con le proprie esigenze, e non maggiore di quello che si prevede si possa utilizzare.
Altrimenti pagherà una Dif alta, senza che ci sia l’effettivo bisogno di quell’importo di affidamento.
OPPURE FARE CAUSA. Non solo. Se il correntista accertasse l’applicazione di un bundling di commissioni (cioè di un «pacchetto»), potrebbe fare causa alla banca, così da ottenere la nullità della clausola contrattuale e la restituzione delle somme ingiustamente pagate (non tutte le banche, infatti, applicano la Civ, proprio perché, se accorpata con la Dif, con gli interessi e con altre spese, si sforerebbe la soglia del tasso di usura).
L’importante è che il correntista sia in possesso di tutta la documentazione necessaria per portare eventualmente la banca in tribunale.
La documentazione è indispensabile per richiedere una consulenza tecnica preventiva a quella obbligatoria stabilita dal giudice.
SERVONO TUTTI I DOCUMENTI. Procuratevi pertanto (copia o originale) dei seguenti documenti: contratto di conto corrente e apertura di credito; documento di sintesi allegato ai contratti che contiene le condizioni economiche relative all’operazione bancaria; tutti gli estratti di conto corrente (soprattutto gli scalari); ogni comunicazione periodica inviata dalla banca con le eventuali modifiche unilaterali del contratto. Quando avete tutto, dovete solo stare tranquilli perché la legge è dalla vostra parte se la perizia è fatta bene.

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Il Cliente approfitti della rivoluzione dei bancari

Il Cliente approfitti della rivoluzione dei bancari
 
Qual è il futuro del popolo dei bancari, minacciati da politiche di contenimento dei costi, proiettati verso nuovi ruoli, tirati per la giacca da tutte le parti? E quali sono le conseguenze o le opportunità che si presentano per il cliente?
Sono gli aspetti organizzativi delle banche.
Il sindacato dei bancari chiama a gran voce una riqualificazione del ruolo verso compiti con maggiore componente di consulenza.
CRITERI LONTANISSIMI. Un sindacato però ancora legato a criteri di lotta (o meglio di negoziazione) che sembrano sempre lontanissimi dal contesto in cui viviamo, ancora legati a quello Statuto dei lavoratori del 1970: sicuramente una grande conquista per le libertà individuali e il rispetto dei diritti del lavoratore, ma comunque stipulato quando i genitori di Mark Zuckerberg non si erano ancora conosciuti.
Oggi il problema dei livelli occupazionali del settore bancario sembra molto lontano, ma è dietro la porta.
Il contratto collettivo è stato disdetto e la strada verso la contrattazione aziendale autonoma è la più verosimile.
MARGINI RISICATI. Le banche devono fare i conti con margini risicati (il settore vanta utili tra i più bassi dell’industria) e con il 50% dei dipendenti bancari con un contratto da quadro, quindi abbastanza oneroso.
Senza contare che il costo del lavoro unitario (74.800 euro secondo Bankitalia) supera la media Ue e in Italia ci sono più filiali rispetto all’estero, con un numero di transazioni allo sportello praticamente dimezzato in quattro anni.
Ma, sebbene si tratti di un serio problema di rilevanza nazionale che investirà purtroppo nel breve termine centinaia di migliaia di famiglie di bancari, noi, in questa rubrica siamo dalla parte del cliente e quindi ci preoccupiamo di fare informazione in tal senso.



Annegati in un mare di carta, procedure e scartoffie

E allora qualcuno si è accorto che il bancario sta annegando in un mare di carta, procedure e scartoffie.
Secondo la statistica presentata da una banca del sistema, il tempo dedicato ad attività di contatto della clientela è meno del 40% e si vuole portarlo al 55% in quattro anni.
Cifre da paura pensando che cinque ore e mezzo su otto sono dedicate a incombenze burocratiche.
Non sarà facile risvegliare la voglia commerciale dopo questa indigestione di moduli, circolari e verifiche al terminale.
2 MILA CLIENTI A FILIALE. Speriamo che tra quattro anni i circa 2 mila clienti seguiti mediamente da ciascuna filiale siano ancora tutti lì ad aspettare il ‘nuovo’ bancario.
Nota di tristezza per gli imprenditori: il processo del credito non va bene e la colpa non è del bancario della filiale, perché la decisione presa è quella di accentrare ulteriormente le decisioni in stanze dove idee e progetti degli imprenditori arriveranno con molta fatica e saranno sovrastati dagli aridi dati dei loro magri bilanci.
L’eterna discussione tra chi nella banca vuole portare le decisioni più vicine al cliente e chi pensa che sia meglio tenere distanze tra chi propone e chi decide continua con sorti alterne.
PERSONALE DI RETE O SCRIBA? Da capire se il rafforzamento delle competenze dedicate alla gestione del credito siano quelle del personale di rete (ma allora perché accentrare?) oppure di un selezionato gruppo di scriba (i cosiddetti 'segment manager' e analisti creditizi) chiusi nelle loro torri cablate con i modelli di Basilea.
A nessuno è mai venuto il dubbio che quando si parla di imprese fare ‘attività commerciale’ e ‘gestire il credito’ siano due facce della stessa professionalità?
Quindi vi consigliamo di non credere al bancario di filiale che tenta maldestramente (sempre per soddisfare un ego orientato al potere e ai privilegi) di far percepire al cliente che le facoltà di erogazione creditizie siano in mano sue, salvo poi addossare alla solita fantomatica 'direzione' la responsabilità di eventuali declini.
SERVONO OTTIMI CONSULENTI. La filiale non conta più nulla. Non lasciatevi ingannare.
Fatevi assistere da ottimi professionisti (consulenti) che preparano dei piani industriali veritieri e convincenti (cosa farà la mia azienda nei prossimi 3-5anni?) per i 'segment manager' presenti nelle direzioni centrali.

Una rivoluzione che ridurrà il numero delle filiali

Ma la rivoluzione organizzativa investirà anche la riduzione sensibile del numero di filiali presenti sul territorio dopo che per circa un decennio si sono spesi centinaia di milioni di euro per aprire filiali senza alcuna logica di marketing territoriale, solo perché gli utili consentivano di dimostrare la forza delle banche anche avendo quattro filiali nel raggio di 500 metri.
È quanto capitato al sottoscritto che nell'esperienza di responsabile di area si ritrovò a gestire, anche per effetto di una fusione con altro istituto di credito, ben quattro sportelli che distavano circa 200 metri l'uno dall'altro.
PIÙ SPORTELLI, PIÙ FORZA. E sapete cosa mi rispose il mio capo quando proposi pubblicamente (in una riunione con altri capi area) di chiuderne almeno due perché in tal modo avrei utilizzato il personale 'residuato' per meglio gestire la clientela della zona che non avrebbe percepito alcun disagio spostandosi di pochi metri?
Mi chiamò in disparte e con un atteggiamento molto poco indulgente mi disse: «Guarda che la mia forza e la tua forza, la mia posizione e la tua posizione, il mio potere e il tuo potere sono e saranno tanto più consolidati quanto maggiore è e sarà il numero di filiali e di risorse umane che riusciamo a gestire. Quindi non permetterti più di proporre una cosa del genere».
Una visione poco aziendalistica e sempre centrata su interessi personali
DOWNGRADE DI RUOLI E MOTIVAZIONI. Oggi quello stesso management ha deciso di lasciare in vita solo una di quelle quattro filiali con la conseguenza però che il personale bancario adesso è molto poco motivato per le seguenti ragioni: la banca sta affrontando l'ennesima riorganizzazione aziendale che prevede una sensibile riduzione delle filiali e quindi di strutture di responsabilità con inevitabile downgrade di ruoli e motivazioni.
La banca inoltre ha già eliminato o quantomeno sensibilmente ridotto strumenti di incentivazione economica quali 'premi di produttività ', 'patti di stabilità' o 'patti di non concorrenza'.
INSTAURATO UN CLIMA DI TERRORE. La banca ha instaurato un 'clima di terrore' finalizzato alla riduzione dei costi del personale e soprattutto alla trasformazione del costo del personale da fisso in variabile.
Infatti in una banca del sistema è già partito un progetto-pilota di riposizionamento di circa 600 consulenti personal-banking nelle figure di promotori finanziari; un progetto molto temuto da dipendenti e sindacati, perché il prossimo passo potrebbe essere (sarà!) quello di modificare il contratto introducendo una maggiore flessibilità, applicando il contratto a provvigione.
IL CLIENTE DEVE APPROFITTARNE. Tutto questo ha determinato nel personale bancario un sentiment di disorientamento e confusione, un atteggiamento demotivato, poco incline a soddisfare gli interessi della propria azienda, di cui può (o deve?) approfittarne il cliente vessato laddove debba avviare una fase di negoziazione per rivendicare i suoi diritti.
È come avere il pugile tuo avversario nell'angolo dopo che lo hai riempito di cazzotti e ora devi solo dare il colpo del ko.









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Cos? le banche imbrogliano il correntista. Confessioni di un ex manager bancario

Cos? le banche imbrogliano il correntista. Confessioni di un ex manager bancario
  Non avranno gradito gli ex colleghi di Vincenzo Imperatore il suo esordio editoriale in cui apre il vaso di Pandora di un sistema bancario che mira regolarmente a turlupinare il proprio correntista. Confesso che anche a me ha fatto venire dei nervi non indifferenti anche se ormai la fiducia nelle banche è in crollo verticale nell’opinione pubblica, insieme ad altre categorie come le imprese farmaceutiche, colpevoli di cercare il profitto ad ogni costo e di aver accantonato ogni remora morale. Un sistema che l’autore svela nei suoi retroscena più odiosi che connotano un sistema che non di rado sfiora l’associazione a delinquere. Imperatore si laurea in Economia e Commercio e fa buon uso dei propri studi a favore dei suoi datori di lavoro, vent’anni nelle direzioni operative dei più blasonati istituti di credito italiani. La sua testimonianza, come un pugno nello stomaco, lascia un senso di stupore nel lettore che si rende conto di quali siano i segreti, i maneggi e le strategie che le banche mettono in atto ai danni dei poveri correntisti. Poveri anche perché le banche drenano le sue risorse in maniera subdola e ai limiti della legalità. Costi eccessivi sui conti correnti, spese inventate, moltiplicazione delle commissioni (roba che Gesù Cristo non avrebbe saputo far meglio con pani e pesci), richieste di rientro ingiustificate condite da ricatti morali e psicologici, vere e proprie intimidazioni. A cui si aggiungono infinitesimali aumenti di pochi punti percentuali che alla fine si traducono in incassi milionari per gli istituti. E poi le procedure di rimborso e calmierazione a favore di quei clienti che si accorgono che qualcosa non va e che minacciano di denunciare ai quali vengono offerte somme di risarcimento importanti e immediate per calmare la voglia di rivalsa e la segnalazione, un sistema chiamato 72h perché tante erano le ore che passavano tra la magagna e la conciliazione. Alla fine del libro avrete bisogno di alcune pasticche di antiacido e il direttore della vostra filiale non vi sarà più tanto simpatico ma avrete imparato qualche trucco per difendervi anche se, tranquilli, per quanto potrete essere informati, esiste un solo modo per difendersi dalle banche: non avere un conto.
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Mutui subprime, arma degli sciacalli bancari

Mutui subprime, arma degli sciacalli bancari

 I subprime sono prestiti o mutui erogati a clienti definiti «ad alto rischio».
Sono chiamati prestiti subprime perché a causa delle loro caratteristiche e del maggiore rischio a cui sottopongono il creditore sono definiti di qualità non primaria, ossia inferiore ai debiti primari (prime) che rappresentano dei prestiti erogati in favore di soggetti con una storia creditizia e delle garanzie sufficientemente affidabili.
ABBUFFATA DI 15 ANNI. Facciamo però un passo indietro e riportiamoci agli anni della “grande abbuffata” del sistema bancario, quei 15 anni che vanno dal 1994 al 2009, in cui, in nome del Roe (Return on equity, in sintesi il guadagno dell’azionista in rapporto al capitale investito) e del sistema incentivante (il guadagno dei manager!), sembrava che tutto fosse possibile.
ATTRATTI DALLA CASA. In quel periodo uno dei prodotti più venduti in banca era il mutuo ipotecario per l’acquisto della casa (quasi sempre della prima casa), un asset facile da vendere perché c’era tanta domanda, ma soprattutto una fonte di guadagno enorme per le banche.
Per realizzare il sogno della vita - quello di comprare una casa - ci si indebita per due motivi.
SOGLIA DEL 35% NON SUPERATA. Per mancanza di disponibilità: in tal caso per la banca era necessario verificare che il rapporto rata/reddito del richiedente non superasse il 35%.
Per motivi “fiscali” (per chi le disponibilità le aveva depositate in banca): in tal caso quella percentuale poteva anche essere superata in ragione dell’entità dei risparmi accumulati e depositati in banca.
Ma in quegli anni di “vacche grasse” quel 35% non è mai stato rispettato o è stato “considerato” alla luce di una documentazione reddituale “formalmente” adeguata.
SOLDI A CHI NON POTEVA RESTITUIRLI. Ecco spiegata in parole semplici e sintetiche l’essenza della crisi dei mutui subprime che ha investito le principali economie evolute: i soldi erano stati dati a chi non poteva restituirli o quantomeno non avrebbe potuto restituirli nel momento in cui, nel corso della durata del mutuo (almeno 10 anni, ma siamo arrivati anche a 30 anni), il reddito subiva una variazione in diminuzione.

In accoppiata la banca rifilava una polizza assicurativa

Ma la partita era grossa. Perché in “bundling” (un accoppiamento di due prodotti, terminologia molto di tendenza all’epoca) con il mutuo si dovevano vendere obbligatoriamente (altrimenti il mutuo non lo avevi) altre cose: un conto corrente su cui canalizzare il pagamento delle rate (e si presumeva il reddito del richiedente), una polizza assicurativa a protezione del credito concesso che copriva il rischio di una futura e insufficiente disponibilità economica del richiedente a fronte di determinati imprevisti, i piu ricorrenti dei quali erano: danni all’appartamento causati da incendio, esplosione, scoppio, fulmini, eventi atmosferici; decesso e invalidità permanente del richiedente il mutuo.
Ma in questo caso il costo non era assolutamente accessibile ai più. E infatti, con ancora maggiore determinazione, questi ulteriori costi venivano finanziati dalla banca.
L'ESEMPIO DI ESPOSITO. Vediamo quanto costava questa polizza assicurativa. Supponiamo che il signor Gennaro Esposito, dipendente di una azienda a capitale privato (la Vesuvio srl, sottoposta quindi alle incertezze del mercato) con uno stipendio mensile di 1.500 euro richiedeva, per l’acquisto di un appartamento alla periferia di Napoli del valore di 100 mila euro, un mutuo di 100 euro (sì, non aveva neppure un euro di risparmio) a 20 anni a un tasso medio (dell’epoca) del 4% con una rata mensile di circa 605 euro.
Innanzitutto sorge spontanea la domanda: ma come è possibile? Abbiamo detto che le regole della banca prevedevano che il rapporto rata/reddito non doveva superare il 35% e qui siamo addirittura al 40% (605 su 1.500).
Le eccezioni in quel periodo erano regole.
ALTRI 40 EURO AL MESE. Ma ritornando alla polizza, quanto costava? Il premio era calcolato in base alla formula (numero di anni di mutuo per importo erogato per 0,02%) e poteva essere pagato alternativamente: o in un’unica soluzione anticipata (nel nostro caso 6.500 euro al momento della stipula) oppure con un premio mensile (nel nostro caso di circa 40 euro e quindi la rata mensile diventava 605+40=645).
Alla banca quanto veniva retrocesso dalla compagnia di assicurazione (quasi sempre controllata dalla banca stessa)? Cioè quali erano le provvigioni retrocesse alla banca? Circa il 30 % di quei 6.500 euro. Pari a circa 1.900 euro.
SPESE FINANZIATE DALLE BANCHE. E quindi c'è da chiedersi: ma se Gennaro Esposito non aveva neppure un euro di risparmio, come poteva affrontare tale passo se: doveva sostenere circa 3 mila-5 mila euro di spese tra perito, notaio, eventuale agente immobiliare e commissioni alla banca per il mutuo; doveva sostenere circa 6.500 euro di spese per l’assicurazione obbligatoria; doveva sostenere eventuali spese di ristrutturazione dell’appartamento (mediamente circa 20 mila euro)?
Semplice. Tutte queste spese erano “finanziate” dalla banca. Gennaro Esposito era invogliato e sollecitato a richiedere, in luogo dei soli 100 mila euro necessari per l’acquisto dell’appartamento, “qualcosina in piu’” (120-130 mila euro alterando, in tal senso, ulteriormente il rapporto rata/reddito che raggiungeva anche il livello del 50%).

Il rischio passa dal debitore al creditore e poi al mercato

Ma fin qui «è il mercato , bellezza!». Più aumenta la domanda, più aumentano i prezzi e i profitti dei venditori.
Il motivo per cui le insolvenze dei titolari di mutui subprime si sono gradualmente spostate sulle banche e sui mercati finanziari generando forti cali delle Borse mondiali risiede nei meccanismi di gestione del rischio connesso ai mutui ad alto rischio.
Normalmente infatti la banca titolare di debiti ad alto rischio come quelli derivanti dai mutui subprime si tutela cartolarizzando questi debiti e rivendendoli ad altri investitori instituzionali.
L'USO DI SOCIETÀ VEICOLO. La Banca attraverso la cartolarizzazione effettua un’operazione finanziaria, finalizzata alla vendita dei propri mutui a una società specializzata, detta società veicolo (incassando così immediatamente la somma prestata e cedendo la rata a tali società).
La società veicolo (quasi sempre appartenenti allo stesso gruppo creditizio) dopo aver verificato i crediti ceduti dalla Banca, versa a quest’ultima il corrispettivo ottenuto finanziandosi con l’emissione dei titoli obbligazionari che si riferiscono ai mutui venduti, obbligazioni emesse a fronte di crediti derivanti da cartolarizzazioni garantite da asset sottostanti (in questo caso le ipoteche e le case che le garantiscono).
RISCHIO SPALMATO. In altri termini le banche, con l’emissione di queste obbligazioni, hanno spalmato sul mercato degli investitori istituzionali e retail il rischio derivante dalle proprie esposizioni sui mutui subprime.
In un secondo momento le insolvenze delle famiglie incapaci di pagare le rate crescenti del proprio mutuo ad alto rischio hanno generato una catena di perdite a vari livelli e si sono ripercorse sugli investitori che avevano acquistato le obbligazioni derivanti da queste cartolarizzazioni.
BORSE IN FORTE PERDITA. In questo modo dalle famiglie le insolvenze si sono spostate sulle banche e sui mercati e hanno generato le forti perdite delle Borse mondiali a cavallo della crisi dei mutui ad alto rischio.
In genere l’elevato rischio connesso a questi prodotti è compensato da rendimenti molto superiori alla media. Rimane però il rischio di un default che poi passi dalle famiglie alle banche e al mercato.
APOTEOSI NEL 2008. Nel 2008, dopo i primi significativi segnali di crisi, si raggiunge l’apoteosi del 'non etico', quando nel nostro sistema bancario si assumono comportamenti e atteggiamenti da sciacalli e da avvoltoi.
Nel 2008 la crisi era già scoppiata negli Usa e iniziava a manifestare i suoi primi segnali anche nel nostro Paese.
La Vesuvio srl vedeva il suo fatturato crollare e pensò di ridurre lo stipendio di Gennaro Esposito che iniziava ad avere difficoltà a pagare regolarmente le rate del mutuo, accumulando due-tre rate di morosità.
Ebbene, in questa situazione di grande incertezza sul futuro, cosa si sono inventate le banche?
Camuffandole con un termine filantropico, hanno avviato le azioni di customer care sui mutui non regolari.
TRASFORMAZIONE DEL TASSO. In altri termini, occorreva intervenire sui mutui ipotecari a privati con lieve morosità (1-4 rate morose) al fine di ripristinare una posizione di regolare pagamento che fosse sostenibile nel tempo da parte del cliente, rimodulando il piano di ammortamento attraverso sostanzialmente due misure: proroga della durata originaria di massimo 10 anni; trasformazione della tipologia di tasso (da fisso a variabile o viceversa) per la residua durata del mutuo.

La banca cercava di mangiare la carcassa del moribondo

Il tutto senza alcun costo aggiuntivo per il cliente (no notaio, no commissioni per la banca)
Ma dove stava il trucco? Semplice.
Nella rinegoziazione della polizza assicurativa con un recupero di redditività per la banca che «cercava di mangiare, come tutti gli sciacalli, la carcassa del moribondo».
In altri termini Gennaro Esposito si vedeva allungare la durata del mutuo di 10 anni con una riduzione dell’importo della rata di circa 140 euro (ma allungato di 10 anni, quindi nessun risparmio) salvo poi vedersi addebitare altri 30 euro circa per la “nuova polizza assicurativa”.
GESTIONE AI PICCOLI MANAGER. Inoltre, dato il forte impatto prevedibile in termini di customer satisfaction, la delicatezza della gestione del cliente in temporanea situazione di difficoltà finanziaria (temporanea? Era evidente il default del sistema), la facoltà deliberativa era delegata ai “poveri” direttori di agenzia (l’ultima linea di management operativo) che si possono avvalere della efficacia gestionale e relazionale con il cliente.
I BIG NON SI SPORCANO LE MANI. Della serie: «Queste schifezze fatele voi, laggiù nell’organigramma, ultimo e indifeso anello della linea manageriale, tanto le istruzioni le daremo verbalmente ai vostri capi diretti che vi faranno il c...o per fare ancora utili». Quando il mondo intorno crollava.
Quanto mi sono sentito male “dentro” a passare quelle informazioni e quelle direttive. Era il primo nauseabondo segnale di de-responsabilizzazione del top management, prodromico al radicale stravolgimento del rapporto motivazionale banca-management e che oggi si manifesta attraverso anche la disdetta del contratto collettivo nazionale.


Era il primo nauseabondo segnale di de-responsabilizzazione del top management, prodromico al radicale stravolgimento del rapporto motivazionale banca-management e che oggi si manifesta attraverso anche la disdetta del contratto collettivo nazionale.
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Aziende, che ingenuit? non avere un direttore finanziario

Aziende, che ingenuit? non avere un direttore finanziario
 
Sono tante le facce delle imprese in crisi che incontro oggi come consulente.
Facce stravolte, disperate, avvilite.
Però bisogna guardare anche l'altra faccia della medaglia. Al di là della retorica del piccolo imprenditore sbranato dalle banche, nel crac italiano di questi mesi, a dire il vero, abbiamo anche ravvisato molta improvvisazione, poca cultura di impresa, scarsa capacità di effettuare i dovuti cambiamenti in tempi rapidi e anche qualche cialtroneria.
In altri termini: l’incapacità di reggere la competizione.
La recessione sta facendo selezione, è vero, liberandoci di chi è inadeguato a stare sul mercato, dai mille furbetti che sono rimasti immeritatamente a galla nella grande palude.
INGHIOTTITI SANI E MALATI. La crisi inghiotte le nostre imprese a ritmi impressionanti. E nel caos muoiono i sani e i malati.
Ma se vogliamo raccontare il futuro, cosa c’è domani, non possiamo fermarci ai necrologi.
Ripeto spesso che probabilmente la responsabilità è anche della consulenza “standard”, molto capace finora di organizzare dei bellissimi funerali, ma non in grado di curare il malato, anche se terminale o, peggio ancora, poco attenta al paziente sano che potrebbe contrarre qualche virus.
CONSULTAZIONI? QUANDO È TARDI. Mai analisi preventive, decisioni coraggiose, sempre a sostenere gli stessi criteri di gestione, ma soprattutto sempre consultazioni post: quando il paziente è morto.
Mi imbatto spesso in organizzazioni che hanno scarsa cultura finanziaria e si affidano a consulenti (soprattutto commercialisti-fiscalisti) che hanno una professionalità in materia finanziaria generica e poco incline alla gestione dei “momenti difficili” e che spesso sono stati concausa dei default aziendali.
Ma non dobbiamo meravigliarci perché i commercialisti-fiscalisti hanno grandissima competenza in materia contabile-amministrativa-fiscale e per quelle skill dovrebbero essere interpellati.
L'ITALIA SI AFFIDA AL 'TUTTOLOGO'. Nel nostro Paese però, nel corso degli ultimi 40 anni, le aziende si sono rivolte a questi professionisti anche per essere consigliati in merito al medico da interpellare per la tonsillite del figlio.
Una sorta di “tuttologo” che tutto sa e che tutto risolve a cui veniva (e tuttora viene) affidata la responsabilità della intera gestione della azienda e dei relativi problemi personali.
Anche alle piccole aziende serve il direttore finanziario

Basta. Siamo indietro: negli altri Paesi occidentali anche le piccole aziende si servono di figure specializzate con competenze sviluppate in ambito finanziario.
Anche le piccole aziende hanno bisogno, soprattutto nei momenti di crisi, della figura del direttore finanziario, del Cfo (Chief financial officier) magari attraverso la soluzione del temporary management, un noleggio del professionista nell’ambito di un legame di durata medio-lunga (2-3 anni) sebbene contrattualmente possa essere sezionato in periodi di durata inferiore (da 6 mesi a 1 anno, eventualmente rinnovabili).
CONSOLIDA GLI AFFARI. Si garantisce, così, un affiancamento - più o meno costante e duraturo - all’imprenditore che, integrandosi con il suo consulente, potenzia e consolida la propria azienda e i propri affari.
Il ruolo del Cfo, quindi, si propone di affiancare il libero imprenditore, specializzato nel suo settore, supportandolo, al fine di liberare risorse per la propria attività, facendo sì che il sistema bancario sia un partner «paritario» e, dunque, gli oneri finanziari non prendano una rilevanza eccessiva nell’architettura del bilancio.
DECISIONI PIÙ PONDERATE. Sarà cura del Cfo organizzare la filiera dei dati di partenza (contabili e extra-contabili) circa la loro disponibilità, precisione e, elemento fondamentale, tempestività, affinché tutto sia coerente, corretto e utile per fornire una costante indicazione strategica, da un punto di vista finanziario, all’imprenditore affinché lo stesso possa prendere decisioni valutando tutti gli elementi di competenza del consulente.
SPESSO SACRIFICATO PER COSTI. Perché il Cfo a noleggio? Perché spesso le aziende, gli artigiani, i commercianti e coloro che - in generale - svolgono un’attività economica in proprio, non hanno la forza di avere stabilmente, all’interno della propria organizzazione, una figura simile.
L’imprenditore - a qualsiasi gruppo economico appartenga - svolge in prima persona solo una porzione delle attività del Cfo, rinunciando implicitamente quindi ai benefici che una figura professionale ad hoc potrebbe portare alla sua azienda.
Il lavoro del Cfo si colloca a metà strada tra i compiti tipicamente affidati allo studio commercialista e le esigenze dell’azienda.
Per opporsi al declino bisogna adattarsi

Però limitarsi ora a raccontare chi è caduto e chi cadrà non basta più.
Io ho due figli e sto tentando di capire se l’Italia è ancora un Paese per loro. E questa professione mi permette di percorrere il nostro Paese da Nord a Sud, ragion per cui mi imbatto anche nell’Italia che ci crede, nonostante il vento cattivo che soffia contro.
TROPPO EGOCENTRISMO. Le persone e le aziende che ce la fanno a resistere alla crisi sono generose, innovative, rinnegano il passato e il consolidato egocentrismo (malattia diffusa tra gli imprenditori).
Incazzati, disillusi e un po’ folli, però mai stanchi di provare a combattere.
Con un filo che lega tutte le storie di successo: la capacità di adattarsi al cambiamento con tempestività.
Per opporsi al declino, hanno sviluppato la fantasia e il senso di comunità coinvolgendo attivamente chi «sollecita il processo di cambiamento», la consulenza come temporary management attivo e responsabile del successo aziendale.
Riuscendo ad 'anticipare' le banche per la rivendicazione dei propri diritti, a migliorare i fatturati in situazioni disperate o quantomeno a realizzare margini operativi lordi migliori rispetto al passato.
LA CRISI SI PUÒ VINCERE. E dimostrando che in Italia la crisi si può ancora vincere. Ma cambiando e facendo cose diverse da quelle finora attuate.
Solo coinvolgendo la consulenza specialistica e i giovani (ricambio generazionale) nelle aziende si possono tenere accesi sogni e desideri. Perché non può esserci impresa impossibile senza coraggio e senza umanità.
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LE PMI TEDESCHE HANNO STRAVINTO DURANTE LA CRISI

LE PMI TEDESCHE HANNO STRAVINTO DURANTE LA CRISI
Per una volta lasciamo fuori dalle analisi il nostro Paese bloccato, il nostro sistema imprese indebolito, il nostro sistema banche ingarbugliato. Grazie a uno studio della società di consulenza e revisione interrnazionale il comparto delle micro, piccole e medie imprese tedesche è cresciuto di numero e ha prosperato molto più dello stesso segmento d’imprese in tutto il resto d’Europa.
fuori dalle analisi il nostro Paese bloccato, il nostro sistema imprese indebolito, il nostro sistema banche ingarbugliato. Grazie a uno studio della società di consulenza e revisione internazionale Mazars che ho potuto consultare (“How to be a standout SME”) i confronti questa volta sono tra vari paesi dell’Unione Europea, ma l’Italia è esclusa perché non è un paese che ha partecipato allo studio. I dati interessanti del confronto operato da Mazars sono relativi al comportamento nei vari paesi del segmento PMI durante gli anni della crisi, dal 2008 al 2013. L’universo di riferimento è compreso nella 1a tabella dalla quale si possono evidenziare i pesi numerici delle MPMI europee: 2,2 milioni in Germania, 2,5 in Francia, 1,6 in UK. Da notare però come il numero di medie imprese tedesche sia più del doppio di quelle inglesi e quasi il triplo di quelle francesi. Le medie imprese sono classificate tali se hanno più di 250 addetti e di €10 milioni di fatturato.


Durante la crisi il numero di MPMI tedesche è cresciuto, come in Olanda e Svezia, a un tasso nettamente superiore alla Francia, alla Gran Bretagna per non parlare di Portogallo e Spagna.






La tabella più impressionante è quella che mostra l’andamento del Valore Aggiunto nel periodo 2008-2013







Negli anni della peggiore crisi europea e internazionale il comparto delle micro, piccole e medie imprese tedesche è cresciuto di numero e ha prosperato molto più dello stesso segmento d’imprese in tutto il resto d’Europa.




Una prima spiegazione si trova nella struttura e nella composizione delle MPMI tedesche. La presenza di molte più medie imprese con la capacità e la forza finanziaria per sostenere le esportazioni ha certamente consentito alla Germania di cogliere risultati importanti nei mercati asiatici e dell’Europa Centrale, quando la crisi dell’eurozona ha bloccato i fatturati intra-EU. Il fattore finanziario può avere sicuramente giocato un ruolo: le imprese tedesche sono meno indebitate, le banche tedesche non hanno imposto una restrizione severa del credito e anzi hanno sostenuto le loro PMI.
Tuttavia il costo del finanziamento non può rappresentare un vero alibi per la cattiva performance dei paesi del Sud Europa, Italia inclusa. La Francia non ha ottenuto risultati particolarmente brillanti nel periodo 2008-2013 nonostante il sistema bancario francese abbia mantenuto un livello di tassi estremamente ridotto rispetto a quelli spagnoli e italiani.
La differenza tra i tassi applicati alle microimprese francesi e quelli alle medie imprese è di circa 1,50% e i tassi sono molto bassi comunque, non superano il 2,5% contro l’8% italiano.



Come si vede dal confronto su diversi paesi europei (la fonte è uno studio di Credit Agricole – “France-ETI: bilan, impact, enjeux”) i tassi molto più bassi praticati dalle banche tedesche e francesi rispetto a quelli spagnolo e italiani non sono stati sufficienti a determinare una performance delle MPMI francesi all’altezza di quelle tedesche.
Da quest’analisi si può trarre qualche ulteriore elemento per pensare che la struttura di funzionamento del sistema paese e le riforme adottate siano assai più importanti rispetto alla finanza disponibile per le imprese. Il credit-crunch in Italia è stato pesante, i tassi applicati alle piccole imprese molto onerosi, ma i principali problemi della mancata crescita e della cattiva performance delle piccole e medie imprese italiane sono altrove.

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LA FORTUNA

LA FORTUNA

Si avvicina la fine dell'anno ed e' il momento dei bilanci e soprattutto della programmazione per l'anno che verra'. 
InMind Consulting si pone, ormai e’ un mantra, l’obiettivo di creare le premesse, per le PMI; di essere innanzitutto capaci di progettare e organizzare cio' che POTREBBE NON ACCADERE e, in tale ottica, cerca di agevolare il processo di PIANIFICAZIONE di chi, in questo periodo" e’ stato “meno fortunato”.

Non intendiamo pero’ “strumentalizzare” la parola “FORTUNA” e soprattutto non permetteremo mai alle nostre PMI di utilizzarla come alibi per fermarsi di fronte al primo ostacolo, per non continuare a lottare per il raggiungimento di un obiettivo .

Il vittimismo non e’ un valore di InMind Consulting !!!

“Non importa quante volte cadi. Quello che conta è la velocità con cui ti rimetti in piedi.”

Come si esce da una crisi, come si supera una perdita, un insuccesso, un fallimento? C’è chi ha avuto la forza di rimettersi in piedi dopo che l’azienda in cui lavorava ha chiuso, chi ha rifiutato di arrendersi dopo che la recessione lo aveva costretto a vendere la casa in cui viveva e a partire per chissà dove, chi ha ritrovato la forza di andare avanti dopo che un lutto sembrava avergli tolto una ragione per vivere.

E allora forse e’ il caso di leggere attentamente quanto afferma Fernando Trias De Bes perche'.......................... “La fortuna non esiste !!!”

Fernando Trias De Bes e’ un docente di Economia in Spagna ed e’ diventato famoso per i suoi libri, piu’ spesso romanzi e racconti che non saggistica, che da soli aiutano a capire l’eccezionalita’ del personaggio, assurto ormai al rango di un guru .

Una delle sue opere piu’ conosciute e’ “ FORTUNATI SI DIVENTA” scritta con Alex Rovina Celma (lui dichiara in otto ore, durante un fine settimana ), un piccolo libro che sembra essere uscito dalla penna di Paulo Coelho .

E’ una favola che insegna le 10 regole della fortuna, spiegando la distinzione fondamentale tra :

- COLPO DI FORTUNA, quello che per caso arriva e sempre per caso se ne va ,

- BUONA FORTUNA, cioe’ la capacita’ dell’uomo di essere autore della sua fortuna , di coltivarla e di farla crescere........quasi di pianificarla .

Considerazioni che a volte paiono di psicologia elementare ma che troppo spesso dimentichiamo e non pratichiamo piu’ !!
In sostanza De Bes afferma che l’aspetto postivo e quello negativo, in pratica LA CAPACITA’ COSTRUTTIVA e L’ENTUSIASMO DISTRUTTIVO sono gli aspetti piu’ polari della nostra personalita’, che si confrontano non fuori ma DENTRO DI NOI .

Quello che propone Trias De Bes non e’ fantascienza ma propone di PENSARE FUORI DAGLI SCHEMI, come esercizio per raggiungere una visione piu’ consapevole e “meno filtrata” da schemi esterni della realta’ …….e poi di impegnarsi nel cambiare le condizioni per raggiungere i propri obiettivi , basandosi su TANTO , TANTO LAVORO e la giusta attitudine .

Ecco le 10 regole :

- la “normale” fortuna non dura a lungo; la “buona fortuna” si !!!

- molti dicono di volere la buona fortuna ma in realta’ sono pochi quelli che la cercano realmente

- affinche’ la buona fortuna giunga , bisogna creare le condizioni adatte e circostanze nuove nella nostra vita

- creare le circostanze favorevoli alla buona fortuna e’ un modo migliore per attirare piu’ buona fortuna

- per creare la buona fortuna ci vuole sempre un primo passo : FALLO OGGI E NON DOMANI !!!

- bisogna cercare nei PARTICOLARI, nei DETTAGLI, gli elementi fondamentali per avere la buona fortuna

- chi crede nel caso non crea le opportunita’ e chi crede nelle opportunita’ non segue il caso

- bisogna diffidare sempre delle scorciatoie rappresentate dai venditori di fortuna perche’ NON SI PUO’ VENDERE

- quando tutto e’ pronto (cioe’ si creano le condizioni ) e la buona fortuna non arriva, non bisogna perdersi d’animo ma aspettare perche’ la fortuna arrivera’

- ALLA FINE CREARE BUONA FORTUNA CONSISTE UNICAMENTE NEL CREARE CIRCOSTANZE FAVOREVOLI


BUONA FORTUNA A TUTTI VOI E BUON 2015
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IL GRANDE PERICOLO DEGLI INCAGLI

IL GRANDE PERICOLO DEGLI INCAGLI
Che il sistema bancario italiano sia inquinato da un livello molto elevato di sofferenze non è più un segreto, le statistiche riportano mensilmente o trimestralmente l’andamento di questa scomoda voce. Si parla invece molto poco degli altri crediti deteriorati, gli incagli che in prospettiva rappresentano lo snodo più complesso per le banche. Perché se sulle sofferenze si può solo ipotizzare uno spurgo attraverso cessioni a valori molto ridotti a società e fondi specializzati che gestiranno il recupero (ne sono state concluse diverse in questi giorni), sugli incagli il discorso è diverso, sugli incagli bisogna riflettere, agire con massima delicatezza ed evitare che si trasformino in sofferenze.

Innanzitutto occorre capire di quale numero si stia parlando: alla fine di giugno di quest’anno avevano raggiunto la punta di 102,8 miliardi, rispetto ai 33,3 mld di fine 2008. Una crescita di quasi 70 mld.

Oltre alla dimensione conta la capacità di gestirli, perché i flussi che alimentano le sofferenze provengono normalmente proprio dagli incagli e a volte si tratta semplicemente di soggettività nella classificazione. Prendendo ad esempio i dati pubblicati nell’ultima trimestrale da UBI Banca, che ha un grado di trasparenza molto più elevato rispetto a tutte le altre banche, si nota come i passaggi da una categoria all’altra siano anomali e probabilmente derivati da interventi interni di ‘pulizia’: 


Come si può notare dalla tabella i flussi di aumento o diminuzione non sono graduali e lineari, come ci si dovrebbe aspettare, ma sembrano piuttosto procedere a scatti sulla base di trasferimenti massicci da una categoria all’altra, pur tenendo in conto alcune posizioni di importo rilevante.
Il secondo punto critico è la percentuale di copertura che si aggira mediamente attorno al 20%. UBI Banca è uno dei gruppi bancari con percentuali di copertura che sta sotto alla media, anche in funzione di valutazioni sulle garanzie collaterali che proteggono l’esposizione.



Come si vede dal grafico la percentuale di rettifiche sugli incagli è salita per UBI dal 14% al 16% ma qualora questa massa di posizioni incagliate dovesse essere riclassificata a sofferenza la percentuale di copertura dovrebbe salire in zona 60%. Ecco perché gli incagli sono la sfida più complessa per le banche, se l’intero blocco di incagli dovesse passare a sofferenza parleremmo di almeno altri 40 miliardi di nuovi accantonamenti una cifra non sostenibile per i profitti delle nostre banche. La speranza delle banche è che una timida ripresa dell’economia possa riportare in bonis una buona parte degli incagli accumulati nel tempo, se questo non accadesse i problemi di bilancio continuerebbero ad essere molto seri.


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LETTERA 43

LETTERA 43
 
Da questa settimana il Dott. Imperatore curera' una rubrica settimanale su
LETTERA43 che - secondo i dati Audiweb - in tre anni di vita è diventato il primo newsmagazine italiano indipendente (non di derivazione cartacea), con 2,4 milioni di lettori mensili.
Il giornale, diretto da Paolo Madron, utilizza la formula del daily magazine, mescolando notizie e approfondimenti, e si avvale di una ventina di giornalisti in redazione e di un centinaio di collaboratori e autorevoli commentatori.
'Lo sportello' e' una rubrica che ha la missione di creare cultura finanziaria e fare denuncia per combattere gli abusi bancari.
Il tutto attraverso la penna di chi in quel sistema ha vissuto 22 anni contribuendo a costruirlo, ma anche e soprattutto attraverso la voce di chi, come i lettori, si sforza di stigmatizzare e denunciare comportamenti anomali, minacciosi, ingiuriosi, violenti e subdoli delle banche.
Compito arduo, ma si parte da un concetto sempre valido, nella professione come nella vita: agire lascia il segno.
La rubrica ogni venerdì affronta con semplicità di linguaggio temi di finanza, banking ed economia.
Durante la settimana , poi, ogni cittadino-utente di Lettera43.it avrà l’opportunità di inviare la propria denuncia alla casella postale lettere@lettera43.it oppure scrivendo direttamente nella sezione contatti del sito www.inmindconsulting.eu.
SCOPO: SAPERE E DENUNCIARE. L'augurio è che questa piccola iniziativa dal grande valore sociale aiuti a far prevalere la cultura del 'sapere e della denuncia' sulla cultura del “soccombere a ogni costo”.
Troppo spesso la voce dei cittadini non ha modo di farsi sentire, troppe volte le bocca vengono chiuse.
Qualche volta, se sei nato tra “i più sfortunati”, non serve a nulla urlare, perché per il resto del mondo sei afono.
Siamo talmente abituati a parlare al vento che ci siamo rassegnati e non parliamo più?
PER ESSERE PIÙ CONSAPEVOLI. 'Lo sportello' è una piccola rubrica, ma può essere una grande palestra.
Un allenamento alla critica sociale e alla denuncia, cercando di capire e far funzionare bene il nostro conto corrente, gli investimenti, i finanziamenti. Per essere cittadini ancora più consapevoli.
Solo chi si ribella agli eventi o semplicemente ne è partecipe acquisisce il diritto a pretendere qualcosa in più nella vita civica.

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SOFFERENZE E INCAGLI IN BANCA PIOVE ANCORA

SOFFERENZE E INCAGLI IN BANCA PIOVE ANCORA
 Alle imprese serve capire come mai in banca vengono accolte con una certa diffidenza quando parlano di avere nuovo credito. Agli analisti finanziari può aiutare per capire che lo stato di salute delle banche italiane è ancora sul malaticcio per colpa del tasso di ingresso delle nuove sofferenze, anche se le performance delle singole banche stanno cominciando a cambiare e premiare chi ha assunto prima contromisure efficaci per il controllo del credito. La sostanza è però che mentre i prestiti alle imprese calano meno rispetto al passato, il numero di posizioni di credito verso le imprese che vengono classificate a sofferenza o a incaglio non sta calando granché.
I grafici predisposti sono tratti dai dati di Banca d’Italia sulle Economie Regionali e lo sfondo nero è appropriato. La prima serie mostra le nuove sofferenze, in % del credito totale erogato. Con 4 rilevazioni nel periodo Dicembre 2012- Giugno 2014:











Da notare come:
1) i tassi di ingresso di nuove sofferenze stiano calando ma molto lentamente e non ovunque (es.Piemonte)
2) le nuove sofferenze che arrivano da PMI e Grandi Imprese siano sempre superiori a quelle delle micro e piccole imprese con meno di 20 addetti, tranne in Campania
3) i tassi di ingresso siano nettamente superiori al Centro-Sud
4) accumulare nuove sofferenze al ritmo annuo del 3-6% sul totale dei crediti (sofferenze incluse) sia un valore ancora in zona pericolosa.
La seconda serie mostra invece la % di crediti deteriorati per 4 regioni sul totale dei crediti erogati.




Numeri abbastanza impressionanti. In 4 delle principali regioni che determinano l’andamento della nostra economia la quota di prestiti alle imprese che ha problemi seri o molto seri di rimborso oscilla tra il 23% e il 33%. Ancora una volta la percentuale del credito deteriorato verso piccole e micro imprese è inferiore a quella delle medie e grandi, con la sola eccezione della Lombardia dove viaggiano abbastanza appaiate.
Il significato pratico di questi numeri non è limitato al fatto che da questo 25-30% di prestiti ‘malati’ scaturiranno miliardi di nuove rettifiche sui bilanci futuri (gli incagli con rettifiche al 20% o tornano in bonis o richiedono un altro 30% di rettifiche). Significa che in banca il personale si sta affannando e gestire i buchi sul tetto da dove piove, dedicando proporzionalmente meno tempo a quel 75% di clienti abbastanza (speriamo…) tranquilli. Significa temere a ogni telefonata le cattive notizie di qualche nuovo concordato. Negli ultimi casi che ho ascoltato le percentuali offerte alle banche nel concordato variavano tra l’1% e l’8%, non grande cosa se hai accantonato il 20% sull’incaglio oppure il 50-60% sulla posizione a sofferenza.
Tutto questo è abbastanza ovvio e logico, manca la liquidità, le imprese diventano insolventi in tempi anche inaspettatamente brevi. Alcune volte proprio a causa di un mancato rinnovo di fidi con richiesta di rientro (questo non significa che sia sempre colpa delle banche come a volte in TV si vuole fare credere).
Si poteva evitare questo tracollo? Ragionevolmente no, l’effetto combinato di crisi economica e di crisi di liquidità è stato potentissimo sulle imprese, ma dopo 7 anni sarebbe stato ragionevole vedere i numeri flettere, andare sotto controllo e così non è. Si poteva sicuramente ridurre l’effetto se non si fosse continuato a erogare finanziamenti un po’ a capocchia fino al 2011. Adesso continua ad arrivare il conto.










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ACCORDO DI COLLABORAZIONE CON ASSOCIAZIONE COMMERCIANTI VOMERO-ARENELLA

ACCORDO DI COLLABORAZIONE CON ASSOCIAZIONE COMMERCIANTI VOMERO-ARENELLA
In data 18 novembre 2014 e' stato sottoscritto un accordo di collaborazione professionale tra InMind Consulting e l' Associazione Commercianti Vomero-Arenella per la gestione del difficile e congiunturale rapporto degli associati con le banche


Il 93% dei commercianti della Municipalità Vomero Arenella ha infatti affermato di incontrare difficoltà con il sistema bancario. Tra i principali problemi c’è il costante tentativo delle banche di passare al "disimpegno" dalla gran parte degli affidamenti concessi soprattutto alle piccole imprese
La nostra societa' si propone quindi di affiancare, in uno con lo staff legale della Associazione, le aziende nell'opera di contrasto al summenzionato comportamento, offrendo il necessario supporto consulenziale e , nei casi piu gravi, le indicazioni per l'avvio di una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che la banca avrebbe voluto, talvolta surrettiziamente, evitare 
Un macigno sulle spalle degli operatori del commercio quello che emerge dal sondaggio effettuato dai vertici del Centro Commerciale Naturale Vomero Arenella su un campione di 600 commercianti tra i 1642 propri associati. Proprio per il difficile rapporto con gli istituti di credito, il Centro Commerciale Naturale Vomero Arenella ha deciso di affrontare il problema-banche, instaurando una consulenza con InMind Consulting al fine di tutelare collettivamente i sacrosanti diritti delle PMI, trasformando, in tal modo, una criticita' evidente in una seria opportunita' per ersistere ad istanze tanto pressanti quanto vessatorie .
L'accordo prevede anche momenti di formazione ed educationals "mirati" per gli associati 
Un ringraziamento e' d'obbligo per il presidente della associazione Enzo Perrotta per la determinata volonta' di stabilire una partnership.
Ed ora al lavoro perche' .....dicembre e' un mese difficile nel rapporto banca-cliente !! 


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MPS: CHI HA ROVINATO UNA STORIA ITALIANA

MPS: CHI HA ROVINATO UNA STORIA ITALIANA
Obiettivi non centrati, missione fallita. Il rilancio 2015 è un rilancio di un nuovo aumento di capitale per soddisfare requisiti di capitale bruciato nel periodo. Evidentemente nei pochi mesi a disposizione non avevano fatto a tempo ad aprire tutti gli armadi e capire quanti crediti assurdi la banca avesse imbarcato negli anni precedenti. Evidentemente l’inerzia di mancati controlli e delibere approssimative è continuata anche nel 2012, perché nessuno pensi che un presidente e un AD riescano a prendere il controllo della struttura, cambiare i comportamenti e la mentalità in meno di 24 mesi. Comunque il fatto è che il piano Rilancio 2015 è fallito non solo per lettere nascoste e i derivati Alexandria. E’ fallito perché trimestre dopo trimestre MPS ha polverizzato 7,5 miliardi in rettifiche (vedi grafico), con i consueti strappi di fine anno (anticipati nel 2014 per colpa della BCE) che non sono ancora finite come dice la nota sulla trimestrale. justify;"> I risultati trimestrali di MPS sono noti ora. Lasciano sbalorditi ancora più di quanto si sapesse, la banca perde 1,1 miliardi in 9 mesi sostanzialmente a causa di accantonamenti sui crediti per 2,5 miliardi nello stesso periodo.
Come sia possibile che una banca abbia dovuto spesare una cifra enorme di rettifiche per tre anni di fila è la domanda che ci si dovrebbe porre. Preso atto che le crisi dei debitori nascono anni prima di quando si manifestano e poi diventano sofferenze da rettificare (quando non si può più fingere che non esistano) è abbastanza evidente che le motivazioni di un vero e proprio disastro sul credito vadano cercate più nella vecchia gestione Mussari-Vigni che nell’attuale Profumo-Viola, i quali stanno raccogliendo quanto è stato seminato dal management sconsiderato della banca di Siena.

Profumo è diventato presidente nell’aprile 2012, Viola è AD dal gennaio dello stesso anno. A giugno 2012 hanno presentato insieme alla comunità finanziaria il Piano Industriale rilancio 2015, dal quale è tratta questa tavola:




Obiettivi non centrati, missione fallita. Il rilancio 2015 è un rilancio di un nuovo aumento di capitale per soddisfare requisiti di capitale bruciato nel periodo. Evidentemente nei pochi mesi a disposizione non avevano fatto a tempo ad aprire tutti gli armadi e capire quanti crediti assurdi la banca avesse imbarcato negli anni precedenti. Evidentemente l’inerzia di mancati controlli e delibere approssimative è continuata anche nel 2012, perché nessuno pensi che un presidente e un AD riescano a prendere il controllo della struttura, cambiare i comportamenti e la mentalità in meno di 24 mesi. Comunque il fatto è che il piano Rilancio 2015 è fallito non solo per lettere nascoste e i derivati Alexandria. E’ fallito perché trimestre dopo trimestre MPS ha polverizzato 7,5 miliardi in rettifiche (vedi grafico), con i consueti strappi di fine anno (anticipati nel 2014 per colpa della BCE) che non sono ancora finite come dice la nota sulla trimestrale.



 
Chi ha rovinato una storia italiana dal 1472 ha nomi e volti conosciuti e a Siena sarà ricordato a lungo dai tanti dipendenti ora a rischio di conquista dello straniero (ipotesi che sopravvive e si rafforza nonostante le distanze prese da tutte le banche indiziate). Si fatica persino a credere che si potesse sbagliare così tanto ma è successo. Chi è al timone non è sicuramente riuscito a correggere la rotta abbastanza velocemente, e nella fretta avrà fatto altri errori. Tutto dimostra quanto le banche siano difficili da gestire a da virare quando hanno preso la rotta sbagliata. Occhi sull’aumento di capitale ma chiunque comprerà MPS dovrà porsi molte domande su come viene gestito il credito e l’intermediazione.
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LA DECRESCITA FELICE DELLE NOSTRE BANCHE

LA DECRESCITA FELICE DELLE NOSTRE BANCHE
 E’ tempo di trimestrali e una prima pattuglia di banche ha sfornato i dati oggi: le due più grandi, Unicredit e Intesa e la quarta nel ranking, il Banco Popolare. Il compito degli investor-relator è di mettere in luce i dati positivi e di occultare quelli meno brillanti e bisogna dire che sanno fare bene il loro mestiere. Una lettura più indipendente dei numeri pubblicati nei comunicati stampa, che in coda riportano le tabelle di conto economico e stato patrimoniale, può servire a bilanciare i titoli che leggerete domani sulla stampa. ‘La decrescita felice‘ è una sintesi appropriata, perché le tre banche esaminate stanno dimostrando, con qualche variazione significativa, come si possa fare meno volumi e più margini. Se poi qualche cliente è rimasto scontento ed escluso, importa poco e si può benissimo scaricare la colpa sulle BCE, sull’asset quality review o il comprehensive assessment. La realtà è che le banche stanno dimagrendo ancora, stanno imparando a fare fruttare un poco di più i tanti clienti che hanno -con i servizi e con gli aumenti dei listini prezzo- e che hanno fatto abbastanza pulizie negli armadi da non dovere più sacrificare l’utile di bilancio per accumulare riserve (rettifiche) sui crediti. In questo caso luci e ombre però, perché l’andamento del Banco Popolare appare in controtendenza poco spiegabile dopo tanti anni di pulizie e accantonamenti.
Cinque grafici per commentare alcune delle voci di bilancio che ritengo più significative sull’andamento della gestione caratteristica.

CREDITI ALLA CLIENTELA – La decrescita è nei volumi di crediti alla clientela che in 9 mesi del 2014 sono calati notevolmente rispetto ai primi nove mesi del 2013 per le tre banche.
Poi Unicredit -che ha spezzato la banca in due tra la banca ‘core’ dei clienti buoni e quella ‘non core’ dei clienti che non vuole più- racconta che nella banca core gli impieghi sono rimasti quasi stabili ma che nel 2014 ha fatto tanti più crediti alle famiglie (mutui +140%) e alle imprese (+65%). Se i crediti totali sono rimasti stabili questo vuole dire che il magazzino si è svuotato esattamente del valore dei muti nuovi oppure che ha tolto credito a breve. Tertium non datur.
Intesa si limita a raccontare, come fa nella pubblicità in TV che ha erogato 24 miliardi di nuovo credito a medio lungo termine nel 2014, ma alla fine il calo del 3,5% complessivo racconta un’altra storia. Banco Popolare sostiene di avere aumentato tutto: credito ai privati +14%, alle piccole imprese + 34%, alle medie addirittura +85%, quindi il calo di quasi il 6% dei crediti alla clientela è imputabile in parte al runoff del portafoglio malato di Italease e in parte a cause che richiederanno indagini approfondite.

RICAVI: INTERESSI E COMMISSIONI
Nonostante il calo dei volumi le banche sono più felici e guadagnano di più. Non tutte perché Banco Popolare ha preso un’altra batosta sul margine da interesse (-7,1%) sempre in parte a causa di Italease e sulle commissioni ha rosicchiato poco al cospetto della super prestazione di Intesa che tocca quasi il +10% e che andrà capita meglio con i dettagli che arriveranno dalla relazione. Quindi meno volumi, più ricavi e i conti tornano a migliorare per le banche.

COSTI: RETTIFICHE E COSTO DEL PERSONALE
Gran parte dell’effetto sull’utile netto dipende però dalla variazione negli accantonamenti per probabili perdite su crediti. In questo caso sbaraglia il campo Unicredit che dimezza lo stanziamento a rettifiche. Interpretazione possibile: o Unicredit ha iniziato a incassare l’effetto di un lavoro pervasivo di gestione dei crediti problematici (partito molto prima delle altre banche) o ha tirato un po’ il fiato.

Sul fronte opposto, e non senza sorpresa, l’andamento del Banco Popolare che sotto pressioni interne o esterne (BCE?) ha quasi raddoppiato l’accantonamento del 3° trimestre rispetto a quello del 2013. Intesa prosegue nel suo graduale calo dopo avere spesato molto nel 2013. Un’altra voce interessante è quella relativa ai costi del personale che diminuiscono in modo significativo solo in casa Unicredit, mentre crescono per Intesa e Banco Popolare. Che gli effetti dei programmi di scivolo incentivato dei dipendenti abbiano un ritardo temporale nel conto economico è altamente probabile, ma l’incremento dei costi di personale sembra anomalo (i dipendenti non sono certo aumentati). Intesa spiega l’aumento con la componente variabile delle retribuzioni, quindi con i bonus pagati dopo il 30.6. Il Banco segnala invece un preoccupante peggioramento del cost-income dal 61,5% al 63,3%: meno ricavi e più costi non fanno bene.
Pigliate tutto con le pinze e con cautela, ci sono tante altre voci da studiare e commentare, perimetri di consolidamento da smontare e rimontare, ma alla fine per me questi numeri raccontano una storia e la sostanza della decrescita felice è in questi pochi grafici. Con maggiore attenzione e un pizzico di aggressività sui listini prezzi e sugli spread (lo vedremo quando usciranno le slides delle presentazioni) le banche fanno meno fumo e più arrosto.




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PERCHE' SOFFRONO ANCHE LE IMPRESE BUONE

PERCHE' SOFFRONO ANCHE LE IMPRESE BUONE
Nel dibattito che si sta espandendo su come sia un’impresa sana o ‘buona’ dal punto di vista di chi (…per ora solo le banche) deve decidere se finanziarla ho già espresso mie perplessità sulla propensione bancaria a vedere nel piano investimenti (materiali) la discriminante principale tra buono e cattivo. Aggiungo qualche ulteriore considerazione tratta da casi d’imprese che ho esaminato recentemente. L’impresa ‘buona’ per la banca è quella che mediamente ha aumentato il fatturato, migliorato o mantenuto il margine lordo e è riuscita con questo a pagare tasse e oneri finanziari nel corso del 2013. L’impresa ‘buona’ per me è quella che ha flussi di cassa positivi, nel 2014 e in futuro. Le imprese che bruciano cassa, per vari motivi, sono destinate prima o poi ad affrontare rischi pesanti di blocco della produzione e d’insolvenza se non ripristinano i flussi corretti.

In una situazione italiana di pagamenti lunghi (anche 120 giorni) e in ritardo e di credito stretto stretto, questa prospettiva tocca persino imprese con fatturato in forte crescita, anzi si può dire che proprio chi deve sostenere l’investimento in circolante corra i peggiori rischi. L’effetto della crescita degli ordini è quasi certamente un fabbisogno di finanza a breve che -se non viene tamponato con autofinanziamento (da margini elevati o pagamenti anticipati) o debito bancario- provoca tensioni latenti nella tesoreria a breve. Le tensioni si scaricano tipicamente in due modi: 1) ritardando i pagamenti ai fornitori e/o 2) non pagando erario (IVA) o INPS. Nel secondo caso, a parte il non banale problema del rilievo penale, nessuno verrà a bussare cassa, ma nel primo sì. I fornitori con arretrati in Italia si irrigidiscono e spesso dopo qualche sollecito diminuiscono il credito concesso o semplicemente richiedono pagamenti anticipati. La fase successiva è pericolosissima: senza cassa non si può ordinare e occorre pagare in anticipo, senza cassa la produzione si blocca e l’impresa precipita nel giro di pochi mesi in una crisi economica irreversibile. Come detto, in questo contesto di scarsa liquidità, non si tratta più di casi isolati.

Che sia un problema di sistema lo conferma la lettura del dato odierno sul miglioramento dell’indice ISTAT della fiducia delle imprese da parte del servizio studi di Intesa SanPaolo pubblicato da
formiche.net:
Nel manifatturiero (il settore considerato maggiormente anticipatore dell’attività economica), l’aumento è trainato dagli ordini: le imprese sono meno pessimiste circa l’andamento corrente delle commesse (specie dal mercato domestico: -33 da -38 il saldo relativo: per trovare un valore più elevato occorre risalire a tre anni fa) e più ottimiste circa l’andamento degli ordinativi nel futuro (a +3 da +1). Le aziende sono anche meno negative circa le prospettive per l’economia e per l’occupazione. Poco variati sia i giudizi che le attese sulla produzione. Anche il saldo relativo alle scorte di magazzino resta fermo per il terzo mese consecutivo a +3, un livello superiore a quello considerato “normale” (per trovare un valore più elevato occorre tornare indietro a dicembre del 2011); si tratta, ceteris paribus, di un segnale negativo per le prospettive della produzione. Infine, le attese sui prezzi praticati dalle imprese sono rimaste invariate a -3 (non si tratta comunque di un minimo storico visto che nel 2009 il saldo corrispondente era arrivato a -15).
Un segnale meno positivo deriva dal fatto che il miglioramento della fiducia non è diffuso a tutti i principali raggruppamenti di industrie ma riguarda solo il comparto dei beni intermedi.
Miste le indicazioni dalle consuete domande trimestrali sulla capacità produttiva: 1) il grado di utilizzo degli impianti è sceso lievemente a 72,3% nel 3° trimestre, da 72,6% precedente; 2) è rimasta stabile, al 35%, la quota di operatori che segnala la presenza di ostacoli all’attività produttiva; in particolare, è tornata a salire la quota di imprese che segnala vincoli legati all’insufficienza di impianti e/o materiali e, in modo più accentuato, vincoli finanziari, mentre è diminuita leggermente la percentuale di imprese che segnalano ostacoli relativi all’insufficienza della domanda.
 

    

Rileggete bene quelle due righe: non si tratta dello stesso fenomeno che ho appena descritto? ’Vincoli finanziari all’insufficienza di materiali’, significa in termini da aziendalista ‘non riesco a comprare i materiali che servono per produrre e fare fronte agli ordini’. Qual’è può essere il motivo se non la cassa che manca, il credito a breve che manca?

Su questa nota torniamo a domandarci se il finanziamento della catena di fornitura non sia una priorità, se il finanziamento del circolante non debba essere trattato con maggiore attenzione proprio per le imprese buone. Quante banche conoscono e valutano la durata dell’intervallo cash-to-cash, dall’arrivo dell’ordine e i primi acquisti sino all’incasso della fornitura (magari post-collaudo…)? Quante banche valutano l’impatto sui flussi di cassa per discriminare i buoni dai cattivi? O per aiutare i buoni a diventare migliori.

La finanza ha le sue leggi anche in azienda. Le imprese e le banche che vogliono ignorarle vanno incontro a problemi certi.
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UNICREDIT IN CONTROPIEDE, CAMBIA LE REGOLE DEL CREDITO

UNICREDIT IN CONTROPIEDE, CAMBIA LE REGOLE DEL CREDITO
 E’ la vigilia della pubblicazione dei risultati dell’esame BCE per 130 banche, tra cui una nutrita pattuglia di istituti italiani. Le voci si sono rincorse per tutta la settimana preannunciando un elenco di rimandati di 11 o 25 nomi, che sempre contengono uno o più nomi italiani. Basta aspettare un giorno e poi si faranno altri commenti più fondati. Alcune banche italiane sono al di sopra di ogni sospetto, tra queste Unicredit che tra svalutazioni massicce, ricapitalizzazioni e vendite di rami (ultimo in corsa la banca che gestisce i crediti deteriorati) ha rimesso a posto i conti e proprio per questo ha deciso di prendere in contropiede i concorrenti in Italia. Come? Lanciando mediaticamente il suo ‘Progetto Valore Europa‘ presentato il 16 ottobre come volontà di ripresa del credito in Italia utilizzando tutti i fondi prelevati allo sportello della BCE allo 0,15% con la prima operazione TLTRO.
”I fondi ottenuti dalla Bce nell’ambito del Tltro – ha dichiarato Federico Ghizzoni – saranno integralmente destinati al credito. In questa prima asta abbiamo richiesto l’importo massimo consentito per le nostre attività in Italia e la priorità andrà alle imprese che intendono fare investimenti pluriennali per sostenere lo sviluppo e ricominciare a crescere. I nostri indicatori oggi ci mostrano come la domanda di credito per investimenti sia purtroppo ancora debole: circa la metà delle imprese lavora con mezzi propri e stiamo assistendo a una progressiva crescita dei depositi, sintomo di un clima ancora attendista. Per questo dobbiamo sforzarci di stimolare nuova domanda di credito, che è condizione necessaria per innescare un nuovo percorso di crescita nel Paese”.

“Valore Europa” si propone di fornire un concreto supporto all’economia reale agendo su tre direttive distinte:

- Linea Investimenti: con l’obiettivo di stimolare nuovi investimenti produttivi, verranno trasferiti alle imprese i benefici del minor costo del denaro che deriva dal nuovo programma deciso dalla BCE, attraverso finanziamenti a tasso agevolato, caratterizzati anche dalla massima flessibilità di rimborso (preammortamento, rimborso del capitale a scadenza quadriennale con la possibilità di rifinanziamento per ulteriori 4 anni).

- Linea Crescita: obiettivo di “Valore Europa” è anche quello di facilitare l’accesso al credito, estendendo la platea di soggetti che possono accedere a nuovi finanziamenti. Per questo UniCredit, in partnership con soggetti istituzionali come il Fondo Centrale di Garanzia e i Confidi, offrirà alle imprese l’azzeramento del costo della garanzia, un finanziamento a tasso agevolato e un processo di erogazione immediato. UniCredit ha già identificato 150 mila aziende italiane che potranno beneficiare di questa offerta. L’intervento coinvolgerà, sempre valorizzando il supporto del Fondo Centrale di Garanzia, anche le 2.500 Start Up innovative presenti in Italia che, attraverso finanziamenti fino a 100 mila euro con costo della garanzia azzerato e tempi di erogazione accelerati, potranno ottenere il supporto finanziario necessario al consolidamento della propria attività.

- Linea Sostenibilità: per stimolare anche gli investimenti delle famiglie, UniCredit ha progettato specifici prestiti per la ristrutturazione edilizia e per la riqualificazione energetica, a un tasso annuo nominale (TAN) del 5%, migliore offerta oggi sul mercato.

A Unicredit il merito di avere rotto quella barriera di opacità che caratterizzò la prima ondata di liquidità a basso costo (LTRO) che venne ugualmente dichiarata con destino alle imprese (vedi
La terra promessa del credito -gennaio 2012) e invece finì per lo più nell’acquisto di BTP. Anche il merito di avere dato indicazioni abbastanza precise sull’obiettivo del credito che farà la banca. Come potete leggere i ‘privilegiati’ saranno imprese che presentano piani d’investimento pluriennali, ma su questo punto rimangono le mie perplessità su quale sia la natura dell’investimento per imprese che hanno programmi di spesa modesti ma forte necessità di sostegno del circolante. Inoltre come ho già avuto modo di spiegare il nuovo credito non va più chiesto alla banca, bisogna sperare di essere nell’elenco dei prescelti (i 150.000 selezionati) che riceveranno una letterina o una visita con la gradita offerta. Si chiama Targeting, come la T di TLTRO sta per Targeted. Piena coerenza.

Le regole del gioco del credito sono cambiate
Se a livello di sistema la regola generale è che il ‘credito deve essere buono’, qualcuno ha deciso di arrivare per prima sulle imprese buone e sequestrarle prima che ci arrivino i concorrenti.
Se poi qualcuno dei 150.000 non ha bisogno dei soldi di Unicredit e della BCE, come ha raccontato questo gustoso pezzo de il Giornale, pazienza, ne farà a meno, un’eresia per decine di migliaia di imprese che li userebbero domani mattina.
Gli altri? Beh, si diano da fare per rientrare nel prossimo elenco che Unicredit e le altre banche estrarranno dalle centrali dei bilanci.
Mentre Unicredit è partita in contropiede, dall’altro lato della barricata nella provincia più vicina alla torre Unicredit, Varese, industriali e artigiani con due diverse ricerche indicano che la stretta creditizia morde ancora, che le imprese sono molto scontente del rapporto con le banche. Iniziando da quanto pubblicato da Varese.news:

"Rimangono poi i dati che fotografano ancora una difficoltà di dialogo tra banca e impresa. Il 91% del campione, infatti, dichiara di non aver ricevuto dalla propria banca indicazioni su come migliorare la valutazione della situazione finanziaria per evitare rifiuti, riduzioni o rientri dai fidi. Sempre alta, inoltre la percentuale, pari al 53%, di aziende alle quali le banche non forniscono nemmeno il rating che viene loro assegnato. “Un dato in diminuzione – riconosce il Presidente dell’Unione Industriali – ma ancora troppo alto. Non si capisce perché non si riesca ad arrivare ad una maggiore trasparenza”. E prosegue così: “È vero, infatti, che le realtà con i rating migliori hanno accesso a risorse, anche importanti, e a costi decrescenti, ma la vera sfida è quella di far arrivare risorse fresche alla maggior parte delle aziende: quella che potremmo definire ‘la classe media’ del sistema produttivo. Attenzione, non parlo di regalare soldi a chi non ha merito creditizio. Parlo di aziende, comunque, sane e che hanno ancora capacità di sviluppo a volte inespresso”.
Sul fronte degli Artigiani ecco quanto scrive Confartigianato Varese :

L’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Varese lo ha chiesto ad un campione di 300 imprenditori: il 47% di questi, negli ultimi sei mesi (da aprile a ottobre 2014), ha chiesto un finanziamento alla banca; il 27% lo ha fatto per avere liquidità e andare avanti, solo il 20% per poter investire. Nella situazione di crisi, il bisogno di credito continua ad aumentare per il 51% degli intervistati. E i criteri di selezione da parte degli istituti di credito, per il 58%, si sono fatti più restrittivi. [...]
l’82% del campione ha risposto che nello stesso periodo nessun incaricato della banca è andato in azienda (il 13% dice che 1 volta in 6 mesi, un funzionario lo ha visto). Perché è il funzionario, nell’80% dei casi, il punto di riferimento per le aziende; l’11%, invece, parla direttamente con il direttore di filiale.

fonte: Confartigianato Varese
Da lunedì si discuterà molto di banche e di stress test, ma il vero problema del rapporto tra banche e imprese sta racchiuso in questa pagina.

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PICCOLE IMPRESE, BANCHE E AMAZON: COME FINIRA'?

PICCOLE IMPRESE, BANCHE E AMAZON: COME FINIRA'?
 Da un po’ di tempo vado dicendo che una serie di attività svolte dal pianeta banche sono a rischio di migrazione verso nuovi player che sfruttano a volte la maggiore vicinanza con la tecnologia (il caso più recente è il sistema di pagamento NFC ApplePay che montato sui nuovi iPhone6 può disintermediare i classici circuiti POS) o la capacità di gestire con precisione chirurgica maxi-comunità globali di consumatori che comprano fiduciosamente online. Uno degli indiziati più evidenti nel processo di disintermediazione del vecchio sistema bancario è il colosso americano Amazon.

Amazon da tempo non è più una società che vende libri online, combattuta da autori ed editori in Francia. E’ un gigantesco mercato su cui si può comprare di tutto e la lista si allunga giornalmente. Ha una capacità di marketing straordinaria, tesaurizzando e gestendo i profili dei propri utenti per indirizzare in modo preciso l’offerta, una tecnica che le banche non sono mai riuscite ad affinare nonostante la massa di dati che processano quotidianamente.

Obiezione: Amazon è lontana, è forte nel mercato americano. Obiezione respinta. Non è così e direi che sia sufficiente leggere l’annuncio pubblicato oggi per capire cosa sta succedendo anche in Italia e perché pezzi interi del magro, ma costoso, impianto di servizio bancario alla piccola impresa siano sotto una seria minaccia di estinzione:

Amazon Marketplace: un’opportunità per le imprese italiane
12.000 aziende italiane sono presenti su Amazon Marketplace; 7.000 i venditori che usufruiscono in Italia dell’eccellenza di Amazon nella logistica e nel customer service per commercializzare i propri prodotti LUSSEMBURGO, 21 ottobre 2014 – Sono ben 12.000 le aziende italiane che hanno fatto di Amazon Marketplace la propria vetrina nel settore eCommerce mentre sono 7.000 i venditori italiani e stranieri che hanno aderito al programma Logistica di Amazon in Italia, attraverso il quale affidano ad Amazon le operazioni di logistica, come lo stoccaggio l’imballaggio, la spedizione la gestione dei resi, e l’assistenza ai clienti. Sono questi i numeri che mostrano il crescente interesse delle aziende italiane di ogni dimensione verso la possibilità di commercializzare online i propri prodotti in Italia e all’estero.




I venditori Amazon Marketplace svolgono un ruolo prezioso nell’offrire ai clienti Amazon una vasta selezione di prodotti. Infatti ben il 40% del totale degli articoli ordinati a livello globale sono venduti da loro.

La possibilità di vendere all’estero garantita da Amazon Marketplace offre interessanti opportunità per le aziende di piccole e piccolissime dimensioni, che hanno accesso di fatto al vasto mercato nel quale Amazon sta operando.
Circa 2.100 imprese operanti su Amazon.it vendono, infatti, i loro prodotti anche su altri Marketplace non europei, inclusi Stati Uniti, Giappone e Canada, rendendo così accessibile anche a questi mercati l’acquisto online di prodotti Made in Italy in maniera immediata, e con tutti i vantaggi offerti dalla piattaforma Amazon Marketplace.

Le categorie per le quali Marketplace è disponibile sono Musica, Film, Videogiochi, Casa, Cucina, Fai da Te, Giardino e Giardinaggio, Elettronica, Strumenti Musicali e DJ, Orologi, Gioielli, Scarpe e Borse, Valigeria, Giochi e Giocattoli, Prima Infanzia, Sport e Tempo Libero, Illuminazione, Auto e Moto e Informatica. Dal momento dell’apertura del Marketplace, avvenuta nel 2010, i clienti di Amazon.it hanno accesso a oltre 250.000 prodotti offerti dai venditori Marketplace.

Grazie a Marketplace i clienti possono accedere a una selezione ancora più ampia, sempre con la facilità di utilizzo del sito Amazon.it, compresi i metodi di pagamento, i sistemi di sicurezza e protezione antifrode e la “Garanzia dalla A alla Z” di Amazon, che copre tutti gli acquisti effettuati presso i venditori Marketplace quando il pagamento è effettuato attraverso il sito di Amazon.it. La visibilità del proprio logo su Amazon offre l’accesso a milioni di clienti, ed esprime l’affinità di pensiero alla filosofia di Amazon, che vuole offrire l’accesso ai prodotti dei venditori al numero più vasto possibile di clienti.

Tramite Amazon Marketplace i venditori terzi possono usufruire dell’eccellenza della “Logistica di Amazon”. I venditori potranno decidere di consegnare i propri prodotti nei centri di spedizione (“Fullfillment Center”) e affidare ad Amazon la gestione di stoccaggio, imballaggio, spedizione, permettendo ai propri clienti di usufruire così anche dell’assistenza garantita dal Customer Service Amazon. Oltre 7.000 venditori italiani e esteri utilizzano questo servizio che permette ai clienti di ricevere i prodotti rapidamente, proprio come accade per gli ordini relativi ai prodotti venduti dalla stessa Amazon. I clienti che acquistano prodotti gestiti dalla Logistica di Amazon possono scegliere qualsiasi metodo di spedizione disponibile su Amazon.it, come ad esempio Spedizione Sera e Spedizione Mattino, due opzioni di spedizione che consentono la consegna in giornata (nei cap dell’area milanese) o entro le 12.00 del giorno successivo (per circa il 40% dei cap italiani), e Amazon Prime, anche quando acquistano dai venditori terzi.
Per scoprire nel dettaglio i vantaggi offerti da Amazon per i venditori, clicca qui:
www.amazon.it/marketplace





Si comprende facilmente la forza di questa offerta che non può essere contrastata dalle banche: un sistema integrato di commercio senza confini (non alla portata delle banche che balbettano progetti di internazionalizzazione), di logistica super-efficiente (non offerta da alcuna banca eccetto forse BancoPosta), di pagamenti sicuri (che possono fare a meno del circuito bancario) e perché no di micro-finanziamenti. La sfida è già cominciata negli USA e si trasmetterà rapidamente anche in Europa, dove le barriere all’entrata sono molto più basse perché i costi scaricati sulla piccola impresa sono molto elevati e la propensione a sottrarsi al monopolio bancario -anche nei pagamenti via POS- sempre più in crescita. Le banche italiane hanno cominciato a vendere prodotti di consumo, televisori, tablet, attrezzi per il fitness, ma la sfida è impari: Amazon può vendere tutto e decidere quale parte del business collaterale portarsi in casa e quale lasciare agli altri perché poco conveniente. Molto peggio di un stress-test della BCE in prospettiva. 
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TUTTI PAZZI PER LE SOFFERENZE ITALIANE

TUTTI PAZZI PER LE SOFFERENZE ITALIANE
Sono tra le poche cose che in Italia stanno crescendo a ritmi superiori al 20%, sono le sofferenze delle banche italiane cresciute in pochi anni da 40 miliardi a 200.


Se fossero stati applicati i prezzi di mercato le banche avrebbero subito eccessive minusvalenze nei bilanci. Questa è quasi certamente la vera ragione che ha impedito la volontà comune di creare una bad bank italiana, sulle orme della SAREB spagnola: le banche non potevano sopportare altre perdite, alcune banche avrebbero perso troppo capitale. E proprio l’ipotesi di una bad bank, tornata di moda recentemente per le aspettative sull’esito degli stress test, è lo spauracchio degli acquirenti di NPL, che si vedrebbero sottrarre di colpo un ghiotto pasto a cui si stanno preparando da tempo.

Perché il mercato delle sofferenze è così attraente per gli investitori? Prima di tutto perché è gigantesco, poi perché questo potrebbe essere il momento migliore per comprare, prima che la ripresa cominci e che risalgano le percentuali di recupero dai debitori, oggi alquanto modeste.
Perciò non stupitevi di leggere che Fortress abbia dichiarato recentemente di volere fare grandi investimenti in Italia, che lo specialista dell’immobiliare REAG abbia annunciato l’entrata nel mercato NPL, o che il fondo TAGES con FONSPA stia facendo di tutto e di più pur di mettere le mani sui 3-4 miliardi di sofferenze esplose nel bilancio di Banca Marche. Poi c’è anche Saviotti attende di rimettere sul mercato Release, la società che contiene tutti i disastri di Italease e Unicredit che ha messo in vendita la sua bad bank, UCCMB disputata tra cordate di fondi esteri a prezzi che per ora non sono stati sufficienti a prendere una decisione. Ma la lista è molto più lunga e i valori in gioco importanti.
La corsa alle sofferenze italiane era già stata segnalata nel 2013 dagli specialisti, e a luglio da un articolo di Bloomberg Business Week. Le operazioni stanno cominciando, probabilmente a partire da portafogli selezionati con maggiori garanzie e più elevata probabilità dir recupero.



La fabbrica delle sofferenze continua a sfornarne ogni mese, che sia colpa degli imprenditori poco abili o delle banche che li hanno fatti indebitare e poi non hanno saputo frenare il tracollo poco importa. La situazione del sistema bancario italiano è spaventosa, anche a confronto con il resto d’Europa e alcune banche si segnalano per una posizione estremamente vulnerabile, come mostrano questi grafici contenuti del rapporto di pwc sul mercato NPL italiano:


Tutte le banche italiane, ad eccezione del virtuoso CREDEM hanno capitalizzazioni di borsa inferiori al valore contabile di libro, e la pattuglia tricolore si segnala per valore molto elevati di crediti deteriorati sul patrimonio tangibile a fine 2013, con la gravissima posizione di MPS in evidenza.
Ma di sofferenze sono imbottite anche le banche di seconda fila e questo grafico mostra la grande differenza di banche pluri-regionali tra l’eccellente Credem, Banca Marche, Carige e Banca Etruria notoriamente in difficoltà e le due principali venete. Perciò i fondi aspettano soddisfazioni anche in provincia, visitando e rivisitando i CFO delle banche e facendo offerte che non avranno mai pubblicità né sui prezzi preventivati né su quelli concordati. Forse la combinazione di un’altra tornata di alte rettifiche e la fine della recessione potranno aiutare a fare esplodere sul serio questo anomalo e triste mercato.










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L'ENERGIA DELLE IMPRESE NASCOSTA NELLE FATTURE

L'ENERGIA DELLE IMPRESE NASCOSTA NELLE FATTURE
Due argomenti su cui pongo l’attenzione con riferimento al credito e alla liquidità alle imprese, ponendo due quesiti e provando a rispondere:
1) quali imprese, progetti e investimenti oggi preferiscono finanziare le banche?
2) perché le imprese hanno un potenziale di credito non sfruttato interamente nel loro portafoglio crediti?

Attivo fisso o attivo circolante?

Le più recenti dichiarazioni dai vertici delle banche si sono uniformate all’idea di riservare i nuovi finanziamenti che saranno erogati (anche con i fondi a tasso quasi zero concessi dalla BCE con il primo TLTRO) alle imprese che hanno progetti d’investimento e li presentano in modo trasparente. L’interpretazione più ovvia di questa affermazione è che ci sarà attenzione e disponibilità maggiore verso investimenti fissi, tipicamente industriali, tipicamente in macchinari e/o nuovi insediamenti produttivi. A cui si accoppierà un certo rimpianto dei Mediocrediti che avevano all’interno le competenze per valutare progetti industriali e finanziarli.

Se così fosse la scelta lascerebbe spazio a diverse critiche. L’investimento in attività circolanti (capitale circolante) ha in questo momento storico pari dignità dell’investimento fisso in impianti e macchinari e sotto molti aspetti è meno rischioso e più flessibile per imprese e banche. Alcune osservazioni:
1) oltre il 60% delle imprese italiane sono nel settore servizi e commercio, senza contare le imprese che distribuiscono attrezzature comprate da altri produttori. In quali impianti e attrezzature potrebbero o dovrebbero mai investire queste imprese? E se non investono in attività fisse saranno discriminate nel ‘nuovo’ credito?
2) il vero investimento produttivo delle imprese è nei processi innovativi: certo, a volte si tratta di una nuova macchina (che fa risparmiare magari due operai…), tuttavia la maggior parte delle volte invece l’investimento è ‘soft’: idee, ricerca e brevetti, cervelli e competenze, strumenti di marketing e web marketing. Quale banca è pronta a valutare anche queste spese come validi investimenti e finanziarle? Oppure si continuerà a dedurre dal Patrimonio Netto le attività immateriali perché sono di dubbio valore rispetto al valore certo dei mattoni (che così certo non si è poi rivelato in questi anni).
Qualche volta l’investimento va in un programma di facilitazione commerciale ai clienti, ad esempio offrendo 30 giorni di pagamento in più per acquisire un nuovo cliente, ma probabilmente non viene considerato dalle banche come investimento, anzi è visto come un peggioramento del bilancio.
3) le imprese italiane dopo 5-6 anni di crisi hanno in larga misura capacità produttiva in eccesso. Quante intendono aumentarla ora con nuovi investimenti? Al momento i dati statistici sono piuttosto negativi su aspettative e investimenti. La lezione della crisi non è forse stata quella di vedere imprese che hanno realizzato progetti d’investimento nel 2007-2008 che sono poi precipitate in crisi finanziaria quando i fatturati dal 2009 sono scesi del 20-30%?

I crediti sono il vero oro nero da cui estrarre energia

Secondo i dati della rilevazione più recente di Banca d’Italia nelle banche ci sono circa 120 miliardi utilizzati per anticipare crediti verso clienti (anticipi e sconto salvo buon fine di ricevute bancarie), le società di factoring ne hanno altri 36 miliardi. Immaginiamo che abbiano una vita media lunga, di 120 giorni per tenere conto di qualche decina di miliardi di crediti della PA o di imprese a partecipazione statale che sono pagati anche a 300 giorni. Significa un giro annuo di crediti usati per avere liquidità di quasi 500 miliardi.
Impossibile calcolare quanti altri crediti siano oggi nei cassetti delle imprese perché i fidi o i castelletti sono saturi, impossibile calcolare i crediti che il factoring non può acquistare perché i grandi clienti vietano la cessione (consentita per legge). Questo è un giacimento di petrolio vastissimo per le imprese, le quali devono imparare a sfruttare il tesoro e renderlo liquido alla pompa di benzina.

Come? In 3 modi possibili:

1) trattando con i clienti, se necessario, offrendo sconti in cambio di pagamenti anticipati. Senza timore di perdere il cliente grande, confessando serenamente il bisogno di liquidità. Perché le grandi imprese selezionano i fornitori con dure prove e criteri, non amano perderli, non amano cambiarli. Molte grandi imprese sono entrate in una dimensione nuova che implica sostenere i fornitori importanti. Quelle che non lo fanno potrebbero avere problemi in futuro. Molte grandi imprese sono liquide, non hanno problemi di capitale e di Basilea come le banche, hanno un rapporto storico con i loro piccoli fornitori. Non sempre, ma spesso. Se possono dare liquidità anticipando i pagamenti per una buona ragione lo fanno.

2) sfruttando proprio la forza e la qualità del credito verso i clienti, basata su due elementi: una fornitura eseguita correttamente e un debitore di elevata qualità e standing finanziario, un tasso d’insolvenza sui crediti commerciali mediamente più basso di altri tipi di debito, una qualità che piace al sistema del factoring e che può essere utilizzata di più;

3) preparandosi all’utilizzo di piattaforme di invoice-financing, nelle quali quegli stessi crediti e le fatture sono comprati da investitori istituzionali con tecnologia web, con rapidità e tanta semplicità, lontana in modo imbarazzante dai mesi che occorrono per avere un aumento di fido o un nuovo fido. Questi canali di finanza alternativa esistono da anni in USA e girano miliardi di dollari, in
UK e girano oggi centinaia di milioni sterline, ma anche in Germania, Francia Svezia, Danimarca e pure in Spagna. Canali che rendono liquidi crediti per centinaia di milioni di euro alle piccole imprese con grandi clienti. Ora arrivano anche in Italia, paese interessante per la vastità dei giacimenti di crediti-petrolio, con i costi di estrazione piuttosto elevati (pagati dalle imprese) e con difficoltà di accesso al credito per molte piccole imprese.

Tutto questo può avvenire più facilmente con il permesso delle società che ancora vietano la cessione del credito spesso senza capire quale danno il divieto procura ai fornitori in situazione di liquidità scarsa. Oppure con la collaborazione più attenta delle società che non hanno ancora aderito al codice italiano di pagamenti responsabili promosso da Assolombarda e che dopo la scadenza della fattura si prendono sistematicamente altri 30 o 60 giorni prima di regolare i propri debiti commerciali.
 

 

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SE 23 MILIARDI DI EURO NON FOSSERO PER CREDITO MA PER CAPITALE?

SE 23 MILIARDI DI EURO NON FOSSERO PER CREDITO MA PER CAPITALE?
L’ho scritto ieri su twitter d’impulso: ‘e se quei 23 miliardi dati alle banche a tasso quasi zero fossero stati dati a chiunque voglia investire nel capitale delle imprese e nelle startup?‘. Perché più osservo empiricamente la situazione della finanza italiana e delle PMI e più mi convinco che il tanto auspicato ritorno del credito alle imprese, formulato genericamente, (che poi altro non è che nuovo debito per le imprese) NON è la soluzione che serve alla nostra economia. Perché persino la Banca d’Italia -che non ha alcun conflitto d’interesse nel favorire una o l’altra ipotesi- si rende conto e manifesta la convinzione che la soluzione per le imprese stia nel mettere più capitale, non più debito.
Stante questa situazione il quadro si sta componendo sempre più nitidamente ed è fatto da questi elementi:
1) la liquidità elargita dalla BCE alle banche andrà in minima parte alle imprese e per necessità andrà solo a quelle imprese che le banche, impaurite da anni di crescita delle sofferenze al 20-30%, reputano assolutamente sicure per quanto riguarda il rimborso. Queste sono forse un 20-25% del totale, se dal totale delle imprese ‘target’ per le banche si escludono le imprese che non hanno bisogno di credito. Se ne sono convinti nei pochi giorni successivi alla prima asta TLTRO commentatori esperti e giornalisti finanziari.
2) nella stragrande maggioranza le piccole e piccolissime imprese sono già sovraccariche di debito e faticano a rimborsarlo. Non si spiegherebbero altrimenti le sofferenze, i fallimenti in aumento, la prevalente domanda per la ristrutturazione del debito certificata dalle stesse banche. Concedere altro credito a chi fatica a rimborsare il vecchio è sbagliato per tutti, non solo per le banche. Sbagliato per imprenditori, dipendenti, fornitori ecc…
3) la capacità di rimborso delle imprese italiane è crollata in questi anni. Margini sempre più compressi o negativi per 4-5 anni di fila, nessuna riserva di liquidità. Pochi miglioramenti in vista sulla domanda interna, fiducia delle imprese in calo continuo, altro che propensione agli investimenti! Tanto meno verso investimenti a totale leva finanziaria e per di più a tassi elevati, superiori di 2-3% a quanto pagato dai concorrenti tedeschi o francesi
4) il canale di credito alternativo alle banche per ora è solo quello dei minibond -che sempre debito sono. – ma è quasi irrilevante, come onestamente si dovrebbe scrivere sino ad oggi. In due anni il canale minibond ha rifornito meno di 50 imprese e, come ha scritto Morya Longo sul Sole il 24/9, sono serviti per lo più a grandi imprese e a rifinanziarsi i debiti bancari. Solo 16 imprese-PMI per un totale di €150 milioni hanno usato il nuovo canale alternativo alle banche per raccogliere buon debito a fronte di piani di sviluppo. Briciole. Se anche arrivassero altre 100 imprese nel 2015 ad emettere bond veri e seri cosa avremmo mai risolto, rispetto ai 90 miliardi di credito che sono stati tolti?
La terapia necessaria è quella di mettere capitale nelle imprese. Subito si pensa alle quotazioni in Borsa, ma anche in questo caso effetto su qualche decina di imprese e nulla più. Il capitale dovrebbe arrivare a fiotti invece, iniettato da chi sa valutare come farlo fruttare ma canalizzato dentro decine di migliaia di imprese piccole, medie o grandi. Non sono purtroppo i fondi di private equity il canale ideale per farlo: molti scomparsi e distrutti dalle perdite, altri interessati solo ad attraenti mordi-e-fuggi e in generale tanto, troppo selettivi per occuparsi di decine di migliaia di aziende con buoni prodotti, buoni skill ma pochi capitali. Sto vedendo in questi mesi sempre più casi di piccole imprese che potrebbero rifiorire solo con capitale di rischio, capitale che però non sanno dove trovare sul mercato. Alcuni si stanno rivolgendo ai propri partner commerciali.
La ricetta per portare quei 23 miliardi -o almeno una parte- prelevati dalle banche italiane e riversarli in canali e istituzioni che aumentino il capitale delle PMI e le rafforzino in via permanente non c’è. Non possiamo aspettarcela dalle banche stesse, nonostante le banche sarebbero le prima a beneficiarne sulla qualità dei loro impieghi e finiscano forzatamente a sottoscrivere equity nei maxi-deaflult (vedi Sorgenia…). Però potremmo sperare che gli esperti dei Ministeri, che la stessa BCE, che le banche di sviluppo della comunità comprendano che anche se il circuito bancario europeo ritornasse a dare credito a pioggia resterebbe il problema di come facilitare e moltiplicare l’arrivo di equity nelle imprese italiane ed europee. Ma soprattutto italiane.
Alternative? Veramente poche. L’esile venture capital e il neo-crowdfunding italiano possono sostenere l’incubazione di qualche centinaio di micro-imprese startup, all’interno di un quadro giuridico innovato recentemente e tra i migliori nel panorama internazionale.
Il credito, se basato su poco capitale, deve invece tornare ad essere un ‘credito mercantile‘, che finanzia in modo intelligente filiere di subfornitori, fornitori, grandi clienti con un grado di rischio attenuato da flussi commerciali veri e non finanziari. Come facevano i primi banchieri della storia.



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E ORA RACCOGLIAMO ALTRI COCCI

E ORA RACCOGLIAMO ALTRI COCCI
Impressionante l’anticipazione dei dati dell’osservatorio CERVED suienti: +14% % nel 2° trimestre rispetto al 2° trimestre del 2013. Soprattutto ricordando che 4.241 procedure fallimentari aperte in tre mesi sono solo la punta terminale di un processo lungo e penoso di crisi di piccole e grandi imprese, che per ogni impresa che fallisce ce ne sono almeno altre 5 che stanno ancora lottando per evitarlo e che ogni fallimento distrugge crediti commerciali e comporta danni ad altre imprese.
Questa marea inarrestabile di imprese che vanno in pezzi, travolte da crisi economica, pagamenti dello Stato che non arrivano, errori manageriali e stretta creditizia deve preoccupare e molto il sistema bancario che subisce danni notevoli da ogni fallimento e che registra lo stato finale delle imprese nella voce sofferenze. E dunque si spiega come mai, nonostante il freno agli impieghi e la maggiore cautela nell’erogazione, le banche italiane stiano continuando a generare sofferenze a un ritmo di crescita pauroso. Da gennaio 2014 a luglio -secondo i dati della Banca d’Italia le sofferenze sui crediti alle imprese sono cresciute a tassi compresi tra il 29% e il 33%. Il leggero calo mostrato nella curva rossa del grafico non può indurre ad alcuna celebrazione. La riduzione è del tutto modesta, il ritmo di crescita è salito dal 15% del 2012 al 30%, in parte per un processo di maggiore trasparenza voluto da BCE e Banca d’Italia, in parte per gli effetti della crisi che sono economicamente immediati, ma finanziariamente sempre a scoppio ritardato.



Stiamo semplicemente raccogliendo i cocci di un sistema che non ha schermato le nostre imprese dal rischio d’insolvenza per mancanza di liquidità. Colpe equamente distribuite tra Stato, che ha esercitato folle pressione fiscale senza offrire veri percorsi di salvataggio, imprenditori che hanno commesso elementari errori gestionali e banche che non hanno saputo prevedere e prevenire il decadimento delle loro posizioni di credito, evitandosi l’onta di raccogliere i cocci nei tribunali fallimentari.
Ma la cosa più preoccupante è che l’onda non è finita, anzi minaccia una recrudescenza, perché come qualcuno ha scritto oggi su twitter “la nuova recessione sta spingendo fuori dal mercato anche imprese che avevano superato la prima fase”, il sistema bancario è incapace di fare fronte alle richieste di ristrutturazione del debito in tempi necessariamente brevi e lo Stato non ha ancora immesso tutta la liquidità che ha tolto alle imprese non pagando decine di miliardi di debiti arretrati. Nessun miglioramento in quattro anni, nessun protocollo straordinario di cura. I numeri non mentono mai.



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QUANDO L'OFFERTA SI CONFONDE CON LA DOMANDA

QUANDO L'OFFERTA SI CONFONDE CON LA DOMANDA
 Riprendo il post precedente, a commento dell’esito della prima gettata di liquidità con l’operazione TLTRO concessa dalla BCE, per offrire qualche spunto di riflessione sul possibile futuro utilizzo della liquidità offerta a tassi generosi nel rilanciare il credito alle imprese.
Ho paura che si stia confondendo la domanda di credito con l’offerta disponibile di credito da parte delle banche, che hanno la determinazione legittima di fare una selezione molto dura e precisa delle imprese a cui destinare il credito con o senza i fondi a 4 anni messi a disposizione dalla BCE. Una tesi avvalorata dalle dichiarazioni provenienti dal sistema bancario il giorno successivo all’asta della BCE. Ne cito tre per il momento:

Carlo Messina, AD di Intesa SanPaolo ha risposto così alla domanda di Marco Ferrando del Sole:
D: In concreto, miglioreranno le condizioni del credito per le imprese?
Le Tltro sono finalizzate a sostenere il credito per le Pmi: noi, per i primi 4 miliardi che abbiamo chiesto ieri, abbiamo individuato un bacino di aziende a cui saremo in grado di offrire linee a medio-lungo termine a condizioni più vantaggiose di quelle passate.

E Federico Ghizzoni, CEO di Unicredit ha dato questa risposta:
D: A chi sarà destinata la nuova tranche di credito?La nostra scelta è chiara: la priorità andrà alle imprese che intendono fare investimenti pluriennali per sostenere lo sviluppo. Solo così si rimetterà in moto l’economia. Purtroppo la domanda di credito per investimenti è ancora debole. Ma dobbiamo sforzarci di sostenerla e di stimolarla. [...]
D: Più nel dettaglio, il nuovo credito a che tipo di imprese andrà?La priorità è di guardare alle imprese già clienti che hanno programmi di investimento pluriennale. Ma certamente proveremo anche ad acquisire nuova clientela. Lo sforzo che dobbiamo fare, e che come UniCredit abbiamo già sperimentato, è di destinare questa nuova liquidità anche alle piccole medie imprese e non solo ai large e mid corporate con rating più elevato.
E il presidente dell’ABI Antonio Patuelli scrive sempre sul Sole del 19/9 queste parole:
Ora la nuova Tltro interessa alle banche operanti in Italia per molteplici ragioni e vede da subito le banche impegnate per questa nuova fase indirizzata alla ripresa dello sviluppo attraverso il finanziamento di trasparenti investimenti delle imprese. Le banche sono interessate doppiamente, sia in termini generali, sia perché la ripresa degli investimenti potrà avere anche indiretti effetti positivi pure per le aziende in difficoltà che potranno più facilmente ritornare ad essere debitori più puntuali e corretti verso le banche. …] Sia inoltre chiaro che non è intenzione delle banche operanti in Italia dirottare la nuova liquidità della Tltro in titoli di Stato; la situazione è ben diversa da quella del 2011 e del 2012: la Bce e le banche centrali nazionali come la Banca d’Italia vigileranno sulla destinazione della nuova liquidità.
Sembra palese che le stesse banche che si difendono dai dati negativi sul credito alle imprese (-90 miliardi in 2 anni) puntando il dito contro la mancanza di domanda di credito per investimenti stanno pensando a un certo tipo di domanda che ha queste caratteristiche:

- imprese sane (che per le banche significa con rating buono-elevato e basso consumo di capitale) che oggi sono meno del 50%
- imprese che fanno investimenti industriali, per lo più strumentali essendoci ancora poca propensione a valutare e finanziare R&D e investimenti immateriali) che sono molto meno del 50%
- imprese di media o medio-grande dimensione, dove è più efficiente e trasparente erogare tranche di credito di svariati milioni;
- imprese senza debiti verso fisco o INPS (lo dice chiaramente Patuelli, lo dicono nelle filiali al rinnovo fidi)
- sufficiente a superare i controlli di polizia della BCE, quando chiederà conto di come sono stati usati i fondi.

Si comprende subito che di questo tipo di domanda oggi ce ne sia ancora troppo poca in circolazione, anche a giudicare dalla percezione delle stesse banche italiane che contribuiscono alla rilevazione trimestrale della BCE. Ieri ho mostrato il grafico per l’EU, oggi dalla Banca d’Italia la situazione del mercato italiano.
A parte una timida ripresa della barra ‘investimenti fissi’ la domanda di credito registrata dalle banche è in aumento per le scorte e il capitale circolante  e da 4 anni per ristrutturare l’eccesso di debito! Questa è l’Italia delle imprese a fine 2014 con un PIL negativo e una previsione di aumento nel 2015 così magra da fare paura che -come negli anni precedenti- torni negativa a fine anno.

La domanda che le banche auspicano e sono pronte ad accogliere non è la domanda attuale delle imprese, soprattutto quelle piccole, che c’è forte, sotterranea, disperata e purtroppo male giustificata da progetti confusi. La domanda auspicata dalle banche è in effetti l’offerta che le banche sono disponibili cautamente a concedere.
Questo sarà per molto tempo il leitmotiv del credito. Si stanno ribaltando i rapporti tra banche e imprese: non sono più le imprese che vanno in banca e chiedono credito, ma le banche che selezionano a chi darlo (come ha spiegato Messina). Le banche stanno da mesi e mesi affinando il sistema di selezione delle imprese a cui offriranno finanziamenti convenienti.
Le altre imprese temo che debbano imparare a fare a meno del credito bancario e si rivolgano altrove, magari alle nuove piattaforme di finanza alternativa se arriveranno anche in Italia e non solo in Spagna. Pochi giorni fa un piccolo imprenditore mi raccontava di avere chiesto alla sua banca un’affidamento da qualche decina di migliaia di euro nel mese di maggio e di non avere ancora avuto risposta. A quanto sento direttamente e da altre fonti non è un caso isolato. Non ha avuto risposta perché è fuori dai criteri del credito facile e conveniente. Però la banca non glielo ha ancora spiegato.
Intendiamoci non c’è nulla di sbagliato in ciò che intendono fare le banche sul fronte dell’erogazione del credito. Hanno piena legittimità nel farlo. Ho solo due interrogativi molto pratici:

1) siamo sicuri che le banche non stiano scartando, applicando i loro criteri, troppe imprese con programmi e manager altrettanto validi? I criteri sono sempre così rigidamente quantitativi?

2) se molte imprese sono andate in crisi proprio per avere fatto forti investimenti nel 2007-2008 e poi subire il calo della domanda, siamo sicuri che siano solo i programmi d’investimento a determinare l’accesso al nuovo credito?

Il mondo del credito alle imprese 

In ogni modo siamo entrati in una nuova fase dei servizi bancari alle imprese, dove fare banca e credito non sarà mai più come prima: basta credito a tutti e a prezzi convenienti, le banche si scelgono i clienti, ne avranno sempre meno e forse impareranno a vendere servizi migliori. E si aprono spazi per altri intermediari.

Intanto dato che parliamo di investimenti registriamo il forte interesse estero per l’Italia in questi termini:
Fortress crede nell’economia italiana e vuole aumentare la propria presenza e i propri investimenti nel settore dei non performing loan e intende investire in Italia nei prossimi mesi oltre un miliardo di euro». Giovanni Castellaneta, senior advisor di Fortress in Italia e presidente di Italfondiario (società specializzata nella gestione dei crediti incagliati controllata dal fondo Usa e partecipata da Intesa Sanpaolo), ribadisce l’interesse del fondo americano, quotato a New York, per gli investimenti sul mercato italiano.
Certo, quanto a produzione di non performing loan bancari l’Italia è in cima alle classifiche, è incredibilmente attraente per chi investe in falliti e in fallimenti. Ma ben pochi riflettono approfonditamente sui perché e i per come. Meglio dimenticare, voltarsi dall’altra parte e sognare di finanziare chi ha ‘programmi di trasparenti investimenti’.


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TLTRO E BCE DELUDONO NEL 1? TEMPO

TLTRO E BCE DELUDONO NEL 1? TEMPO
Le nude cifre dicono che circa 255 banche europee hanno chiesto e ottenuto in tutto 83,6 miliardi di € dalla BCE allo 0,15% per 4 anni nella prima finestra delle 2 previste per il 2014 del finanziamento speciale (TLTRO) pensati specificamente per dare liquidità a basso costo e indurre le banche a prestare di più a famiglie e imprese. Il risultato a detta di tutti è stato deludente, addirittura la metà di quanto alcuni esperti si attendevano. Nelle precedenti finestre di liquidità (TLTRO) le banche che avevano richiesto fondi erano state 530 e più di 800.

Il risultato deludente conferma le
perplessità che nutrivo verso questa specifica operazione di rifinanziamento, che la stampa italiana (non quella estera) aveva frettolosamente venduto come il ritorno del credito alle imprese, suscitando subito tragicomiche aspettative tra i lettori-imprenditori:
- il problema delle banche è il CAPITALE, non la liquidità. La liquidità a basso costo è già disponibile, ma per espandere gli impieghi occorre sempre più capitale e sin qui le banche hanno dovuto ridurre impieghi per stare nei parametri di capitale;
- proprio perché il problema è il capitale non c’era motivo di imbottirsi di liquidità prima di sapere l’esito dell’esame AQR in corso, dal quale le banche stesse sapranno se hanno sufficiente capitale o se gli azionisti devono ancora mettere mano al portafoglio
- il capitale si conserva, si centellina facendo prestiti a imprese con basso rischio o facendoseli garantire dallo Stato, in entrambi i casi un bocchettone molto stretto. La domanda di credito, intendendo quella parte di domanda che le banche sono disposte ad accettare non l’intera domanda dalle imprese, è piuttosto debole e la liquidità in eccesso oggi finirebbe parcheggiata con rendimenti bassi.

fonte: Silvia Merler -@SMerler - Bruegel.org

Tutto qui, ma va detto che le banche italiane hanno preso dalla BCE 23 miliardi, pari al 28% del totale. Una parte cospicua verrà usata per rimborsare i prestiti LTRO presi più di 2 anni fa sempre dalla BCE e che hanno ancora in pancia, quindi effetto zero. Una parte, così dicono alcuni CEO, andrà alle imprese che investono. Considerato il calo degli investimenti in Italia si può già intuire che le imprese che investono in attività fisse con questa domanda interna (a pezzi) e internazionale (in declino) probabilmente sono 1 su 3 o addirittura meno.
Quindi nessuno si aspetti miracoli da questi 23 miliardi arrivati nelle casse di Unicredit, Intesa, MPS e altre banche minori. Le statistiche sul credito, sin qui mestamente declinanti, non avranno un rimbalzo positivo ma una leggera riduzione del percorso di declino. Le imprese che non hanno bisogno di finanziamenti si vedranno offrire fondi a tassi straordinariamente allettanti, quelle che hanno bisogno di credito -spesso per motivi sbagliati e con bilanci in disordine- non riceveranno alcuna offerta, né speciale né costosa.
Il 2° tempo del TLTRO arriva in dicembre, dopo gli stress test e non è difficile immaginare che la domanda da parte delle banche sarà più alta, perché i presupposti sul capitale più certi.
Invece sui tanti commenti relativi alla domanda di credito che mancherebbe, sarà opportuno tornarci con il prossimo commento. Mi limito a fare vedere quanto le stesse banche europee hanno risposto alla BCE nell’ultimo sondaggio della rilevazione periodica della Bank Lending Survey:



Se le banche italiane si aspettano una domanda per investimenti in questa fine 2014 e prima metà del 2015 possono serenamente sedersi in poltrona, aspettare e fare altro. Se invece hanno voglia di finanziare scorte e capitale circolante di domanda ne trovano sicuramente di più.



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RICHIAMARE URGENTEMENTE I BUOI CHE SONO SCAPPATI

RICHIAMARE URGENTEMENTE I BUOI CHE SONO SCAPPATI

Tutto è possibile negli spregiudicati mercati finanziari, ma la corsa precipitosa a richiamare sul mercato del credito alle imprese italiane quegli stessi investitori istituzionali che sono stati allontanati per 30-40 anni ha il sapore di un’operazione goffa.

Penso ai tentativi di sostituire il credito che le banche non vogliono più erogare (o in parte non possono dovendo inseguire ratio patrimoniali con una raffica di aumenti di capitale) con il credito erogato da fondi specializzati e ora anche da assicurazioni e fondi pensione.  Proprio gli stessi operatori del risparmio che sono stati volutamente tenuti alla larga dal grasso (?) recinto del credito con una combinazione di divieti, regole proibitive e barriere all’entrata poste dal sistema bancario, che ha tagliato la strada qualsiasi concorrente incluso un modello di pricing che nel tempo si è rivelato prima sbagliato poi nefasto (insufficiente a coprire le sofferenze). Devo ricordare che fino al 2008 gli spread praticati sui mutui a medio-lungo termine alle imprese dal sistema bancario si aggiravano intorno all’1%, in molti casi persino sotto. E con quell’1% si pensava di coprire il costo del rischio, di perdite attese e inattese su orizzonte 5-10 anni? Un caso macroscopico di mispricing che è stato poi progressivamente corretto utilizzando come alibi l’aumento del costo di raccolta (lo spread BTP-Bund) nel periodo 2010-2013.

Adesso che le banche hanno il fiato corto tutti (governo, associazioni) si adoperano per richiamare nel recinto quei buoi che sono stati allontanati; ecco quindi arrivare a rate i decreti legge con la (buona) normativa per i minibond e nell’ultimo dl l’apertura cauta alle assicurazioni e ai fondi pensioni, ai quali peraltro viene detto ‘Voi non siete capaci di fare credito, quindi fatevi aiutare dalle banche nella selezione’. Curioso, farsi aiutare da chi oggi nei bilanci ha vistose cicatrici (incagli e sofferenze) che dimostrano quanto poco ci abbia capito del rischio con o senza sistema di rating interno. Perché mai le assicurazioni dovrebbero farsi aiutare dalle banche invece di comprarsi buoni analisti ed esperti d’impresa se vogliono investire in questa classe di rischio? Non gli mancano i mezzi per farlo, credo.

Gli investitori istituzionali non sono ingenui

Nella richiamata alle armi degli investitori istituzionali ci sono buone ragioni e molte ingenuità. Gli investitori istituzionali conducono i loro affari con un processo totalmente razionale di selezione dei rischi che inevitabilmente conduce a due strade:
1) separare i rischi migliori dai peggiori e scegliere i primi per il criterio di tutela del denaro gestito;
2) attribuire un prezzo corretto al rischio, e arbitraggiare le opportunità valutando e comparando le medesime alternative su scala internazionale. Se il rischio è elevato il rendimento deve essere molto elevato, molto al di là di quanto è stato ed è prezzato dalle banche oggi.

Il primo punto ci dice che è inutile sperare che gli investitori istituzionali vadano a dare credito a quel 30-40% di imprese a cui le banche lo stanno già oggi negando per la valutazione di rischio e il consumo di capitale. Per quelle dobbiamo trovare un’altra soluzione.

Il secondo ci dice (testimoniato dalle cedole pagate dalle prime 30-40 emissioni di minibond) che il costo-prezzo di un medio-termine a una buona PMI italiana sta tra il 6% e il 10%, lontano da quanto ancora oggi offerto dal sistema bancario. Per di più questi 30-40 pionieri dovrebbero essere nella fascia delle migliori aziende.

Tutto insieme ci dice che gli investitori istituzionali, sicuramente liquidi e sicuramente interessati a cogliere nuove opportunità, non hanno l’anello al naso: se entrano sul segmento del rischio corporate/PMI italiane lo faranno scegliendo il meglio e chiedendo rendimenti elevati per coprire rischio e profitto. Sembrerebbe essere lo stesso desiderio del sistema bancario: buone imprese, basso rischio, spread interessanti. Le banche si dovrebbero fare da parte solo perché hanno poco capitale. Siamo sicuri che siano così pronte a stendere il tappeto rosso agli investitori, visto che proprio il sistema bancario si lamenta di avere credito da spendere su buone aziende ma di non avere domanda di credito? Al più possono travestire il loro interesse in fondi a cui partecipano sottoscrivendo quote., come sta avvenendo (le Popolari, BNL, Unicredit…)

Ecco perché il richiamo dei buoi-investitori è buona cosa per ricreare un mercato dei capitali in Italia ma non risolve il problema del credito alle imprese italiane in difficoltà da rilanciare. Che sono molte. Nè risolve il problema del costo del credito che in Italia è superiore di 2-3% al costo pagato dalle imprese in Germania e Francia.

Lo Stato rimane la valvola di sfogo del credito

Per il credito difficile temo si debba fare conto ancora sullo Stato che fornisce garanzie attraverso il Fondo Centrale, che si presta a dare garanzia sui minibond di bassa qualità (pessima idea) e che sarà chiamato in causa anche sulle cartolarizzazioni ‘buone’ (ABS) sollecitate da Draghi e dalla BCE per garantire proprio quella fetta di rischio che non vuole assumere la BCE (su insistenza tedesca) e che nessun investitore istituzionale riportato nel recinto dei rischi italiani vuole comprarsi.

L’alternativa per il credito difficile rimane quella dei Confidi, su cui è stato già scaricato tutto ciò che il sistema bancario non vuole comprare senza garanzia e che, allo stremo delle forze ora devono aggregarsi e ricapitalizzarsi. Auguri.

Per il credito buono a prezzi competitivi si deve invece fare affidamento sulla capacità degli investitori istituzionali di leggere il futuro delle imprese, i loro business plan, meglio di quanto sappiano oggi fare le banche con il rating Basilea, sulla capacità di comprare a prezzo conveniente un rischio che migliorerà in futuro grazie alla capacità, ai progetti, ai prodotti e alla qualità dell’imprenditore.

Non solo medio termine, non solo minibond

Curioso poi come del credito a breve termine non si parli mai, visto che le imprese hanno bisogno anche di quello e non solo di fondi per investire.  Nessuno propone soluzioni per offrire agli investitori istituzionali un profilo di investimento di durata inferiore all’anno (considerando fallimentare o quasi il tentativo di rianimazione delle cambiali finanziarie, che ha raccolto un numero di emittenti che si conta sulle dita di una mano).

Non è quello che succede all’estero dove investitori e piattaforme di invoice financing stanno riscuotendo parecchio successo: in UK Market Invoice ha triplicato il giro di affari sulle fatture di PMI nel giro di soli 6 mesi.  Aspettiamo che gli investitori esteri vengano a bussare a quella porta perché su questo segmento c’è molto da fare per convincere i buoi italiani scappati a ritornare nel recinto.

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DA BCE PIU' LIQUIDITA', NON NECESSARIAMENTE CREDITO

DA BCE PIU' LIQUIDITA', NON NECESSARIAMENTE CREDITO
Era un cambiamento atteso, preannunciato da questo blog e ora è avvenuto. In base alle ultime disposizioni concertate tra BCE e Banca d’Italia le banche italiane avranno più  strumenti per procurarsi liquidità. Non mi riferisco tanto alle imminenti operazioni straordinarie di rifinanziamento, chiamate TLTRO, e già prenotate per decine di miliardi dalle banche italiane, bensì alle operazioni ordinarie di rifinanziamento previste dalla Banca Centrale Europea.
 
Cosa è cambiato rispetto al passato? Qualcosa di importante è effettivamente cambiato, ma non quello che ancora una volta i giornali poco informati stanno proiettando confondendo nuovamente liquidità con ‘credito’ e creando pericolose illusioni. Vediamo di spiegare in parole semplici la novità.

BCE e Banca d’Italia hanno concesso in via temporanea di fornire alle banche dosi di liquidità attraverso le operazioni ordinarie dell’eurosistema a fronte di garanzie su attivi stanziabili, ma non negoziabili (per essere negoziabili devono essere titoli liquidi e trattati su mercati regolamentati come i BTP). Questi ‘attivi non negoziabili’ in passato erano ristretti a crediti concessi singolarmente a un’impresa, ora possono essere portafogli di crediti, quindi anche un insieme di tanti piccoli crediti a PMI o famiglie (mutui casa) che -se bene identificati e soggetti a uno scarto tra garanzia e liquidità erogata- consentono alla banca di procurarsi nuova liquidità a condizioni di favore dalla BCE.

Una seconda novità è che i portafogli di crediti stanziabili si sono estesi in modo coraggioso anche a crediti a breve termine che per la loro natura variano giornalmente e quindi erano difficili da fissare come garanzia; si parla di scoperti di conto corrente e anticipi commerciali, come descritto visivamente nella grafica che ho predisposto.

Poi per facilitare le banche del sud europa BCE ha deciso di accettare in garanzia un grado di rischiosità superiore passando dall’1% di probabilità media di insolvenza all’1,50% sul portafoglio messo a garanzia.
Ultima novità interessante la possibilità per la banca di ‘farsi prestare’ le garanzie dalle sue società di factoring e leasing che possono offrire portafogli di fatture cedute o di canoni leasing. Liquidità che poi la banca potrebbe girare alle sue figliocce del parabancario.
Per funzionare operativamente questo schema, come spiegato dalle istruzioni emanate dalla Banca d’Italia, ha bisogno di 3 elementi particolari, che non sono stati spiegati esaurientemente dalla stampa:

1) il portafoglio di finanziamenti viene dato in garanzia alla BCE. La banca deve identificarlo nel suo sistema informatico e fare in modo che in ogni giorno il livello di credito utilizzato dalle imprese sia sempre superiore al livello iniziale compreso lo scarto. In pratica se lo scarto (fissato con percentuali molto diverse in base a durata e classe di rischio) fosse per fare un esempio del 20%, per avere 1.000 milioni di euro dalla BCE la banca deve sempre avere in essere crediti nel portafoglio a garanzia pari ad almeno 1.250 milioni. Se qualche impresa rimborsa o riduce lo scoperto deve essere subito rimpiazzata nel portafoglio da un altro credito di pari qualità per fare in modo che il totale resti superiore a 1.250 milioni.

2) il contratto di finanziamento tra impresa e banca (sia esso scoperto di c/c o anticipi fatture) deve essere modificato per consentire alla BCE di esercitare in qualsiasi momento il diritto ad escutere la garanzia in caso di necessità, anche se attraverso la banca che ha fornito la garanzia.

3) l’impresa debitrice (il cui debito è utilizzato a garanzia) deve essere informata e autorizzare esplicitamente nel contratto di finanziamento la possibilità di costituire il suo debito a garanzia della BCE.

Il primo punto comporta attività informatica e amministrativa non banale per la banca, il secondo e il terzo richiedono la modifica degli attuali contratti e il consenso delle imprese, circostanza che i vertici di Banca d’Italia avevano già preannunciato e che ora comparirà nella casella di posta delle PMI.

A cosa servirà tutta questa faticaccia? Per le banche ad avere liquidità, non necessariamente a concedere credito ad altre PMI. Non c’è obbligo per la banca che si procura liquidità, anche mettendo a garanzia prestiti alle PMI, di ‘ridare’ quella liquidità ad altre PMI, tantomeno di darla a imprese con cattivo merito di credito. E questo vale anche per i fondi del TLTRO.

Vale perciò ribadire la stessa regola e conclusione:

- queste variazioni sul metodo di approvvigionamento di liquidità dalla BCE sono utili per le banche che hanno difficoltà ad avere liquidità e meno utili per quelle che possono contare su altre fonti (depositi o emissioni obbligazionarie);

- per tutte le banche che utilizzeranno l’offerta temporanea c’è un vantaggio certo nel procurarsi fondi a basso costo, ma non c’è alcun impegno o garanzia a riversare questo basso costo alle imprese, tantomeno a quelle più rischiose.

- con il sistema dei collaterali a garanzia le banche NON si scaricano del rischio (e del costo di captale) come è stato impropriamente descritto. Lo farebbero solo se vendessero a titolo definitivo i crediti a una terza parte senza assumere il rischio di un mancato pagamento. Mettendoli a garanzia la banca continua a gestire la posizione e a sostenere il rischio di un fallimento e mancato rimborso.

- se i 90 miliardi di credito perso in questi anni ritornerà alle imprese sarà in funzione della liquidità (poco), della qualità del credito che la banca vuole assumere (moltissimo) e della domanda buona delle imprese (abbastanza).

Per questo motivo, devo ancora una volta sottolineare che le acque non vanno confuse in tavola: la liquidità è un fattore importante, ma non sufficiente per riversare tutto ciò che la BCE fornirà sui crediti alle imprese, che infatti cresceranno ancora poco. Per il momento continuano a calare.


 
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LO STATO NON PAGA, MA GARANTISCE... ALTRO CAOS

LO STATO NON PAGA, MA GARANTISCE... ALTRO CAOS

Quella del pagamento dei debiti arretrati della PA (Pubblica Amministrazione) alle imprese è una tragedia che sembra non avere mai fine. Tre governi si sono già alternati nel promettere ‘immediati’ pagamenti a botte di decine di miliardi, che puntualmente si sono verificati solo per frazioni modeste. Nessuno dei tre governi è riuscito (o non ha voluto) fare una conta precisa dei debiti arretrati che fluttuano con una variazione di 10 forse 20 miliardi di €. Ciò che indispettisce di più è il meccanismo farraginoso che è stato nel tempo messo a punto per complicare la vita alle imprese, soprattutto quelle piccole e poco attrezzate, e che passa per una ‘certificazione’ aberrante di diritti che sono già sanciti per legge in quasi tutti i casi da fatture e documenti. Non basta, bisogna aderire a procedure, portali, attendere che il Comune o la società pubblica si iscriva, presentare domande, attendere tempi incerti e via così. Un’assoluta presa in giro, messa a punto con la complicità di tutti al solo scopo di rallentare quello che è dovuto e che ha portato l’Italia all’apertura di una procedura d’infrazione da parte della Comunità Europea. Non è ovviamente finita, ne dobbiamo parlare ancora perché il meccanismo perverso che dovrebbe portare l’agognata liquidità alle imprese per decine e decine di miliardi (ben più di quanto auspicato dal TLTRO della BCE), anche attraverso lo smobilizzo dei crediti con il sistema bancario, è un mostro imbattibile.

Per avere un aggiornamento freschissimo credo sia sufficiente leggere cosa è stato pubblicato giorni fa  dallIstituto Bruno Leoni sul suo blog:


"Certificazione dei crediti e garanzia dello Stato per i debiti delle PPAA

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Rocco Todero.

Con due provvedimenti di recente emanazione – il decreto legge n. 66/2014 convertito in legge n.89/2014 ed il decreto del Ministro dell’economia e delle finanze del 27 giugno 2014 – Governo e Parlamento hanno introdotto la garanzia dello Stato per il pagamento dei crediti certi, liquidi ed esigibili, vantati da imprese e professionisti nei confronti delle pubbliche amministrazioni diverse dallo Stato.

Si tratta di una serie di regole in virtù delle quali il creditore privato ottiene dalla amministrazione debitrice, per il tramite della piattaforma informatica del ministero dell’economia e delle finanze, la certificazione dei propri crediti maturati al 31.12.2013 ed iscritti nel bilancio della P.A. come debiti di parte corrente. Grazie a tale certificazione, che in sostanza altro non è che un riconoscimento di debito da parte dell’amministrazione, lo Stato garantisce di provvedere al pagamento del credito per l’ipotesi in cui l’amministrazione debitrice dovesse risultare inadempiente nei confronti della banca o dell’istituto di intermediazione finanziaria al quale l’originario creditore privato abbia ceduto la propria pretesa patrimoniale.

Il creditore privato, dunque, verrà immediatamente soddisfatto dalla banca che accetterà la cessione del credito vantato nei confronti della P.A. e lo Stato interverrà solo nell’ipotesi in cui, giunto a scadenza il termine per il pagamento del credito da parte della amministrazione debitrice nei confronti della banca che lo ha acquistato, il debito medesimo non verrà estinto col pagamento.

Per le operazioni di cessione il legislatore ha previsto che non potrà essere richiesto uno sconto superiore all’1,9% annuo sui crediti ceduti sino a 50.000 euro ed all’1,6% sui crediti superiori a tale cifra.

Lo Stato, infine, si rifarà del pagamento del credito nei confronti di Comuni, Provincie e Regioni inadempienti decurtando le somme che periodicamente dovrà trasferirgli e che non siano preordinate al finanziamento dei livelli essenziali d’assistenza e qualora non sia possibile provvedere al recupero integrale delle somme dovute dagli enti interessati si procederà alla riduzione delle somme a qualsiasi titolo dovute e quindi anche di quelle destinate ai livelli essenziali d‘assistenza.(artt. 8 e 9 D.M. 27 giugno 2014).

L’introduzione della garanzia dello Stato – la vera novità di questi interventi normativi, atteso che la certificazione dei crediti è già in vigore da alcuni anni – ha il fine di “assicurare il completo ed immediato pagamento di tutti i debiti di parte corrente certi, liquidi ed esigibili,” ed il legislatore ha ritenuto di potere raggiungere questo obiettivo cercando di stimolare e di rendere appetibili per le banche le operazioni di cessione del credito.

Il meccanismo introdotto dai recenti interventi normativi appare, ad una prima lettura, di indubbio interesse soprattutto perché spinge nella direzione dell’adempimento obbligatorio dei debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei privati fornitori di beni e servizi e lo fa condendo il tutto con l’enfasi di affermazioni categoriche come quelle che prescrivono che “La garanzia del fondo è a prima richiesta, diretta, esplicita, incondizionata ed irrevocabile..”; ma stimola, allo stesso tempo, alcuni rilievi critici per superare i quali sarà necessario attendere la “messa a regime” dell’intera operazione.

Occorre, innanzitutto, osservare che la garanzia dello Stato è oggi limitata ad un fondo capiente nella misura di euro 150 milioni mentre i debiti certificati risultano già adesso essere nell’ordine di decine di volte di più. Altri 1.000 milioni di euro dovranno essere recuperati all’interno del bilancio del Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso opportune variazioni di spese sulle quali non vi è stata tuttavia alcuna indicazione.

La possibilità di ottenere la certificazione dei crediti al fine di potere usufruire della garanzia dello Stato è poi limitata ai crediti certificati alla data di entrata in vigore del decreto legge (24 aprile 2014) o a quelli la cui istanza di certificazione sarà presentata entro un determinato termine (il 23 agosto 2014, poi prorogato al 31 ottobre 2014).

A ciò si aggiunga che il meccanismo della garanzia dello Stato rischia di alterare il principio di parità di trattamento dei creditori, poiché coloro che riusciranno a cedere tempestivamente i loro crediti alle banche saranno soddisfatti, grazie all’intervento dello Stato, a scapito di quanti potranno vantare un credito più vecchio ma ancora non ceduto, magari perché non hanno trovato l’istituto di credito disponibile alla cessione. Chi prima arriverà meglio alloggerà, dunque.

L’impatto concreto dei provvedimenti varati, inoltre, dipenderà dall’adesione del sistema bancario al volere del Governo e del Legislatore e, in particolare, dall’accettazione del tasso di sconto che dovrebbe rendere conveniente per gli istituti di credito la cessione del credito, tasso che, è opportuno sottolinearlo, non è il risultato della volontà del “mercato” quanto piuttosto di un’imposizione dello Stato.

Tutto dipenderà, poi, dalla fiducia che le banche riporranno nella garanzia che lo Stato offre per il pagamento dei crediti che hanno acquisito, e non è detto che questa garanzia ispiri la fiducia che occorre, tenuto conto anche del fatto che il decreto ministeriale citato impone un accantonamento a coefficiente di rischio in un apposito fondo del solo 8%.del valore del credito certificato e ceduto, mentre la garanzia dello Stato è concessa per l’intero ammontare della pretesa patrimoniale.

La maggior parte dei Comuni, delle Province e delle Regioni, infine, versano in condizioni di grave crisi di liquidità e presumibilmente si avvarranno della facoltà, prevista nel decreto legge, di proporre alle banche di rateizzare e riscadenzare i debiti ceduti. Le banche valuteranno tali proposte in base alle loro convenienze come è giusto che sia.

Quindi, siamo in presenza: 1) di una riserva limitata per la garanzia di pagamento dei crediti, 2) di una discrasia fra la somma garantita e quella effettivamente disponibile ed accantonata per ogni cessione del credito, 3) dell’impossibilità di garantire il pagamento dei crediti secondo la loro anzianità, 4) dell’impossibilità di garantire l’efficacia dell’intera operazione senza l’adesione massiva delle banche, 5) di un’impostazione sostanzialmente dirigista.

Proviamo ad articolare una modesta proposta che possa evitare, o quanto meno ridurre, gli inconvenienti illustrati.

Invece di chiamare in causa le banche, cui riconoscere un tasso di sconto annuale dalla cessione del credito, lo Stato potrebbe più semplicemente imporre – con una misura di lungo periodo – la riduzione graduale del debito a tutte le pubbliche amministrazioni non statali, costringendole a pagare annualmente un stock di debito certificato e predefinito, sotto la minaccia, per il caso di inadempimento, di destinare l’equivalente dei trasferimenti statali di competenza della P.A. per l’anno di riferimento direttamente al pagamento dei crediti dei privati. Le norme sul coordinamento della finanza pubblica lo consentirebbero di certo.

Così facendo, lo Stato potrebbe innanzitutto imporre il pagamento dei debiti seguendo l’ordine della loro anzianità, oppure potrebbe assicurare periodicamente un pagamento frazionato a tutti i creditori; quindi potrebbe tentare di risolvere in gran parte il problema dei pagamenti perché non avrebbe bisogno della disponibilità di alcuna somma posta a garanzia delle corresponsioni, ma dovrebbe più semplicemente prevedere per un certo numero di anni – o finché i debiti non saranno definitivamente estinti – la possibilità di destinare i trasferimenti ordinari alle pubbliche amministrazioni ai pagamenti dei loro debiti tutte le volte che lo stock predefinito di debito non sarà stato pagato.

Non ci sarebbe bisogno dell’adesione delle banche per assicurare il buon esito dell’intera operazione, né di alcun tasso di sconto imposto invece in perfetto stile dirigista. Non essendo necessari né le risorse in capo allo Stato per garantire i pagamenti, né il consenso delle banche per addivenire alla cessione dei crediti, non potrebbe sussistere a quel punto alcun ostacolo ad impedire la corresponsione di quanto dovuto ai creditori da parte dello Stato.

Sarebbe necessario, tuttavia, avere a disposizione una nozione chiaramente definita e quanto più restrittiva possibile dei livelli essenziali d’ assistenza d’assicurare ai cittadini, al fine di escludere i finanziamenti all’uopo destinati dal novero di quelli che possono essere dirottati dallo Stato al pagamento dello stock annuale di debito predefinito. La pretesa da parte dello Stato, infatti, di volere recuperare le somme utilizzate per il pagamento dei debiti degli enti locali e delle regioni anche attraverso la compensazione con i fondi destinati ai livelli essenziali d’assistenza che non verrebbero più trasferiti agli enti debitori appare più una vacua declamazione nell’attuale contesto costituzionale di “Stato sociale” e di profonda crisi economica piuttosto che una vera e propria “garanzia” a favore del medesimo soggetto garante.

P.S. Interpellate le filiali di due delle maggiori banche operanti in Italia in una cittadina di 350.000 abitanti è risultato che nessuno sa niente della cessione dei crediti e della garanzia dello Stato.

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OSCURE DESTINAZIONI DEL CREDITO

OSCURE DESTINAZIONI DEL CREDITO
E’ uno dei punti  più controversi nel confronto tra banche e imprese, alimentato dai nuovi aspri dati pubblicati dalla Confcommercio, che divide le posizioni della Domanda (chi richiede credito) dall’Offerta (chi eroga credito). Perché a fronte di dati certi sul calo degli impieghi alle famiglie, ma soprattutto alle imprese, c’è chi argomenta con convinzione che il problema stia dalla parte della debole domanda delle imprese.
E’ bene premettere che sarà sempre impossibile arrivare a una conclusione supportata da evidenze, perché non esistono statistiche ufficiali o da fonte qualificata e indipendente che possano registrare il numero di richieste effettivamente respinte, molte delle quali non hanno una traccia informatica perché sono solo conversazioni nelle filiali in cui i direttori respingono sul nascere le richieste, sulla base di considerazioni di varia natura. Nè tantomeno si certifica il numero che si accumula nel tempo di imprese che essendo già state respinte una o più volte, rinunciano a fare nuova domanda di credito. Informazioni che quando sono presentate dalle associazioni rivelano una frattura profonda. E volendo prendere un paragone ‘neutrale’ su un mercato non troppo diverso dall’Italia quanto a credit-crunch, basterebbe vedere questi grafici che arrivano da una ricerca molto elaborata (SME FINANCE MONITOR vedi nota 1) pubblicata in Gran Bretagna con dati di estremo dettaglio sull’accesso al credito delle PMI
per capire la dimensione del fenomeno credito respinto e credito non più richiesto per rassegnazione.


In UK siamo a un tasso di rifiuto sulle richieste di finanziamenti e scoperti in c/c che si aggira sul 30%, non penso che l’Italia sia molto meglio… In aggiunta la ricerca certifica che un 5% delle imprese intervistate nel campione hanno deciso di rinunciare a chiedere credito al sistema bancario e si stanno adattando a farne a meno o usare canali alternativi. 


Non potendo contare in Italia su queste ricerche sufficientemente obiettive e neutrali, possiamo solamente guardare ai numeri pubblicati dalla Banca d’Italia per trovare qualche indizio. Nei Bollettini Statistici si trova una breve serie storica, iniziata circa un anno fa, che permette di ricostruire l’andamento dei finanziamenti per forma tecnica e per grado di utilizzo:


Secondo i dati ufficiali alla fine di marzo le banche hanno approvato credito all’economia reale per un totale di 1.794 miliardi €, dei quali 1.298 in finanziamenti con una scadenza, prevalentemente a medio-lungo, circa 260 miliardi per anticipare fatture e circa 240 miliardi per scoperti in conto corrente. Da giugno 2013 a marzo 2014 il totale è calato di circa 90 miliardi e il calo è stato più marcato sulle linee a revoca e autoliquidanti, cioè le linee tipicamente usate per la tesoreria aziendale, per circa 15 miliardi ciascuna.
Se però si va a vedere il grado di utilizzo di questi crediti ‘accordati’, si nota come sia molto elevato per i finanziamenti a scadenza (circa 85%) e invece nell’ordine del 50% per quelli più tipicamente operativi e a breve:

Quindi a marzo 2014 il credito realmente utilizzato è pari a 1.368 miliardi, con una riduzione di circa 50 miliardi rispetto a giugno 2013. Dal punto di vista del grado di utilizzo, ad esempio del credito autoliquidante che dovrebbe riflettere l’andamento in ripiego dei fatturati, c’è un assoluta stabilità, attorno al 50%. Cosa si può dedurre da questi numeri? Ancora una volta che il credito bancario è molto probabilmente male distribuito rispetto ai fabbisogni delle imprese e distribuito in base alle dimensioni d’impresa e al grado di rischio. Infatti se per molte piccole imprese i livelli di utilizzo risultano alla prova-bilanci e Centrale Rischi molto elevati, attorno all’80-90%, (a volte oltre il 100% con l’effetto nefasto dello sconfinamento) per esigenze forzate di scarsa liquidità, evidentemente altre imprese (grandi?) hanno linee accordate di molto superiori all’effettivo consumo (=necessità), che rimangono elevate o per pigrizia della banca o per eccesso di prudenza da parte delle imprese affidate. Occorre ricordare che sulle linee accordate di norma si paga una commissione di disponibilità del fido anche sulla parte non utilizzata.

Il credito commerciale è calato sia come ammontare di linee accordate, che come consumo, ma non è dato di sapere quante imprese abbiano fatture nel cassetto che non riescono ad anticipare in mancanza di credito e quante invece abbiano i castelletti scarichi, semplicemente perché fatturano parecchio meno che in passato. Nè quante siano le imprese a cui vengono respinte in vario modo le richieste di nuovo credito, anche commerciale.

La risposta più realistica -di cui sarebbe bene tenessero conto gli ‘allarmisti’ di professione come CGIA di Mestre e Unimpresa, che usano le statistiche come armi – è che totali e medie non spiegano mai a sufficienza i fenomeni sottostanti. Le medie sul credito nascondono sempre di più la realtà di una percentuale non diversa da quella UK di imprese escluse dal credito nuovo, percentuale compensata (ma non a sufficienza) da imprese in ottima salute che ricevono credito bancario anche in eccesso alle proprie necessità. Il fenomeno dell’asimmetria del credito, nascosto dalle statistiche, è invece sempre più evidente nella pratica quotidiana. Si tratta di un problema che non può essere liquidato con la convinzione che le banche possono fare ciò che credono, perché la rilevanza numerica e l’effetto di onde concentriche delle imprese senza credito richiede una risposta del sistema.

Nota 1): il rapporto SME Finance Monitor è stato pubblicato da BDRC Continental dal 2011 ogni trimestre. E’ un rapporto molto dettagliato di circa 300 pagine. Si basa su un campione di 5.000 PMI inglesi. Il rapporto indipendente è citato come fonte autorevole nel dibattito sul credit-crunch in Gran Bretagna nel dibattito con le banche e in parlamento.


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LE BANCHE EUROPEE E LA PAURA DELLE IMPRESE

LE BANCHE EUROPEE E LA PAURA DELLE IMPRESE
Sono sempre più convinto che il tema che caratterizzerà la seconda parte del 2014 e probabilmente anche il 2015 sia il grado di fortissima cautela che il sistema bancario adotterà nei confronti delle imprese clienti, per lo meno quando si tratta di concedere credito con l’aspettativa di recuperarlo integralmente. Neppure le potenti iniezioni di liquidità che la BCE si appresta ad immettere possono modificare un atteggiamento particolarmente guardingo nei confronti di un vasto segmento di grandi imprese e di PMI che nella crisi si sono dimostrate fragili e pericolosamente sbilanciate finanziariamente. I molti miliardi delle operazioni TLTRO saranno inizialmente parcheggiati, poi riversati solo su limitati segmenti di imprese che offrono maggiore grado di sicurezza. Alla razionalità del banchiere, che deve proteggere e intermediare risparmi e depositi, si aggiunge a una discreta dose di panico e diffidenza con il moltiplicatore rappresentato dalla necessità di conservare capitale e smettere di bruciarlo con pesanti accantonamenti sulle nuove sofferenze e sui vecchi incagli in costante deterioramento. Una crescita che in Italia sta rallentando ma è ancora paurosamente a doppia cifra.

Che vi sia un certo grado di razionalità in questo comportamento (che purtroppo non fa che aggravare la situazione delle PMI) è certo, un effetto della scarsa crescita europea e della compressione dei margini delle imprese. Una conferma arriva ad esempio dal confronto con la situazione in USA, grazie a una ricerca pubblicata da NATIXIS sugli effetti della politica monetaria espansiva (How does an expansionary monetary policy influence the economy’s cost of financing?) che dimostra quanto siano stati divergenti i comportamenti del sistema bancario USA e di quello dell’eurozona negli ultimi due anni in materia di spread e premio sul rischio di credito:

Nel confronto fatto da NATIXIS si vede che:

- negli Stati Uniti il premio sul rischio caricato sui finanziamenti a tasso fisso alle imprese è calato di 130 bp dall’inizio del 2008 e di 280 bp dall’inizio del 2009. Il premio sul rischio per i prestiti ai privati non si è modificato dall’inizio del 2008 ed è sceso di 130 bp dall’inizio del 2009;
- nell’Eurozona invece il premio al rischio sulle imprese è cresciuto di 100 bp dall’inizio del 2008 e di 20 bp dall’inizio del 2009; il premio sul rischio dei mutui a tasso fisso ai privati è salito di 50 bp dall’inizio del 2008.
La conclusione del breve rapporto di Natixis è che, relativamente al credito bancario, la discesa dei tassi in USA è stata causata principalmente da una riduzione nel premio richiesto sul rischio, mentre in Europa l’aumento del premio sul rischio ha più che compensato la diminuzione dei tassi base (swap). Un profilo che non vedo destinato a cambiare in assenza di una ripresa solida e stabile nell’intera eurozona e soprattutto in Italia.

 
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PAESE BLOCCATO, INUTILE IL RITORNO DEL CREDITO?

PAESE BLOCCATO, INUTILE IL RITORNO DEL CREDITO?
 Lontano dai TG, dalle prime pagine dei giornali tra la gente comune e i piccoli imprenditori si sta diffondendo un senso di impotenza e rassegnazione. La ripartenza dei consumi, degli investimenti, dell’economia prospettata da oltre un anno da ministri e viceministri, da economisti e politologi non si sta avverando, anzi si comincia a temere una ricaduta nelle cifre negative. Il paese è fermo, crescono solo le statistiche che spiegano come questa o quella variabile sia ritornata ai livelli del 1970-80. La gente non ci crede di più, qualcuno guarda ai numeri in crescita della vicina Spagna e si pone interrogativi.
- NIENTE RIFORME, se si esclude un primo strillo del governo Monti sulla riforma delle pensioni si fatica a ricordare una sola riforma importante promessa e portata a termine dai governi di emergenza;
- CAOS POLITICO. Il calo dei partiti minori, la crisi del PDL, i regolamenti di conti dentro il PD, le cadute di tono del M5s rispetto alle promesse, il fallimento clamoroso dei nuovi partiti, (Scelta Civica, Fare per Fermare il Declino…ora scomparsi) lasciano ai cittadini la sensazione che la politica non abbia una sua cifra rispettabile in Italia e non sappia nemmeno innovarsi;
- SCANDALI E CORRUZIONE sembrano non avere fine. EXPO, MOSE, consiglieri regionali, truffe su IVA da parte di imprese private. La sensazione che trasmettono è di essere parte di una malattia nazionale che non si potrà mai estirpare. Gli esponenti di punta della società civile e di quella politica vanno a braccetto nel fregare i diritti e i denari del popolo.
- PROMESSE SUI DEBITI DELLA PA DISATTESE: il governo Renzi si aggiunge alla lista di chi ha promesso di liquidare gli arretrati della Pubblica Amministrazione e non è riuscito a scalfire il sistematico sabotaggio operato dalla burocrazia della macchina pubblica per ritardare i bonifici che spettano ai fornitori per decine e decine di miliardi. Tre anni di promesse per avere solo 25 miliardi, siamo ancora a parlare di crediti che devono essere certificati e ri-certificati con uno Stato che nemmeno sa (o vuole) contare quanti sono.
-VESSAZIONE FISCALE INARRESTABILE. Le tasse per le imprese non sono scese, punto. In molti casi sono pure salite. Non c’è molto altro da aggiungere, sappiamo di essere uno dei paesi con la più alta percentuale di prelievo sulle attività imprenditoriali, sappiamo che non va bene ma la voracità del Fisco non può fare a meno di nutrirsi dei prelievi sulle imprese.
- COMMERCIO MALATO. La parte privata non va certo meglio, il 60% delle imprese continua a pagare con ritardi ingiustificabili e lontani dagli standard europei. I fallimenti e i concordati sono in costante aumento e distruggono valanghe di crediti. E’ diventato ‘normale’ per ogni impresa avere perdite su crediti per procedure fallimentari. Gli imprenditori buoni si lamentano di quelli furbi e tra di loro nessuno si è messo in mezzo a fare pulizia morale.
-ECONOMIA IN GINOCCHIO. Le continue revisioni al ribasso del PIL, che nel 2014 potrebbe anche ritornare a quota zero creano rabbia e ironia. Gli economisti sbagliano regolarmente, la gente ha un polso della situazione più reale e non sente la vibrazione di alcuna ripresa. Anche le speranze di un rilancio dell’industria manifatturiera, del traino operato dalle vendite all’export si stanno infrangendo su dati incerti, altalenanti, da tutti definiti deboli. Lo dimostra l’ultima rilevazione dell’indice degli acquisti delle imprese manifatturiere a luglio e la sua lettura da parte di Markit:

Italy‟s manufacturing sector continued to grow at the start of the third quarter, but the pace of expansion was the slowest seen so far this year. Latest increases in output and new orders were the weakest in eight months, while jobs growth was the slowest since March. [...]
July data also showed a slower increase in the level of new orders placed with manufacturers operating in Italy. The rate of growth was likewise the slowest since the penultimate month of last year and dampened by weakness in the investment goods sector.

Banche in ripresa

In questo desolante quadro, a metà del 2014 dopo 6 anni di crisi economica, sembra essere migliorato lo stato di salute delle banche, che -salvo qualche grave eccezione- hanno portato a termine con successo una serie di aumenti di capitale necessari ad affrontare l’esame europeo, stanno leggermente migliorando i conti economici e finalmente cominciano a mostrare una crescente propensione nel tornare sul mercato del credito, anche alle imprese. Un movimento che sembra accomunare l’intera Europa, a giudicare dai dati pubblicati dalla BCE nell’ultima Bank Lending Survey, nella quale anche i dati delle banche italiane sono in miglioramento.


Secondo quanto le banche italiane hanno dichiarato (forse questo è il limite dell’indagine… sono i pensieri delle banche non i giudizi delle imprese, ma almeno la serie storica è coerente), le banche stanno intravedendo un aumento della domanda di credito e i costi stanno per la prima volta cominciando a scendere. Diciamo che i dati statistici non dimostrano ancora questa situazione, ma si tratta evidentemente di un’aspettativa, di un cambio di percezione.

Le banche rafforzate dagli aumenti di capitale e dalla pulizia fatta nel portafoglio crediti dopo anni di scarsa cura si apprestano a tornare sul mercato in cerca di nuovi impieghi e si aspettano finalmente una domanda più sana di credito, meno votata alla ristrutturazione di quanto erogato in passato. Lo hanno già dichiarato diversi banchieri italiani: pronti a prestare ma solo su domanda buona di credito.
Adesso il rischio sta diventando un altro: il rischio che una larghissima parte delle imprese non veda buoni motivi per fare investimenti, che si cauteli dalla possibilità di una nuova caduta della domanda nazionale e internazionale rimandando ulteriormente le scelte a quando la ripresa -annunciata troppe volte- mostri una maggiore solidità. Del resto diversi commentatori hanno già dovuto spiegare perché gli indici di fiducia delle imprese sono in risalita, ma non sono accompagnati da uguale andamento gli investimenti produttivi.
Per i tanti (troppi) che hanno reclamato a gran voce il ritorno del credito come meccanismo fondamentale per lo sblocco dell’economia si va alla prova del nove. Basterà un credito, erogato su presupposti meno restrittivi ma anche più legati ai flussi di cassa attesi, oppure servirà altro?
Non è un caso che ieri il primo ministro Renzi abbia cercato di uscire dalle sabbie mobili della riforma del Senato annunciando un nuovo pacchetto di misure con il titolo di Decreto Sblocca Italia. Perché, signori, l’Italia è bloccata.

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PAGAMENTI: IL CONTAGIO DEL BUON ESEMPIO

PAGAMENTI: IL CONTAGIO DEL BUON ESEMPIO
 Cosa ne dite di una buona notizia in mezzo a tanti problemi? Oggi è il giorno di riprendere l’iniziativa di Assolombarda sulla puntualità dei pagamenti e dire che si sta muovendo in modo virale. Dunque non è stato solo un annuncio vuoto, ma con l’impegno sta crescendo il numero di imprese che hanno deciso di distinguersi dal mucchio per la correttezza nel rispetto dei termini di pagamento, in controtendenza con la pratica nazionale di pagare quando si ha voglia (o per molti altri quando si incassa…). I 37 membri fondatori sono diventati 100 dopo 2 mesi e speriamo che il contagio prosegua.

Ecco l’annuncio di Assolombarda:

Codice Italiano Pagamenti Responsabili, a quota 100 le aziende aderenti

Garantiti pagamenti regolari tra imprese per oltre 60 miliardi di euro l’anno. Bonomi: l’obiettivo adesso, in collaborazione anche con Confindustria, è quello di estendere sempre più a livello nazionale questo strumento.
Codice Italiano Pagamenti Responsabili, a quota 100 le aziende aderenti.


Milano, 23 luglio 2014 – A soli due mesi dal lancio sono già 100 le imprese che hanno deciso di aderire al Codice Italiano Pagamenti Responsabili, il primo Codice in Italia dedicato specificamente al tema della regolarità nei pagamenti e promosso da Assolombarda.

Sono aziende di ogni dimensione e appartenenti a vari settori che effettuano acquisti e pagamenti regolari per oltre 60 miliardi di euro ogni anno. Tra di esse 39 operano nel settore manifatturiero, 26 in quello dei servizi alle imprese, 14 nel settore ICT, 10 nella filiera della sanità.
Attraverso l’adesione al Codice le aziende si impegnano a rispettare i tempi di pagamento pattuiti con i loro fornitori e, più in generale, a diffondere una cultura in materia di pagamenti puntuali, efficienti e trasparenti, incoraggiando l’adozione del Codice lungo l’intera filiera. Le aziende aderenti possono utilizzare il relativo marchio su tutti i documenti aziendali certificando così la resposabilità in materia di pratiche di pagamenti.
Ispirato all’iniziativa del Prompt Payment Code britannico, il Codice Italiano Pagamenti Responsabili è uno dei 50 progetti del Piano Strategico di Assolombarda per ‘Far volare Milano’ e si avvale del contributo dell’Università Bocconi in qualità di advisor scientifico.
“Questo risultato davvero apprezzabile ci sprona a proseguire nella sfida che ci eravamo posti lanciando l’iniziativa: innestare un ‘circolo virtuoso’ per favorire la diffusione di pratiche di pagamento puntuali, trasparenti ed efficienti nella convinzione che ciò aiuti le imprese italiane a migliorare la loro reputazione in Italia e all’estero rendendole più competitive – afferma Carlo Bonomi, vicepresidente di Assolombarda per Credito, Finanza, Fisco – Tempi contrattuali ragionevoli e regolarmente rispettati consentono alle aziende di migliorare la gestione finanziaria e ridurre i costi. Chi paga puntualmente produce un immediato beneficio per i propri fornitori e per la propria azienda.”
“Già ora, grazie a queste prime 100 aziende, il Codice genererà benefici per una filiera complessiva di circa 200.000 imprese – conclude Bonomi – L’obiettivo adesso, in collaborazione anche con Confindustria, è quello di estendere sempre più a livello nazionale questo strumento di autodisciplina nei pagamenti tra le imprese nel settore privato”.

Il Codice Italiano Pagamenti Responsabili ha un sito web dedicato www.pagamentiresponsabili.it in cui si trovano tutte le informazioni sulla modalità di adesione, sulle aziende aderenti e sui partner dell’iniziativa.

Un grazie ad Assolombarda per lo sforzo di contagio, soprattutto se riuscirà a sfondare anche nelle altre territoriali, che stavano ad aspettare i progressi milanesi prima di impegnarsi in una battaglia che sicuramente non piace a tutti gli iscritti di Confindustria. La puntualità dei pagamenti è un fatto molto più importante di quanto si possa valutare a prima vista: interessa alle piccole imprese per avere liquidità, alle banche che aspettano pagamenti e anticipano fatture per evitare inutili aggravi amministrativi, è parte del circuito del credito che si è inceppato.
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TUTTE LE IMPRESE POSSONO FINANZIARSI AL 3,5%

TUTTE LE IMPRESE POSSONO FINANZIARSI AL 3,5%
Nell'immaginario collettivo fare consulenza finanziria e' sinonimo di intermediazione per facilitare il ricorso al credito !!!
Da mesi sosteniamo che la finanza e' oggetto di attenzione da parte della consulenza anche e soprattutto attraverso forme alternative di sostegno dell'equilibrio finanziario di una azienda che prescindono dal ricorso al credito bancario.
Esempio ? Agosto e' il mese del pagamento delle tasse e le aziende, in crisi di liquidita' (oltre che di redditivita') si ritrovano a dover fronteggiare questa gravosa scadenza attraverso due soluzioni :
- ulteriore ricorso al credito bancario (per i pochi ancora con rating finaziabili) ad un prezzo che, nel migliore dei casi e' pari ad euribor + 5 bp di spread e quindi circa il 5,10%
-  slittamento di pagamenti di altri costi (fornitori ma  spesso anche quelli del personale ) a 2-3 mesi 
Ebbene perche' non far riferimento alla procedura dell'avviso bonario prevista dalla agenzia delle entrate che, se definito entro un breve lasso di tempo (arriva solitamente dopo 6-7 mesi dalla scadenza del pagamento delle tasse), contempla benefici:
- se nel frattempo si e' costituita la finanza il contribuente puo' usufruire di una riduzione delle sanzioni fino a due terzi se paga entro 30 giorni e comunque una dilazione del genere gli costa semplicemente il 3,5%
- se nel frattempo la finanza ancora non e' stta costituita addirittura il contribuente puo' richiedere una dilazione di pagamento fio a 20 rate trimestrali (se le imposte superano i 5.000 euro) al taso del 3,5%
Ma secondo voi, di questi tempi non e' piu' logico immettere la finaza eventualmente e temporaneamente  sottratta al pagamento delle tasse nel ciclo produtttivo (fornitori, dipendent) per produrre sicuramente piu' valore aggiunto (EBITDA) ?
Semplicemnte al 3,5% !!!
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DEBITI E MORATORIE: UN MATRIMONIO CHE DURERA'

DEBITI E MORATORIE: UN MATRIMONIO CHE DURERA'
La proroga dell’Accordo per il credito 2013, con la scadenza del 30.6.2014 spostata fino a dicembre, consentirà alle PMI di richiedere il rinvio di rate dei finanziamenti e canoni leasing.
Una finestra più nota ai tecnici bancari con il nome di ‘moratoria’ che ha celebrato il suo quarto rinnovo. E’ la misura più importante di sollievo concessa dal sistema bancario alle piccole e medie imprese, l’ABI ne fa una bandiera ogni volta che si parla di credit-crunch e rapporto tra banche e imprese.
Non ci sono più dubbi che si tratta di una concessione importante, anche a giudicare dai numeri complessivi che circolano: 25.539 domande sull’accordo 2013 per un controvalore di mutui di 9,6 miliardi e un sollievo finanziario temporaneo pari a 1,1 miliardi.
Tuttavia la riflessione che vorrei fare è sulla coerenza tra quella che è stata di gran lunga la principale forma di gestione delle imprese in difficoltà finanziaria e la reale dimensione del problema.
Il fatto che si sia giunti all 5a edizione del premio ‘rimanda le rate’ fa immediatamente supporre che il provvedimento nato nel 2009 fosse strutturalmente insufficiente rispetto al carico finanziario delle PMI.
Infatti con una serie di rinnovi e acrobatiche definizioni sui criteri di ammissibilità di moratorie se n’è dovuta fare una all’anno e non sono poche le imprese che l’hanno utilizzata più volte.

Per comprendere come il problema finanziario delle PMI fosse più grave di quella natura molto temporanea su cui si è basato il principio della moratoria, vi invito a leggere queste due tavole dell’osservatorio sulla competitività delle PMI recentemente varato da SDA Bocconi. Nella prima si vede come dal 2007 in poi la capacità (media) di rimborso dei debiti finanziari sia peggiorata notevolmente passando da un dato medio di 5 anni a uno di 6,5 (più o meno il rapporto PFN/EBITDA indica che se fosse richiesto il rimborso di tutti i debiti con l’autofinanziamento generato alle banche servirebbe attendere 6,5 anni per riavere tutto). Essendo un dato medio che comprende anche una quota di imprese non indebitate o poco indebitate, si fa presto a immaginare che il dato di quelle più severamente indebitate passi i 10 anni
.



La seconda tavola, presa dallo stesso rapporto offre un’altra prova indiziaria di come la politica creditizia delle banche abbia favorito l’aumento dell’indebitamento a medio-lungo termine anche nel periodo di inizio crisi (2009-2010). L’aumento del 10,9% del debito a medio-lungo verso le banche nel 2010 indica un certo concorso di colpa e soprattutto la convinzione (poi rivelatasi sbagliata) che la crisi potesse finire più velocemente.



Il tutto porta a concludere che forse serviranno altre moratorie o rinnovi perché alla prima ne è seguita una seconda e poi una terza semplicemente perché le condizioni finanziarie delle PMI sono molto appesantite da un debito concesso su presupposti sbagliati (cashflow insufficienti) o troppo generosi.
Sin dal 2009 andavano studiati provvedimenti più strutturali rispetto al rinvio di un anno delle rate. Ci si è arrivati alla fine, ma disconoscere i veri problemi quando anche sono davanti agli occhi non è mai una sana regola di programmazione.
A meno che si voglia prendere sul serio la proposta provocatoria di Ethiad per Alitalia per tutte le PMI,:condono del %0% dei debiti concessi e trasformazione del restante 50% in capitale di rischio !
Impraticabile ?
In molti casi di imprese finite in procedura concorsuale alle banche è andata peggio.




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IL CREDITO ALLE IMPRESE NON CAMBIA VERSO

IL CREDITO ALLE IMPRESE NON CAMBIA VERSO
 Non occorreva la sfera di cristallo per fare la previsione, ma per gli amanti del fact-checking è possibile ritornare a quanto avevamo pubblicato lo scorso dicembre (“Non illudete le imprese: il credito non tornerà“).
Infatti alla contabilità del mese di maggio, rilasciata in settimana dalla Banca d’Italia, i prestiti alle imprese continuano a calare, negli ultimi mesi il calo su base annua è tornato ad avvicinarsi al 5%. Anno dopo anno sono scomparsi 90 miliardi di credito prima destinati alle imprese, a un ritmo che come mostra il grafico sembra essere stabile o in leggero peggioramento sul valore medio dall’aprile 2013 e non fornisce indicazioni di una chiara inversione

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Perdere credito fa bene o male?
Per diverse imprese è un problema serio, per molte altre è una dieta dimagrante forzata che potrebbe anche fare del bene, se la situazione di cassa e liquidità regge, perché con la compressione dei margini industriali e operativi, sostenere troppo debito può diventare una trappola mortale. Nella ritirata precipitosa è del tutto possibile che siano rimaste intrappolate imprese che cercano credito per fare investimenti e rilanciarsi, perché oggi è più difficile vendere in banca speranze di crescita e di fatturati. Sale decisamente il bisogno di supportare le dichiarazioni con piani ben strutturati e numeri solidi, di fronte ai quali possono cadere molte barriere di diffidenza.
Delle frasi di incoraggiamento e delle promesse ascoltate nei convegni o pubblicate sulla carta stampata resta poco.
Il sistema bancario è impaurito dal continuo flusso di posizioni a incaglio e sofferenza, in attesa dell’esito dei nuovi stress-test della BCE e con questi chiari di luna non ha intenzione di fare credito a qualsiasi costo.
Sta filtrando severamente le nuove operazioni, talvolta dilatando nel tempo le risposte per "costringere" le imprese a rinunciare (piuttosto che declinare) su un parco imprese che nel 30-40% dei casi non ha i numeri a posto per indebitarsi ulteriormente: se si presta solo a metà dei clienti rispetto al periodo della grande bonanza, le percentuali non possono che essere negative. Il risultato non deve quindi sorprendere.
Semmai sorprende che ci sia ancora chi sostiene che tutto sta normalizzandosi.









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ADOTTA UN BANCARIO NELLA TUA IMPRESA

ADOTTA UN BANCARIO NELLA TUA IMPRESA
Sei mesi fa abbiamo scritto un post dal titolo ‘Bancari sfrattati, ora vanno sulla strada‘ che chiudeva con questa previsione:

“Il secondo [metodo], che non è ancora partito in larga scala, sarà il tentativo di ridurre prima, ed esternalizzare poi, i costi del personale trasformando una quota di personale fisso in ‘personale viaggiante’ senza contratti a tempo indeterminato ma con rapporti di collaborazione di vario tipo. Lo dicevo da tempo che le banche avrebbero dovuto considerare la possibilità di avere reti esterne di ex-dipendenti con sistemi di remunerazione variabile”.

Puntualmente la nostra previsione si sta verificando e nell’articolo pubblicato dal Sole24Ore il 24 giugno viene raccontata la piattaforma contrattuale proposta dall‘ABI ai sindacati dei bancari con il titolo inquietante ‘Abi: aumenti congelati per due anni‘. All’interno dell’articolo i punti salienti:
"Tra il personale quadri e gestori diventeranno consulenti. Il contratto che oggi è del credito potrà essere un altro: quello di agenti, mediatori, promotori. Nel momento in cui passasse il principio che il mediatore e il promotore sono dentro verrebbe però sancito anche un nuovo modo di remunerare il lavoro con una parte variabile preponderante rispetto a quella fissa. Questi professionisti avrebbero un contratto di lavoro che andrebbe ricondotto al contratto collettivo nazionale di lavoro."

E’ dunque partita ufficialmente la corsa alla trasformazione del bancario-seduto a un consulente-viaggiante pagato a provvigione.
Come verrà realizzata e in quali tempi è tutto da vedere. Ci sono luci e ombre come sempre. Se si trattasse solo di una finzione solo per rendere variabili e meno onerosi i costi del personale, si scontrerà con forti resistenze sindacali e psicologiche dei trasformabili, che perderebbero diversi vantaggi in cambio di dubbi miraggi salariali. Ma sopra tutto ciò che importa è se questa trasformazione porterà vantaggi ai clienti-imprese (perché questa volta non si parla più solo di retail e promotori) con migliori tecnologie e migliore professionalità, uno sforzo quest’ultimo non banale e non scontato.
Le imprese continuano a lamentare la sedentarietà e la scarsa preparazione di una parte dei loro referenti in banca, forse questa è la volta buona. Senza ufficio, ma con la propria vettura e una dotazione adeguata di tablet o portatili i bancari-mediatori-agenti potrebbero liberare energie e capacità se ben guidati dal centro. Un ipotesi che sosteniamo con convinzione da almeno due anni.

Curiosamente questa mutazione di pelle sta avvenendo proprio nel momento in cui le condizioni ambientali sono radicalmente cambiate e si sta facendo tutto il possibile per deviare le richieste delle imprese dalle banche sfiatate al mercato degli investitori. Le recenti notizie sulla possibilità di fare credito estese anche alle compagnie di assicurazione e ai fondi hanno creato non poco subbuglio nello stesso sindacato. La FIBA ha scritto un gustoso pezzo (L’Assicurazione che finanzia l’impresa e fa la banca? A ciascuno il proprio mestiere! di Antonio Zanelli) da cui ho estratto alcuni passaggi che toccano il punto vivo dei bancari:
" Allora perché le sofferenze aumentano?Perché si è andato a tagliare proprio su certe professionalità! Risposta esatta. Perché gran parte di queste sofferenze sono state deliberate dai vertici degli istituti e forse non è stato valutato solo il puro merito creditizio. Risposta maliziosa ma dalle cronache giudiziarie degli ultimi mesi non so se in ABI conviene offendersi. Qual è il punto? Il punto è che per erogare credito ci vogliono professionalità adeguate; il punto è che se l’impresa merita la banca non ha alcun interesse a lasciarsi scappare il cliente. La banca, invece, ha interesse a sbolognare il rischio. Allora che si fa? Si impacchettano i crediti e si cartolarizzano; si rendono titoli che vengono immessi sul mercato. Aspetta, aspetta..ma non è l’origine della crisi da cui ancora non stiamo uscendo..bravo ma questa volta sarà diverso. I crediti saranno tutti buoni. Non ci credi? Ma come non lo sai che ci sono le autorità di vigilanza? Come dici?..c’erano anche negli anni passati? Ma non lo sai che questa volta sarà diverso?"

Sembra questo il mantra che da qualche tempo aleggia sull’argomento. [...]

La stessa linea, evidentemente, è perseguita anche dall’attuale governo che nel decreto 91/2014 estende anche alle imprese di assicurazioni la possibilità di finanziare le imprese, anche le PMI, attraverso le cartolarizzazioni. [...]
Ora anche l’IVASS ripropone l’argomento. Il presidente dell’istituto di vigilanza nella sua interessante relazione afferma: “Le compagnie assicurative europee hanno investimenti in essere per circa 8.000 miliardi di euro, quelle italiane per 560 miliardi. Gli investimenti delle assicurazioni italiane sono impegnati in titoli di Stato per 270 miliardi, in obbligazioni emesse da imprese per 90. Agli investitori istituzionali, in particolare alle assicurazioni, si chiede ora da molte parti di giocare una partita più attiva. I loro fondi normalmente non giungono alle piccole e medie imprese si tratta di risorse che le banche non sono a volte in grado di offrire perché gravate dal peso dei crediti deteriorati pregressi.”
Il presidente dell’istituto di vigilanza delle assicurazioni (che ricordiamo è dentro Banca d’Italia, istituto di vigilanza delle banche e favorevole alle cartolarizzazioni così come il suo precedente governatore ora assunto agli onori BCE) prosegue menzionando le attività regolamentari poste in essere per consentire alle assicurazioni gli investimenti, a copertura delle riserve tecniche assicurative, anche in strumenti come minibonds e attività cartolarizzate.
Cita anche la coincidenza che solo qualche giorno prima il governo ha emanato il decreto di cui vi ho accennato in merito al finanziamento delle imprese : un coordinamento temporale straordinario.
Vi abbiamo parlato di riserve tecniche assicurative.
In brevissimo: Le assicurazioni ricevono soldi dagli assicurati o per coprire eventi luttuosi che ci si augura non avvengano, per garantire ai beneficiari una certa rendita (magari bassa ma sicura) oppure per offrire un risarcimento o un indennizzo in caso di sinistro automobilistico o di altra natura. Una simile premessa è necessaria per rendere palese l’estrema prudenza che le assicurazioni devono avere nell’investire i capitali assicurati. Ecco la preferenza, ad esempio, per i titoli di stato. Ora invece che dovrebbero fare? Finanziare le imprese e le PMI.

Non hanno le competenze necessarie. Sarebbe il caso che ognuno facesse il proprio mestiere. Ma non devono valutare il credito, si potrebbe obiettare : ci sono le banche che lo fanno per loro, impacchettano i crediti e poi le assicurazioni se li comprano.
Conclusione classica italiana: tutti contro tutti. ABI contro Sindacato e Sindacato contro IVASS, caos organizzativo su chi debba fare credito alle imprese (ci ritornerò) mentre nel frattempo il credito continua a latitare, perché signori miei non si può fare credito per decreto legge.
Nel mezzo sballottati i bancari che non capiscono più quale sia la loro professione e professionalità e che nel futuro vedono solo grattacapi, non ancora un ruolo importante. Il tutto non depone a favore di un vero processo di miglioramento qualitativo di cui le banche e le stesse imprese hanno bisogno come il pane.
Il salto di qualità è nella reale comprensione reciproca
A proposito di idee, dato che il salto di qualità sul rapporto tra banche e imprese avverrà solo quando le distanze tra due punti di vista che sono ancora troppo lontani si saranno ridotte, perché ABI, sindacati e associazioni non pensate di offrire al personale di banca un periodo di orientamento in azienda per capire meglio vizi, virtù, flussi e trucchi di sopravvivenza delle piccole imprese? Gratuito, con i buoni pasto forniti dalla banca e con imprenditori che ascoltano anche i suggerimenti dei bancari per muoversi meglio nei segreti meandri del processo di credito delle banche.
Poi sarà più facile mandare il personale on the road, perché scommetto che in molti avranno voglia di tornare a trovare le loro imprese adottive.
 
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IL CREDIT CRUNCH E' PEGGIORE DI QUANTO VI RACCONTANO

IL CREDIT CRUNCH E' PEGGIORE DI QUANTO VI RACCONTANO
La vera dimensione della ‘straordinaria contrazione’ del credito (che non è la stessa cosa di credit-crunch secondo la diplomatica ironia del primo ministro) non appare essere quella dei numeri totali comunicati dalla Banca d’Italia e dall’ABI.
Questa è la scoperta fatta sfogliando le pubblicazioni della stessa Banca d’Italia sulle Economie Regionali. Nelle tabelle contenute negli ultimi rapporti pubblicati in giugno se ne può trovare una che mostra l’effettivo tasso di riduzione del credito alle imprese nelle sue principali forme tecniche (scoperto di c/c. anticipo fatture e finanziamenti a scadenza ), che sommate rappresentano circa il 90% del credito erogato. E i dati sono a dir poco sorprendenti. Prendendo 6 tra le principali regioni d’Italia (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Lazio e Toscana)si scopre che i volumi di aperture di credito in conto corrente sono diminuiti dell’11% tra dicembre 2012 e dicembre 2013, gli anticipi fatture e il salvo buon fine sulle RiBa sono scesi del 12% e i finanziamenti a scadenza dell’8,3%.
In totale molto di più di quel 4-5% di riduzione dichiarato dalle statistiche aggregate.
Prendendo il dato medio non ponderato per le 6 regioni la differenza sarebbe di quasi il 6% (4,85% con sofferenze e pronti-termine, contro 10,50% di dato depurato).
Perché questa differenza?
Lo rivelano le note alle tabelle pubblicate nei rapporti. Il dato complessivo di credito alle imprese contiene anche le sofferenze (che sono stabili per definizione........quello che le imprese non potevano restituire alla fine del 2012 e' rimasto invariato ......continuano a non poterlo restituire !!!)) e i volumi di pronti-termine (uno strumento finanziario  utilizzato dalle imprese per ricevere finanziamenti nel breve periodo, smobilizzando temporaneamente il proprio portafoglio titoli), il fattore che distorce il dato sul credito effettivo.
Depurata di queste due componenti la stretta del credito mostra la sua peggiore faccia su valori che come si vede si avvicinano al 10%, confermando una sensazione che veniva dalla pratica quotidiana e dalla vicinanza con le imprese.
Per amore di precisione e concretezza. Per non parlare poi dei tempi di attesa per le risposte alle richieste di finanziamenti che sono STRATEGICAMENTE dilatati (nonostante l'accordo PATTI CHIERI) per evitare di dire un NO (le statistiche dimostrerebbero in tal caso che il sistema bancario non aiuta le imprese) e "costringere" le imprese a RINUNCIARE mettendo in discussione piani industriali e di sviluppo 
Ma di questo parleremo a breve ......per il momento nessuna lusinga.....i tempi continueranno ad essere duri per le imprese!!!

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LIBERATE I CREDITI DALLE INGIUSTE CATENE

LIBERATE I CREDITI DALLE INGIUSTE CATENE
Insieme alla diffusa prassi del pagamento ritardato delle fatture, il sistema economico e d’impresa italiano si distingue negativamente per un’altra odiosa abitudine, quella del divieto alla cessione dei crediti commerciali imposto, tipicamente, da aziende di medio-grande dimensione ai propri fornitori.
La legge italiana consente senza limiti (art.1260 c.c.) la cessione dei crediti commerciali stabilendo che non sia opponibile solo nel caso in cui il debitore ne vieti espressamente la cessione.
Purtroppo questo diritto viene esercitato da parecchie imprese che così facendo impediscono ai loro fornitori-creditori di cedere le fatture rappresentative del credito sul mercato del factoring e ottenere cassa prima della scadenza della fattura.
Questo problema è stato sottaciuto molto a lungo, fintanto che non si è rivelato un problema grave.
Occorre parlarne a voce alta oggi in una situazione nella quale la mancanza di liquidità sta conducendo molte piccole imprese sull’orlo dell’insolvenza e il divieto alla cessione dei crediti commerciali impedisce l’accesso a una fonte di liquidità normalmente disponibile. Anche nel 2014 il mercato del factoring sta lavorando in controtendenza rispetto al credito bancario: il primo cresce, il secondo sta ancora calando. Il factoring è pronto ad acquistare crediti di buoni nominativi di grande dimensione, se non trovasse l’ostacolo del divieto scritto sull’ordine o sul contratto, e le piccole imprese troverebbero un po’ d’ossigeno nell’anticipare finanziariamente l’incasso.
Vietare la cessione a cosa serve?
Quali sono le ragioni del divieto alla cessione? Francamente nella maggior parte dei casi si tratta di un semplice esercizio del proprio potere contrattuale ‘a prescindere’ dalla valutazione di merito.
I soli motivi plausibili per evitare che i propri debiti commerciali siano pagabili a un’istituzione finanziaria sono legati al controllo del proprio indebitamento sui mercati finanziari in generale. Approccio un po’ sofisticato e parossistico, perciò sembra essere una motivazione molto fragile. Difficile che i mercati obbligazionari internazionali possano incrociarsi con il mercato del factoring per avere un qualche impatto, dalla somma di debiti finanziari e debiti commerciali, sullo standing di credito di un emittente o sul prezzo a cui quel debito viene scambiato. I prezzi del factoring sono ben più complessi di un semplice spread e non facilmente confrontabili.
Altrettanto difficile che le grandi imprese abbiano dei margini sottili tra linee bancarie accordate e linee utilizzate in Centrale Rischi da temere un ‘consumo’ da parte di terzi, che avviene peraltro solo in caso di cessione pro-soluto.
Chiarito che vietare le cessioni del credito porta vantaggi modesti o nulli in capo alle grandi imprese, restano solo gli svantaggi per i piccoli fornitori i cui buoni crediti restano nel cassetto, non possono essere monetizzati e devono attendere 120, a volte 180 giorni per arrivare sul conto. In questo momento sentire una piccola impresa in difficoltà che ha crediti verso ottime società e non può trasformarli in liquidità risulta particolarmente odioso, ma è frequente. Tenuto presente che anche il contratto bancario di anticipo fatture è un contratto di cessione del credito a tutti gli effetti, per una piccola impresa non ci sono altri sbocchi per avere liquidità.
Su cose come questa le associazioni degli industriali potrebbero fare molto per aiutare i propri associati, ma o non le capiscono o non le vogliono capire per non disturbare i propri grandi associati. A voi la scelta.
Peccato che sia un intero sistema economico che sta franando, che non siano poche le imprese medie e grandi che sembravano floride e oggi sono finite nelle procedure concorsuali. La ruota della fortuna può girare e il fatto che gli imprenditori di qualsiasi taglia e dimensione possano aiutare altri imprenditori dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione.

art.1260 cod.civ.
Il creditore può trasferire a titolo oneroso o gratuito il suo credito, anche senza il consenso del debitore, purché il credito non abbia carattere strettamente personale, o il trasferimento non sia vietato dalla legge. Le parti possono escludere la cedibilità del credito, ma il patto non è opponibile al cessionario, se non si prova che egli lo conosceva al tempo della cessione.
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LE DECISIONI DELLA BCE: COSA CAMBIA ?

LE DECISIONI DELLA BCE: COSA CAMBIA ?
La Banca Centrale Europea ha preso l'iniziativa: taglio del tasso di riferimento (a 0,15% dal precedente 0,25 per cento) e tasso negativo per la prima volta sui depositi overnight delle banche presso la stessa Bce (-0,1 per cento….cioe’ le banche devono pagare per lasciare fondi “in parcheggio” presso la BCE).
Non solo ma l’elemento piu’ determinante ( e meno scontato….tutti aspettavamo questa riduzione dei tassi !!!) e’ stata la decisione della fornitura di liquidita’ (400 miliardi di euro iniziali !!!) in base alla quale le banche potranno richiedere alla BCE, a condizioni molto vantaggiose ( 0,25% ), fondi a 4 anni a patto che SI IMPEGNINO A IMPIEGARLI nel settore privato, imprese e famiglie ( cioe’ questa volta non possono prendersi i soldi dalla BCE e comprare titoli di Stato).

L'obiettivo: dare un'energica scossa all'economia dell'area euro e scongiurare il pericolo, sempre piu’ concreto, che la deflazione (un generalizzato calo dei prezzi che determina un freno nella spesa di consumatori e aziende, che sono incentivati a posporre gli acquisti di beni e servizi non indispensabili, con l'aspettativa di ulteriori cali dei prezzi, con l'effetto di innescare una spirale negativa. Le imprese, non riuscendo a vendere a determinati prezzi parte dei beni e servizi, cercano di collocarli a prezzi inferiori) vanifichi la ripresa

CHE COSA CAMBIA ALLORA PER LE FAMIGLIE , PER LE IMPRESE , PER LE BANCHE DOPO LE DECISIONI DI DRAGHI ?

FAMIGLIE : BENEFICI CONCRETI SOLO PER CHI DEVE STIPULARE UN NUOVO MUTUO

Per chi ha gia’ un mutuo (o prestito ipotecario o chirografario) indicizzato (variabile), il taglio del tasso di riferimento di 10 bp avra’ effetti risibili perche’ sono rarissimi i muti indicizzati direttamente al tasso BCE; la maggior parte sono legati all’EURIBOR che, per effetto delle tensioni verificatesi sul mercato interbancario negli ultimi 6 mesi, se mai avra’ un ridimensionamento, scontera' una riduzione comunque impercettibile !!!
Diverso il discorso per chi deve contrarre un nuovo mutuo ( ipotecario o chirografario) che puo’ beneficiare sicuramente di un tasso di partenza basso ma soprattutto, per effetto della stabilita’ dei tassi, per un periodo di tempo almeno fino al marzo 2018

IMPRESE : UN RUBINETTO POTENZIALE DI 75 MILIARDI PER L’ITALIA

Nulla cambia per i prezzi per gli stessi motivi di cui sopra per cui abituiamoci a sentire la solita litania “……la sua azienda esprime un rating che non permette di abbassare i tassi...” cui rispondere con la VERIFICA DEL RATING e UNA NEGOZIAZIONE PROFESSIONAL .
Diverso il discorso per le nuove erogazione perche’ in teoria l’immissione di liquidita’ comporta che le banche dovrebbero erogare di piu e a tassi piu bassi.
Con benefici per tutti : una autorevole stima afferma che se il tasso medio del finanziamento bancario in un paese come l’Italia ( e quindi anche per le imprese) scendesse di 0,50 bp questo equivarrebbe a un taglio delle tasse del 10% oppure a un deprezzamento dell’euro del 10% (aziende import-export). EFFETTO FINALE : gli utili delle imprese potrebbero aumentare dal 3% al 8% !!

MA ACCADRA TUTTO QUESTO ?


Affinche tutto cio’ accada le banche devono avere convenienza ad erogare finanziamenti perche’ fare credito non costa solo in termini di differenziale di prezzi ( e in questo caso le banche guadagnerebbero sicuramente se acquistano danaro al 0,25% e poi lo rivendono mediamente al 6% )ma costa soprattutto in termini di CAPITALE nel senso che , per effetto dell’accordo di Basilea 2, le banche devono accantonare una “riserva di cautela” ( poco fruttifera) in relazione al grado di rischiosita’ (probabilita’ di default) espressa dalla azienda richiedente
E oggi sono molte, tante, troppe ….le aziende insolventi o in situazione di stress finanziario che esprimono rating elevati che comportano alte percentuali di accantonamento !
E allora anche qui occorre fare la distinzione tra banche del NORD EUROPA ( forti patrimonialmente) cui converra’ trasformare in credito i soldi presi dalla BCE e le banche del SUD EUROPA che hanno accumulato cosi’ tanti crediti deteriorati nei loro bilanci che erogare finanziamenti e’ diventato molto rischioso e costoso !!
Quindi affinche’ le banche italiane ritornino a prestare soldi occorre una svolta sui crediti deteriorati altrimenti non ci sara’ “bacchetta magica” che tenga !!!
Nessuna illusione !!!! La finanza va gestita .....non comprata !!!


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PICCOLA RIFLESSIONE SULLE STORIE DI SUCCESSO DURANTE LA CRISI

PICCOLA RIFLESSIONE SULLE STORIE DI SUCCESSO DURANTE LA CRISI
Sono tante le facce delle imprese in crisi che mi tornano in mente. Facce stravolte, voci strozzate, gesti duri. I tartassati della crisi. Quelli presi a calci dalle istituzioni e dalle banche.
Nulla di piu’ vero : i piccoli e medi imprenditori onesti sono i nuovi eroi italiani.
E allora parliamo di loro, dedichiamoci la giusta attenzione, cerchiamo di soffermarci sulle cause……
Aldila’ della retorica del padroncino spolpato da Equitalia, nel crac italiano di questi mesi, a dire il vero, abbiamo anche ravvisato molta improvvisazione, poca cultura di impresa, scarsa capacita’ di effettuare i dovuti cambiamenti in tempi rapidi e anche…..qualche cialtroneria.
In altri termini l’incapacita’ di reggere la competizione !!
La crisi sta facendo selezione, liberandoci di chi e’ inadeguato a stare sul mercato, dai mille furbetti che sono rimasti immeritatamente a galla nella grande palude. La crisi inghiotte le nostre imprese a ritmi impressionanti, e nel caos muoiono i sani e i malati.
Ma se vogliamo raccontare il futuro, cosa c’e’ domani , non possiamo fermarci ai defunti.
Ripetiamo spesso che probabilmente la responsabilita’ e’ anche della consulenza “standard”, molto capace finora di organizzare dei bellissimi funerali (efficienti nelle relazioni con tribunale fallimentare piuttosto che con la commissione tributaria……..) ma non in grado di curare il malato, anche se terminale o, peggio ancora, poco attenta al paziente sano che potrebbe contrarre qualche virus ; mai analisi preventive, decisioni coraggiose …..sempre consultazioni post !!!.....appunto quando il paziente e’ morto !!!
Non lo scrivo per buonismo o spirito di patria: per come siamo messi oggi, il pessimismo e’ un sentimento onesto.
E non e’ con l’ottimismo elettorale (del momento) che ci caveremo fuori dai guai.
Pero’ limitarsi a raccontare chi e’ caduto e chi cadra’ non basta piu’ !!!
Io ho due figli e sto tentando di capire se l’italia e’ ancora un Paese per loro. E questa professione mi permette di percorrere il nostro Paese da Nord a Sud, ragion per cui mi imbatto anche nell’Italia che ci crede, nonostante il vento cattivo che soffia contro.
Le persone e le aziende che ce la fanno a resistere alla crisi sono generose, creative, orgogliose e talvolta egocentriche (malattia diffusa tra gli imprenditori), in alcuni casi geniali.
Incazzati, disillusi e un po’ folli, pero’ mai stanchi di provarci.
Con un filo che lega tutte le storie di successo: la capacita’ di adattarsi al cambiamento degli uomini e delle donne che hanno portato le imprese al successo. Per opporsi al declino, hanno sviluppato la fantasia e il senso di comunita’ coinvolgendo attivamente chi “sollecita il processo di cambiamento”, la consulenza come temporary management attivo e responsabile del successo aziendale.
Riuscendo a migliorare i fatturati in situazioni disperate o quantomeno a realizzare margini operativi lordi migliori rispetto al passato .
E dimostrando che in Italia la crisi si puo’ ancora vincere.
Che il made in Italy e’ la memoria di cio’ che eravamo e rischiamo di non essere piu’.
Che solo coinvolgendo la consulenza specialistica e i giovani (ricambio generazionale) nelle aziende si possono tenere accesi sogni e desideri.
Perche’ non puo’ esserci impresa impossibile senza coraggio e senza umanita’ .
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ORA LA SFIDA DELLE BANCHE E' DISINCAGLIARE

ORA LA SFIDA DELLE BANCHE E' DISINCAGLIARE
Dopo avere commentato i dati, positivi a prima vista (in termini di riduzione), sull’andamento delle sofferenze bancarie, oggi un supplemento di indagine per focalizzarsi sulla seconda più importante componente dei crediti deteriorati, gli incagli. Sulla carta si tratta di posizioni con un’elevata probabilità di recupero e di ritorno alle condizioni di solvibilità. Invece in questi anni sono purtroppo stati il principale bacino di ingresso verso posizioni a sofferenza con bassa probabilità di recupero.
E’ chiaro che la grande partita del credito si gioca in questa categoria perché se gli incagli dovessero tutti scivolare verso la sofferenza troveremmo pressapoco altri 100 miliardi affidati a migliaia di azioni di recupero giudiziale. Invece le posizioni a incaglio dovrebbero essere uno stato temporaneo con possibilità di miglioramento, se imprese e banche si danno una mano a trovare le migliori soluzioni. Possibile dire che la qualità dei metodi di recupero si esercita in questo difficile campo di gara.
L’accantonamento posto dalle banche a fronte degli incagli è storicamente stato attorno al 20%, la possibilità di recupero più elevata in quanto sostenuta da garanzie reali e personali, ma quel 20% è sotto l’aspetto statistico una specie di indice di probabilità che 8 su 10 possano rientrare in linea di salute.
Le banche italiane hanno dovuto in questi anni di crescita del credito deteriorato rincorrere i valori di sofferenze e incagli con accantonamenti sempre maggiori in valore assoluto, faticando a tenere il ritmo dal punto di vista della copertura percentuale. Come mostrano i grafici elaborati sui dati dell’ultima trimestrale quasi tutte le banche hanno cercato di alzare le percentuali di copertura con maggiori rettifiche.


Evidente il salto fatto da Unicredit a fine anno, sulle sofferenze ha raggiunto il tasso di copertura di Intesa al 63%, lasciando tutte le altre grandi banche a percentuali tra il 54% e il 58%. Altrettanto evidente lo sforzo imposto a Carige con il bilancio dell’ultimo trimestre 2013 per allinearsi alla media delle maggiori banche. Stabili o addirittura in calo le maggiori banche popolari a conferma delle difficoltà di conciliare risultato di bilancio e politica di accantonamento.
Sugli incagli risulta abbastanza anomala invece la posizione di Unicredit che pur avendo già un tasso di copertura elevato (32%) ha deciso di accantonare altri miliardi raggiungendo una copertura del 38% che è quasi il doppio di banche com UBI e Banco Popolare, stabilendo un benchmark critico per le altre banche.
Come mai Unicredit ritiene di dovere fornire una maggiore copertura ai suoi incagli? Una valutazione di maggiore cautela di fronte agli investitori oppure la somma di tante valutazioni sull’effettiva situazione dei crediti verso grandi debitori classificati a incaglio?
Nonostante la presenza delle garanzie a fronte dei crediti a incaglio l’accantonamento in zona 20% non lascia molto tranquilli, trattandosi di decine di miliardi a rischio (vedi grafico seguente).

Complessivamente le prime 8 banche hanno classificato a incaglio quasi 75 miliardi di euro. Ecco spiegata con valori assoluti la sensazione che la partita sulla qualità del credito e sul restauro del portafoglio crediti si giochi proprio sulla categoria incagli. Una partita che vede coinvolti su fronti opposti imprese che lottano per allontanare lo spettro di insolvenza e fallimento e banche che vorrebbero riportare rapidamente a casa i crediti concessi. Tuttavia in questo antagonismo (spesso legato ai tempi di recupero) risiedono una serie di meccanismi e comportamenti (non ultima la legge fallimentare) che dovrebbero aiutare i due contendenti a remare nella stessa direzione salvando barca, remi e rematori.
Non è sempre così, purtroppo, ma la posta in palio è tale che si può solo auspicare che chiunque, legislatore e potere giudiziario in prima battuta, trovi il modo di comprendere dimensione e importanza della sfida adoperandosi in modo costruttivo per offrire una sponda all’operazione di disincaglio.


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LA PIENA DELLE SOFFERENZE STA DEFLUENDO

LA PIENA DELLE SOFFERENZE STA DEFLUENDO
 Il segnale più positivo nell’andamento del 1° trimestre delle banche è parso essere l’indicazione diffusa di un deciso rallentamento dell’ingresso di nuove sofferenze. Non per tutte le banche, ma sicuramente per alcune delle principali.
Il dato su cui si sono soffermate nelle presentazioni agli analisti di borsa è abbastanza singolare, ma significativo: l’ingresso a sofferenza di posizioni precedentemente classificate come regolari (in bonis). Lo hanno citato in diversi e ritengo sia soprattutto una dimostrazione che il portafoglio impieghi sta tornando sotto stretto controllo e le cattive sorprese sono sempre meno rispetto al passato. Il passaggio da bonis a sofferenza rappresenta un doppio salto di classificazione e quindi la prova di una situazione giudicata o sorvegliata con eccessiva distanza
Percentuali a due cifre in negativo, dopo molte in positivo celebrate con grande soddisfazione: -42% per UBI, -17,5% per Intesa SanPaolo, -8,6% per Banco Popolare (sul totale dei crediti deteriorati, non sulle sole sofferenze) che indica anche una quota rilevante di posizioni che sono rientrate. Se veramente la grande piena delle sofferenze è in calo (ma così non sembra ancora per alcune banche medie) si può ipotizzare che da un lato l’attenzione si sposti sulla capacità di recupero delle posizioni danneggiate, proprio come accade dopo un’alluvione, e dall’altro si cominci ad allentare la tensione sulla nuova concessione di finanziamenti. Anche se, come già sottolineato, l’andamento di questi anni di esplosione di sofferenze sta suggerendo a tutte le banche enorme cautela nella concessione verso profili di rischio elevati e una volontà precisa di restringere la concessione a clientela molto affidabile.

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INMIND CONSULTING PARTNER DI P&IP ENGINEERING

INMIND CONSULTING PARTNER DI P&IP ENGINEERING
InMind Consulting e' lieta di annunciare la formalizzazione di un accordo di collaborazione con
P&IP ENGINEERING, network tecnologico internazionale cui aderiscono Partners Tecnologici con specifiche competenze nei settori della ricerca industriale e dell'innovazione di prodotto e di processo e Professional Partners, cioè un gruppo di Consulenti di Direzione operanti nelle diverse aree di Strategia, Finanza, Marketing e Commerciale, Proprietà Industriale, Sistemi Informativi, Risorse Umane, ecc. con cui avviare “Progetti Integrati” sviluppati sulla base dello specifico Know-how .
La collaborazione rientra nella strategia di marketing di P&IP ENGINEERING finalizzata all’integrazione dello specifico know-how tecnico/tecnologico con le specifiche competenze del Professional Partner e partecipando sinergicamente allo sviluppo delle commesse di lavoro.
Ringraziamo il Dott. Davide Violante, founder partner di P&IP ENGINEERING, per la stima manifestataci che ci auguriamo di ricambiare professionalmente semplicemente esplicitando la qualita' della nostra consulenza.
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LE PERIZIE ECONOMETRICHE: UNA GIUNGLA !!!

LE PERIZIE ECONOMETRICHE: UNA GIUNGLA !!!

Nella giungla delle aziende che offrono servizi relativi agli studi e alle perizie econometriche si trova ormai di tutto !
Tra poco ci aspettiamo che anche il panettiere all'angolo della strada, provvisto di un software acquistato per poche centinaia di euro, voglia "diversificare" la sua attivita' sollecitato dai "facili guadagni" che il contesto socio-economico lascia intravvedere in un mercato ormai "inquinato" da avventurieri con "scarsa" professionalita'.
Ebbene, in tale contesto, Luca Roncelli,
amministratore unico di Real Time srl, partner storico ed esclusivo di InMind Consulting nella produzione dei calcoli econometrici, e' stato ufficialmente riconosciuto come perito in tecnica bancaria con regolare numero di iscrizione presso la Camera di Commercio di Roma.
Al di là del brillate risultato professionale di cui ci complimentiamo con orgoglio e stima, conseguito semplicemente esplicitando la qualità delle perizie RealTime, siamo consapevoli che, allo stato (in base ad accertate ed oggettive ricerche effettuate), nessuna societa' concorrente della RealTime annovera un perito bancario riconosciuto.
Siamo altrettanto consapevoli del fatto che gli stessi periti riconosciuti dalla CCIAA di Roma (una delle poche Camere di Commercio e comunque la prima ad annoverare tale categoria di periti – la CCIIAA di  Napoli ad esempio non la contempla proprio) sono davvero pochi e non operano in esclusiva o comunque nell'interesse dei clienti. 
Un segno distintivo della qualita' del nostro lavoro, un riconoscimento che "pesa" nelle valutazioni giurisprudenziali, una ulteriore occasione per farci apprezzare.
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IL BANCARIO DA RIFARE

IL BANCARIO DA RIFARE
Tanti piccoli spunti dalla lettura dei piani industriali pubblicati dalle banche in vista delle corpose richieste di aumenti di capitale.
Interessante soffermarsi sugli aspetti organizzativi delle banche, sul futuro ruolo del popolo dei bancari, minacciati da politiche di contenimento dei costi, proiettati verso nuovi ruoli, tirati per la giacca da tutte le parti.
Nota di speranza per il sindacato dei bancari che spera e chiama a gran voce una riqualificazione del ruolo verso compiti con maggiore componente di consulenza.
Il piano di CARIGE -ma non solo quello- contiene di tutto e di più:


Qualcuno si è accorto che il bancario sta annegando in un mare di carta, procedure e scartoffie. Secondo la tavola presentata da CARIGE il tempo dedicato ad attività di contatto della clientela è meno del 40% e si vuole portarlo al 55% in 4 anni. Cifre da paura pensando che 5 ore e mezzo su otto sono dedicate a incombenze burocratiche.
Non sarà facile risvegliare la voglia commerciale dopo questa indigestione di moduli, circolari e verifiche al terminale. Speriamo che tra quattro anni i 1.680 clienti seguiti da ciascuna filiale siano ancora tutti lì ad aspettare il ‘nuovo’ bancario.
Nota di tristezza per gli imprenditori: il processo del credito non va bene e deve essere colpa del bancario della filiale, perché la decisione presa è quella di accentrare ulteriormente le decisioni in stanze dove idee e progetti degli imprenditori arriveranno con molta fatica e saranno sovrastati dagli aridi dati dei loro magri bilanci.


L’eterna discussione tra chi nella banca vuole portare le decisioni più vicine al cliente e chi pensa che sia meglio tenere distanze tra chi propone e chi decide continua con sorti alterne. Da capire se il rafforzamento delle competenze dedicate alla gestione del credito siano quelle del personale di rete (…ma allora perché accentrare?) oppure di un selezionato gruppo di scriba chiusi nelle loro torri cablate con i modelli di Basilea. Questa tavola mette più angoscia di quanto possa sembrare.
A nessuno è mai venuto il dubbio che quando si parla di imprese fare ‘attività commerciale’ e ‘gestire il credito’ siano due facce della stessa professionalità?





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C'ERANO UNA VOLTA LE PMI VINCENTI..........

C'ERANO UNA VOLTA LE PMI VINCENTI..........
Nel volgere di 10 anni siamo passati dall’elogio del modello italiano delle piccole e medie imprese flessibili e vincenti a indicare nella struttura dimensionale ridotta delle nostre imprese uno degli anelli deboli della macchina economica. Probabilmente non è la dimensione il fattore che caratterizza una buona impresa da una senza prospettive, come si evidenzia sempre più frequentemente nelle ricerche delle imprese di successo. Una cosa però è certa che in un ciclo di crisi economica prolungata come quello attuale la tenuta delle imprese italiane è stata modesta quanto purtroppo elevata è stata la distruzione della loro capacità di generare profitti e autofinanziamento per investire. La scala dimensionale ha bloccato per vari motivi l’acquisto di competenze, il rinnovo dei prodotti e dei metodi di vendita, l’innovazione in senso lato.
Due grafici estratti dalla più recente pubblicazione della BCE sull’accesso al credito delle PMI europee evidenziano bene le difficoltà in cui il meccanismo di accesso al credito opera oggi
 
Nel primo si evidenzia il calo drammatico dei fatturati e dei profitti delle imprese italiane. Giù il fatturato del 35% e i profitti di oltre il 50%, peggio di noi solo Grecia, Spagna e Portogallo. Mentre hanno tenuto bene i fatturati in Germania e Francia e solo in Francia sono calati i profitti, ma meno che nel nostro paese.
In questa situazione generalizzata di bilanci smagriti e pieni di perdite è oggettivamente più difficile dare credito con la certezza di riportarlo a casa. Le banche hanno stretto i cordoni della borsa a causa dei loro problemi di struttura finanziaria, ma anche perché fronteggiano società richiedenti le cui capacità di rimborso sono spesso aleatorie o affidate a una profonda ristrutturazione dei costi aziendali che richiede anni di tempo. L’accumulazione del capitale modesta o negativa.


Accesso al credito e costo del lavoro sono i problemi più rilevanti per le PMI italiane, come mostra questo secondo grafico, nel quale come si può notare la situazione delle imprese spagnole che, dopo avere scontato una pesantissima crisi bancaria, è in netto miglioramento al punto da avere rapidamente recuperato il livello italiano.
Se venga prima l’uovo o la gallina poco importa nel meccanismo di intermediazione del credito. In questo momento, con i primi segnali di uscita dalla recessione, le PMI italiane fanno poche uova e le galline sono sempre più magre e spaventate. Invece le frittate sono sempre più abbondanti.

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LEZIONI DI FINANZA (...non e' mai troppo tardi...)

LEZIONI DI FINANZA (...non e' mai troppo tardi...)
Il governatore della Banca d’Italia non si è mai nascosto dietro un dito e, pure con il linguaggio felpato che non rompe la tradizione comunicativa della banca centrale (non c’è uso di slide o di #hashtag per ora), basta ascoltare i suoi ripetuti inviti al cambiamento strutturale nella finanza delle imprese e nella finanza delle banche per capire che ha idee chiare.
Questo è un estratto da uno dei suoi ultimi interventi a Bari il 29 marzo. Titolo: “Capitale umano, innovazione e crescita economica“.
Oltre che di capitale umano Visco ha parlato di capitale vero, quello che nei bilanci dovrebbe comparire sotto la voce Capitale Sociale e che oggi scarseggia su tutta la linea.
Queste le strofe con i titoli aggiunti da chi vi scrive:
1) Imprese troppo indebitate
Nel confronto con gli altri principali paesi avanzati, la struttura finanziaria delle imprese italiane è più sbilanciata verso l’indebitamento. È un tratto strutturale che dipende anche dalla scarsa propensione delle imprese ad aprire l’azionariato a investitori esterni. Altri aspetti, di natura più congiunturale, vi hanno contribuito negli anni precedenti la crisi: condizioni di offerta del credito molto favorevoli e una marcata attenuazione, dal 2001, delle agevolazioni fiscali per gli aumenti di capitale previste dalla Dual Income Tax, poi abolita nel 2004. Il grado di leverage delle imprese è aumentato di oltre 10 punti percentuali dall’inizio dello scorso decennio, raggiungendo il 47 per cento nel terzo trimestre 2013, contro il 41 della Germania e il 31 della Francia.
2) Oneri finanziari che divorano i profitti
Alla crescita dell’indebitamento non ha corrisposto un rafforzamento della capacità delle imprese di sostenerne il costo: il rapporto tra oneri finanziari e margini lordi è progressivamente aumentato. Un maggior contributo del capitale nella struttura finanziaria delle imprese, oltre a renderle meno vulnerabili nelle fasi negative del ciclo, consentirebbe di finanziare più agevolmente progetti caratterizzati da rischi e rendimenti elevati come quelli legati all’innovazione e all’internazionalizzazione.
3) Incentivi all’aumento del patrimonio
Gli incentivi sono recentemente mutati nella giusta direzione. Limiti più stringenti alla deducibilità degli interessi pagati sul debito e la possibilità di dedurre, dal 2011, un rendimento figurativo dei nuovi apporti di capitale hanno in buona parte riequilibrato il trattamento fiscale del capitale di rischio rispetto a quello di debito. Le imprese non potranno che trarre vantaggio da questo mutamento di incentivi nelle loro scelte di finanziamento, anche se la difficile fase congiunturale ne rallenta gli effetti.
4) La Borsa per trovare capitali
Un segnale positivo emerge dal maggiore interesse per la quotazione in borsa. Dal gennaio 2013 si sono quotate oltre venti imprese italiane, il numero più elevato dal 2007; altre hanno annunciato l’intenzione di farlo. Le quotazioni hanno riguardato in larga parte società non finanziarie di piccole e medie dimensioni e si sono concentrate nel mercato alternativo del capitale (AIM), che ha costi di ammissione e requisiti regolamentari inferiori rispetto al mercato principale. Ampliare il ricorso al capitale richiede alle imprese un impegno ad accrescere la trasparenza dei bilanci e l’apertura a soggetti esterni.
5) Le banche devono accompagnare chi mette capitale
Proseguendo nel consolidamento della propria dotazione di capitale, le banche potranno assicurare un più adeguato sostegno finanziario alle imprese; è altresì importante per gli intermediari possedere un’attitudine nei confronti del credito legata alla qualità delle stesse imprese, al loro impegno a porre in essere i necessari processi di riorganizzazione. Per il finanziamento dei loro investimenti le imprese potranno inoltre ricercare nuove risorse da affiancare ai prestiti bancari. È nell’interesse delle banche favorire un più ampio accesso diretto delle imprese ai mercati del capitale, mirando a mantenere un rapporto equilibrato tra impieghi e depositi, condividendo con il mercato i rischi insiti nei finanziamenti alla clientela, evitando l’emergere di conflitti di interesse.
Semplice no?
La finanza aziendale funziona così, basta mettere un po’ di capitale e tutto torna magicamente. Beh certo andava fatto 20 o 10 anni fa, quando le banche erano così generose ma non è mai troppo tardi, forza imprenditori tirate fuori il capitale! Dove lo avete messo? Nel mattone? Ah, questo è un piccolo problema perché liberarsi del mattone e trasformarlo in capitale da mettere in azienda adesso è un po’ complicato e non trovate più banche disponibili a sostenere questo spostamento. Loro, le banche hanno gli immobili che gli escono fuori dai bilanci e dagli occhi.
Anche le banche dicono con convinzione che gli imprenditori devono mettere mano alle loro tasche e riserve, lo ha detto questa mattina anche il presidente della Popolare Sondrio Melazzini alla sua assemblea, lo dice spesso il presidente dell’ABI Patuelli.
Lo dicono tutti i banchieri/bancari in coro.Adesso.
Magari il capitale c’è e lo avete tenuto gelosamente nascosto e adesso si può andarlo a prendere, come lascerebbe supporre
questo articolo del banchiere di provincia Luca Barni a colloquio con un notaio. Speriamo che sia così.
Io sul capitale nascosto delle piccole imprese artigiane non farei troppo affidamento. Mi sembra che le riserve accantonate negli anni se ne siano già andate. E loro i micro-imprenditori la Borsa la vedono solo con il binocolo. Credo che rimarranno appesi alle loro banche sino a quando, avendo capito che fare troppi debiti non è stata una grande idea anche se era bello dedurre gli interessi dalle tasse, impareranno a fare impresa senza fare debiti con le banche.
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NON SOLO BANCHE !!!

NON SOLO BANCHE !!!
Vagando per le onde internet di twitter in un tranquillo giorno festivo mi imbatto in un articolo dal titolo accattivante: “Le banche non fanno credito alle imprese: ecco cinque alternative italiane“.
Stupendo, ho pensato, chissà mai che si riesca a scoprire qualcosa di nuovo nelle ‘cinque alternative italiane’.
Purtroppo la delusione è stata totale, un articolo caotico e tragicamente superficiale scritto da, Valentina una giovane e volenterosa neo laureata (2012) con una tesi sull’inattività giovanile. Lei oggi è attiva e usa parte del suo tempo per scrivere sul sito di AdviseOnly, un bel sito dove però normalmente si parla di di investimenti non di finanza per le imprese e forse quello è il vizio originale.
L’articolo inizia già zoppicante su temi idraulici: “Per credit crunch si intende la chiusura dei rubinetti del credito da parte delle banche nei confronti di imprese e famiglie.” ma il seguito è peggio e il risultato che ne è uscito è grottesco.
Ecco le 5 alternative che ci offre Valentina al grido di ‘Bene, abbiamo una buona notizia. Anzi: cinque‘.
1. La prima è, manco a dirlo, la quotazione in Borsa, notoriamente alla portata di tutte quelle imprese a cui le banche-cattive tolgono i crediti. Scovare un’azienda valida, con i numeri per quotarsi in Borsa che non trovi credito dalle banche è di per sé un’impresa titanica, ma l’entusiasmo della giovane autrice non si ferma e mescola ancora più le carte perché salta velocemente dalla quotazione azionaria all’emissione di obbligazioni (minibond), scordando di citare che solo 10 PMI hanno emesso obbligazioni negli ultimi 18 mesi. Però ci informa saggiamente che ‘sono ancora poco diffusi, ma parecchie imprese si stanno muovendo per ribaltare la situazione‘. Evviva.
2. Poi si passa direttamente ai capitali offerti da Private Equity e Venture Capital. Anche in questo caso nessuna analisi del mercato, del numero delle operazioni fatte in Italia, della tipologia delle dimensioni di impresa, citando a caso qualche nome di fondi (alcuni come Clessidra notoriamente abituati a sole grandi operazioni) per arrivare chissà come all’iniziativa di Backtowork24 in un simpatico minestrone senza capo né coda. Nemmeno un breve accenno sul fatto che i requisiti per ottenere l’attenzione di un fondo di private equity siano molto stringenti e quindi praticamente mai alla portata della stragrande maggioranza delle imprese.
3. La terza scelta, udite udite, sarebbe il ‘finanziamento dalla folla’ o crowdfunding anche se ben presto si legge che ‘La limitazione di questa forma di finanziamento alle sole startup innovative non ha permesso di sfruttare appieno le potenzialità di questo strumento‘. Ahi Valentina, nemmeno questa alternativa funziona in Italia. E non ci fai mancare neppure una bella digressione sul donation crowdfunding nonostante con le imprese abbia poco o nulla a che fare.
Non ci restano che due speranze, due sole carte da giocare…
4. Tocca al Prestito tra privati (social lending) e già dal titolo si capisce che… se è tra privati, non è per le imprese, così come sono infatti le iniziative di Prestiamoci e Smartika che finanziano con micro importi solo le persone fisiche, almeno per ora.
5. La quinta alternativa non c’è… Valentina ci consiglia di tornare in banca, ma di andarci preparati. Bastasse quello…
Il consiglio che ha odore di pubblicità gratuita è il seguente:
Molte PMI italiane, oltre a finanziarsi con prestiti bancari, operano con l’estero. Questo comporta il dover sopportare il rischio di cambio e le oscillazione di prezzo delle materie prime, spesso gestiti con strumenti finanziari non ottimali offerti dalle banche e che presentano un elevato carico commissionale. Qui entra in gioco Ekuota, startup italiana che offre via web (ma anche off-line) servizi di valutazione e gestione dei rischi finanziari d’impresa user-friendly, partendo dalle esigenze delle PMI, in modo da consentir loro di capire la situazione, scegliere e negoziare gli strumenti migliori con le banche.
Insomma delle cinque alternative ci è rimasta in mano solo un po’ di speranza sul futuro dei minibond. Un po’ pochino… E adesso che racconto ai nostri lettori e ai nostri clienti ?
C’è qualche altra idea user-friendly?
Si c'e' ....ci sono casi di successo di aziende uscite da crisi profonde (fallimenti) e rinate senza far ricorso al credito bancario ma facendo leva sulla supply chain !!!
Ma di questo parleremo prossimamente sul nostro blog, dove le cose sono trattate con maggiore serietà e con sano realismo, facendo parlare direttamente loro....le imprese perché la stretta del credito è un problema importante per decine di migliaia di imprese e su cui è meglio non scherzare, né creare confusione e aspettative sbagliate.
Peròper il momento  è meglio guardare il mondo con gli occhi sognanti e pieni di speranza di Valentina, perché noi "vecchi consulenti" siamo diventati noiosi e brontoloni con le nostre analisi puntuali e informate, dalla quali non escono mai né 5 né 4 né 3 alternative, ma solo una dose di antipatico realismo.
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SE L'IMPRESA FA LA BANCA MEGLIO DELLA BANCA

SE L'IMPRESA FA LA BANCA MEGLIO DELLA BANCA
Sensazioni precise ricavate la settimana scorsa dall’incontro organizzato da Cribis a Milano sulla situazione dei pagamenti in Italia:
1) la situazione sta peggiorando invece di migliorare. Secondo i dati CRIBIS l’Italia è sempre più in fondo all’Europa come puntualità di pagamento. Peggio di noi Polonia e Portogallo. Vergogna nazionale.
Lo Stato paga con il contagocce, la Direttiva Comunitaria adottata anche in Italia non ha avuto alcun effetto: tutti (PA ma anche i privati) pagano male, con lunghe dilazioni e ampi ritardi secondo l’esperienza del panel di 9 direttori finanziari e direttori generali di imprese grandi, medie e piccole sfilati sul palco del sala convegni del Sole24Ore.

Come mostra questo grafico la crescita dei ritardi gravi di pagamento (oltre 30 giorni dalla data di scadenza della fattura quale fosse la dilazione accordata) è triplicata dal 2010 a oggi. E peggiora.
2) le imprese ‘virtuose’ e accorte hanno capito perfettamente (qualcuno sulla propria pelle) l’importanza della liquidità, il valore di quanto si può ottenere da una gestione oculata e pervasiva (all’interno di tutte le funzioni aziendali) del portafoglio crediti alla clientela. Tutte queste imprese gestiscono attivamente, tutte rinunciano a clienti che pagano male sacrificando fatturato ma proteggendo il fondo svalutazioni, il conto economico e la tesoreria.
3) più di un CFO si è riferito al nuovo concordato in bianco come una delle peggiori riforme della legge fallimentare, valida nell’intento, disastrosa negli effetti pratici, che trasmettono il contagio della crisi di liquidità dall’impresa che blocca i pagamenti per insolvenza a tutta la sua filiera a monte di fornitori. Già detto su queste pagine, ma è sempre importante avere conferme dal fronte delle imprese.
4) è apparso evidente che i manager delle imprese (CFO e Credit Manager) sono più attenti e proattivi delle banche nella sorveglianza dei loro crediti verso i clienti. Controllano, si muovono al primo segnale di difficoltà, escono a visitare i clienti, analizzano la filiera (i clienti dei clienti) per capire dove possa verificarsi un problema e quando il problema arriva ne parlano con il cliente per trovare soluzioni.
Riflessione su quest’ultimo punto.
Se un CFO di un’impresa si prende il tempo per andare a trovare i clienti a cui ha fatto e farà credito e afferma che questa è la migliore prassi per prevenire i problemi d’insolvenza perché le banche continuano a non osservare questa semplice regola e abitudine?
Poi è ovvio che si finisca a contare mese dopo mese la crescita delle sofferenze, perché in tanti, troppi casi la banca che non visita i clienti non si accorge dei problemi se non quando è troppo tardi e non trova certamente soluzioni. Alcuni giorni fa un imprenditore mi raccontava di essere riuscito grazie a una raccomandazione (!) a sedersi di fronte a un responsabile crediti di una banca e di essersi sentito dire con assoluta convinzione che ‘chi decide sui crediti non deve vedere fisicamente impresa e imprenditore, ma decidere asetticamente sui dati contenuti nella pratica di fido’. Come se incontrare un imprenditore inquinasse il giudizio del deliberante. Purtroppo non è un’affermazione isolata, è convinzione diffusa nel sistema bancario che non ci debba essere commistione fisica tra chi decide sui crediti e chi chiede credito. Questa separatezza, che forse avrebbe avuto un valore con riferimento a episodi come quello di Banca Marche sconfinati nell’ipotesi di reato di associazione a delinquere da parte dei vertici della banca, è assurda. Chi non vede le imprese, chi non parla con l’imprenditore non può giudicare bene tutti gli aspetti qualitativi. E i risultati dell’affidarsi alla valutazione asettica del rating e alle scarne rappresentazioni del rischio contenute nelle pratiche di fido sono sotto gli occhi di tutti. Sofferenze e incagli durante cinque anni di crisi alle stelle, evidenza di barriere di protezione e valutazioni che non hanno funzionato, anche perché chiunque si occupa di crediti e crisi d’impresa oggi riconosce che le crisi si sviluppano molto più rapidamente che in passato.
E per chiudere la puntata su come imprese e banche gestiscono differentemente le situazioni difficili dei crediti riporto una frase sagace da parte del CFO di CoeClerici, Andrea Cederle, riferita alle banche impegnate nella gestione delle imprese in difficoltà: ‘Nella cura dei malati gravi occorre la freddezza del chirurgo, non la freddezza del killer’.
Applauso.




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"LA RIVOLTA DEL CORRENTISTA" NELLA CITTA' DI MASANIELLO

"LA RIVOLTA DEL CORRENTISTA" NELLA CITTA' DI MASANIELLO
Ieri il road show di presentazione del libro “La rivolta del correntista” di Mario Bortoletto si e’ fermato a Napoli, alla libreria Feltrinelli di Piazza dei Martiri, dove si e’ avuta la conferma di cio’ che ormai questo best-seller rappresenta nell’immaginario collettivo: un invito a risvegliare le coscienze, una occasione per conoscere la storia di un imprenditore che ha avuto coraggio, un "Masaniello" che, sovvertendo quanto la storia ci dice, ha in questo caso il consenso popolare per guidare la rivolta.

Il messaggio e’ semplice, i concetti lineari, la scrittura asciutta e pulita: ecco i motivi del grande successo di questo libro.
Un vademecum di consigli pratici su come assumere consapevolezza che il binomio banca-usura (non percepito nell’immaginario collettivo)non solo e’ possibile ma addirittura molto frequente ma soprattutto un momento di grande emotivita’ rappresentato dal racconto della storia di un imprenditore che praticamente aveva perso tutto per colpa delle banche ed “aveva messo una vita all’asta”
Mario Bortoletto ha piu volte ripetuto quanto da tempo sosteniamo sul nostro blog : giocare di anticipo!!!!
Dalla stretta creditizia il sistema bancario é passato al disimpegno dalla gran parte dei rapporti bancari, specie quelli intrattenuti con le piccole e medie imprese.
In tale fase la banca cerca in ogni modo di regolarizzare le singole posizioni, spesso fallaci per evidenti criticità procedurali, prima di attuare la cessazione del rapporto con la conseguente attivazione delle garanzie.
Quest'opera é svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, attraverso l'offerta di un piano di rientro, piuttosto che con la concessione di un finanziamento che è destinato ad estinguere l'esposizione di conto corrente. Queste offerte hanno l'unico scopo di regolarizzare sotto il profilo contrattuale i vecchi affidamenti
Cosa fare ?
“Affidarsi a consulenti onesti e capaci” che offrono una valutazione completa dei rapporti bancari che si trovano nella descritta fase critica e prospettano un intervento immediato in via giudiziale per contrastare l'indebita condotta della banca, trasformando una criticità evidente in una seria opportunità di liberarsi dalla imminente oppressione del debito 

La presentazione e’ stata coordinata e moderata dal Dott. Imperatore, Amministratore Unico e Senior Consultant di InMind Consulting, societa’ di consulenza aziendale specializzata nel banking e nella ristrutturazione del debito, che ha aiutato Mario Bortoletto a rispondere anche alle numerose domande “tecniche” provenienti da una platea gremita e molto interattiva.
InMind Consulting e’ orgogliosa e onorata di essere stata scelta come partner tecnico per la presentazione del libro che proseguira’ il suo road-show nel nord Italia (Brescia, Cremona, Ferrara) per poi ritornare nel sud del paese (Puglia) nel mese di maggio p.v. laddove si augura di ottenere a breve la rappresentanza di  “Delitto di Usura”, il movimento di denuncia di cui Mario Bortoletto e’ vicepresidente nazionale
Infine un plauso particolare va riservato alla casa editrice Chiarelettere e a tutto il suo staff (in primis all’efficiente addetto stampa Giulia Civiletti) perche’ il CORAGGIO di sostenere un libro-denuncia della potentissima lobby bancaria e’ sicuramente indice di indipendenza e di coscienza civile.
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IL PAESE CHE NON SA PIU' PAGARE

IL PAESE CHE NON SA PIU' PAGARE
Non contiamo più le volte in cui abbiamo stigmatizzato il problema grave dei ritardi di pagamento in Italia.
Temiamo di essere diventati noiosi, se non fosse per il fatto che le cose stanno ancora peggiorando e ora tutti si accorgono che i ritardati pagamenti finiscono per danneggiare tutti. Ci stanno arrivando a capirlo anche le grandi imprese, che notoriamente e statisticamente sono la categoria di peggiori pagatori (chiedo scusa a tutte le grandi aziende che non usano questo sistema per farsi finanza gratis).
Lo scrive giovedì il Sole24Ore, anche per lanciare il prossimo convegno sui pagamenti co-sponsorizzato dal quotidiano economico con CRIBIS/D&B, durante il quale saranno presentati i dati poco lusinghieri sulle abitudini di pagamento italiane:

«Sto andando ora da un cliente per rimodulare i pagamenti: se le banche non intervengono dobbiamo pensarci noi, c’è poco da fare». Massimo Sobrero, direttore divisione delle cartiere Burgo, non è il solo ad avere problemi nel saldo delle fatture. Quattro anni di crisi pesantissima, un quarto dell’output industriale svaporato, uno stock di crediti bancari che nel solo 2013 si è ridotto in Italia di 50 miliardi, hanno lasciato il segno nelle strutture finanziarie aziendali, con il risultato di peggiorare ulteriormente le performance del sistema in termini di pagamenti tra imprese. I dati di Cribis D&B evidenziano nel primo trimestre 2014 una nuova riduzione nel tasso medio di puntualità, sceso al record negativo del 38%, un punto in meno rispetto al trimestre precedente, un crollo di quasi otto punti se il paragone è con lo stesso periodo del 2013. Dodici mesi fa i ritardi “gravi”, con pagamenti scaduti da oltre 30 giorni, erano solo l’11,1% del totale, percentuale oggi salita al 16,1% soprattutto a causa dell’impennata del dato relativo alle Pmi. Storicamente più puntuali nei pagamenti, anche in relazione alla minore forza contrattuale rispetto alle realtà maggiori, le micro aziende fanno registrare nell’ultimo anno un’impennata del 55% dei ritardi oltre i 30 giorni. Il tasso di puntualità medio (39,8%) resta per le Pmi ancora più che doppio rispetto alle grandi aziende (in regola solo nel 16,3% dei casi) ma il trend dei “piccoli” è nettamente sfavorevole, segno di una progressiva selezione di mercato e di una massiccia polarizzazione verso due mondi diversi: da un lato chi esporta, innova e resiste; dall’altro le realtà più sbilanciate sul mercato interno. (fonte: Sole24Ore giovedì 3/4/2014)"

Non c’è molto altro da aggiungere, se non che Stato, Associazioni e persino le banche (che sono parte lesa anticipando pagamenti, ma che a loro volta pagano male i fornitori) hanno ignorato la gravità del problema e fatto praticamente nulla per fermare questa maledetta abitudine, non prevedendo che la crisi di liquidità iniziata nel 2008 (!) prima o poi avrebbe causato l’effetto di mettere in crisi il tessuto delle piccole imprese. Colpa grave perché era tutto assolutamente e facilmente prevedibile.

Soluzioni ? Risolvere il problema del pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione, avere il CORAGGIO di negoziare con i fornitori (soprattutti se GRANDI fornitori) diverse modalita' di pagamento (da rispettare pero' !!!) e.............................non farne una abitudine anche quando non ce ne sta il motivo (ora si rifiutano anche pagamenti di piccolissimo importo  perche' c'e' la crisi !!!.....CRISI che in qualche caso diventa alibi !!!) perche' i creditori se ne accorgono !!!!

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COME SUPERARE L'EMERGENZA NELLA PMI A GESTIONE FAMILIARE

COME SUPERARE L'EMERGENZA NELLA PMI A GESTIONE FAMILIARE
Può capitare - accade spesso alle imprese familiari di piccola/media dimensione - di dover affrontare situazioni di emergenza: metaforicamente “la barca è ancora solida, ma il mare è in tempesta… e il capitano non riesce più a portarla in salvo”.

Nella nostra lunga esperienza professionale al fianco del vertice delle imprese italiane l’emergenza può derivare da diversi motivi, riconducibili a due tipologie:

1) Motivi “occasionali”, quando il capitano/imprenditore viene improvvisamente a mancare, si è troppo stancato negli anni, non riesce più a guidare con sufficiente fermezza e serenità una faticosa transizione generazionale, oppure ancora si è logorato in frequenti rivalità nell’ambito della famiglia e/o dell’azionariato;

2) Motivi “strutturali”  per le difficoltà connesse alla transizione da una struttura troppo accentrata nel vertice imprenditoriale verso un sistema organizzativo più manageriale e delegabile, probabilmente più adatto a superare le sfide della dilatazione del mercato e delle geografie, della competizione, dalle tecnologie emergenti e/o alternative.

I sintomi sono spesso gli stessi: la strategia risulta sfuocata o male interpretata, l’organizzazione mostra carenze di guida (spesso più che di competenze), i processi hanno perso efficienza con costi che si dilatano più dei ricavi, la finanza appesantisce l’economia: “un mare tempestoso mette la nave in pericolo,… e la guida storica non riesce più a reggere il comando!”

- Quale diagnosi?

L’azienda (per ora e fino a prova contraria) è solida. Vi sono problemi, è vero, ma anche opportunità, se solo si sarà in grado di coglierle. Occorre “sopratutto” portare la nave fuori dalla bufera, con una rinnovata fermezza alla guida, magari rivedendo un poco l’equipaggio, magari ristrutturando il debito, magari imbarcando qualche risorsa fresca. Non è ancora il tempo (almeno per ora e fino a prova contraria) di ristrutturazioni pesanti, di “spezzatini” per cedere - svendendo ?- la proprietà: “non è ancora tempo - insomma - di abbandonare la nave a un diverso destino”.

Le cause di emergenza appena ricordate richiedono terapie e tempi diversi e specifici che non si possono liquidare in poche righe: entrambe però richiedono qualcuno che se ne prenda carico, che cerchi e trovi le soluzioni con coraggio e fermezza: “occorre qualcuno che guidi la nave verso un approdo tranquillo, per ripartire poi verso mari navigabili con rinnovata sicurezza”.

Ancora, la terapia per superare l’emergenza richiede il presidio di una guida al vertice con i supporti (eventualmente) utili a “rendere possibile una transizione evolutiva”; missione e metodologia spesso diverse rispetto alla gestione in continuità di posizioni temporaneamente scoperte cui è di norma riferito il termine “Temporary Management”.

- Quale terapia?

A nostro avviso può essere risolvente una miscela di ingredienti ben assortita, bilanciata e continuamente verificata sul campo e nel tempo insieme agli aventi causa:

1) Serve anzitutto un patto di reciproca fiducia e trasparenza con la proprietà rispetto alla diagnosi della situazione, alla terapia da intraprendere, alle capacità ed alle risorse effettivamente disponibili, patto che deve nascere in una fase di affiancamento preliminare. Fiducia e trasparenza! Scheletri nell’armadio e conflitti di interesse sono mine vaganti che presto esplodono e peggiorano la navigazione piuttosto che favorirla. Occorre la costruzione di una sintonia tecnico/morale tra la committenza e chi si impegna a trovare la soluzione, “suggello dello sforzo di entrambi a portare la nave in salvo”;

2) Serve, naturalmente, la disponibilità di risorse dedicabili “pro-tempore” al presidio complessivo e alla guida dell’impresa, con esperienza e capacità di giudizio a 360° estendibile anche alle attività internazionali, con un impegno da definire caso per caso, comunque per un periodo limitato (qualche anno ?);

3) Serve una motivazione professionale forte al “successo della sfida per salvare la nave”, non certo al possesso del risultato finale. “Serve un capitano pro-tempore, non un pirata”;

4) Servono capacità di analisi e di guida, ma anche -soprattutto - volontà di formazione e di delega nei confronti di “coloro ai quali affidare il comando una volta raggiunto il porto”. La nave deve saper navigare in autonomia dopo la transizione!

5) Poiché è improbabile che un capitano pro-tempore sappia fare tutto da solo, con un equipaggio magari affaticato o con qualche carenza di competenze, potrebbe servire anche qualche intervento “spot” a supporto del programma di transizione. E’ allora opportuno prevedere l’ingaggio “a progetto” di competenze specifiche, coordinate e in sintonia con la guida e con un attento controllo sulle compatibilità economiche e metodologiche: “obiettivo primario è tamponare le falle e aumentare le competenze interne, garanzia del successo della navigazione futura!”

- Come controllare il percorso?

La transizione verso il traguardo della tranquillità richiede tempo, adeguamenti progressivi della rotta, consenso nella valutazione dei traguardi intermedi e dell’avvicinamento alla meta. Occorre allora una struttura di controllo alla quale la guida temporanea possa fare riferimento per un confronto periodico degli stati di avanzamento, degli investimenti necessari, dei risultati. Può già esistere un Consiglio di Amministrazione o si può creare ex novo una struttura “equivalente” nella quale vengano rappresentati i poteri degli aventi diritto e le competenze atte a giudicare e agevolare l’intero programma.

In ogni caso, la struttura di controllo dovrà lavorare con le modalità ed i tempi necessari a condividere adeguatamente il percorso: “favorendo la possibilità che la transizione raggiunga gli obiettivi auspicati”.

Concludendo. Una situazione di emergenza può verificarsi in azienda, per molti motivi. Spesso non costituisce una colpa di cui vergognarsi; molte volte non costituisce neppure una malattia inguaribile! Sovente, in passato, capitano ed equipaggio sono riusciti da soli a portare la nave in salvo.

Qualche volta si corre il rischio di non farcela senza un aiuto, anche solo transitorio:
“la peggior cosa è il rifiuto di prenderlo almeno in seria considerazione”.



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RIPARTE IL LEASING NEL 2014

RIPARTE IL LEASING NEL 2014
Stagione di ottimismo e speranza in arrivo per le società di leasing che incassano il duplice regalo da parte del governo con l’avvio (pure se ritardato di molto) della nuova Sabatini, ora finalmente operativa, per sussidiare gli investimenti in attrezzature e macchine e il ritorno ad una fiscalità favorevole sul periodo di ammortamento accelerato che rende più conveniente la soluzione leasing al concorrente mutuo. Fiducia al punto che l’associazione di categoria ASSILEA ha investito in una dose non banale di pubblicità per ricordare alle imprese gli aspetti favorevoli del leasing.
Sarebbe un’inversione di tendenza dopo una lunga serie di anni molto magri  che ha ridotto fatturato e utili delle società di leasing e messo a dura prova tutte le reti di broker e intermediari esterni.
Le previsioni per il 2014 sono piuttosto favorevoli per quanto hanno confessato ad Assilea alcune delle principali società di leasing di estrazione bancaria dichiarazioni riportate sul magazine di Assilea ‘La lettera’:
Alba Leasing (Angelo Abelli): “Relativamente alla prima domanda lo stipulato atteso di Alba Leasing per il 2014 è previsto oltre i 900 milioni di euro, in crescita rispetto al 2013. Riteniamo che l’incremento rispetto allo scorso anno sia in linea sia con la moderata crescita attesa degli investimenti fissi lordi, in particolare in impianti e macchinari, che con i vantaggi derivanti dalla nuova normativa fiscale.”
Credit Agricole Leasing (Vincenzo Aloe): “Calit ha pianificato, considerando i segnali di ripresa e le importanti novità fiscali, di maturare nelcorso del 2014 una produzione compresa nella forchetta 350/mln-360/mln. Circa la composizione della produzione riteniamo che il comparto strumentale rappresenterà una fetta del 60% ed il resto più o meno equamente diviso tra immobiliare, auto ed energia rinnovabile. siamo in fase di start up con la c.d. Nuova Sabatini, per cui ci è difficile valutare le previsioni del peso sulla produzione 2014. Certo è che ci puntiamo molto e ci stiamo attrezzando per massimizzare il risultato e consentire alle PMI nostre clienti di realizzare gli investimenti necessari al rilancio e dare il nostro contributo alla rinascita industriale del Paese.”
Iccrea Banca Imprese (Enrico Giancoli): “Per quanto attiene alla prima domanda abbiamo ipotizzato uno stipulato di circa 750 mlm, concentrato principalmente nel settore strumentale e immobiliare. La c.d. “ Nuova Sabatini”, per rispondere al terzo quesito, si sta delineando come uno strumento tra i più controversi nel panorama agevolativo degli ultimi anni. Sospinto da una grande risonanza mediatica, il mondo imprenditoriale sta attendendo con ansia l’apertura dello sportello ai fini della presentazione della domanda. Iccrea BancaImpresa, anche con il supporto di Assilea, sta ancora analizzando gli aspetti positivi e negativi che la normativa presenta e valuterà nei prossimi giorni l’ipotesi di sottoscrivere la convenzione. Se lo strumento non avesse presentato criticità proprio nell’applicabilità al leasing, avrebbe sicuramente implicato un forte rilancio del mercato.”
MPS Leasing&Factoring (Paolo Iacchettini: “Rispondiamo al primo quesito prevedendo uno stipulato 2014 di € 550 milioni, con una ripartizione tra prodotti che vede la tenuta del Targato ed un incremento significativo dello Strumentale controbilanciati da una riduzione significativa dell’Energy e del Nautico ed una diminuzione limitata dell’immobiliare; in questo comparto prevediamo una riduzione del taglio medio delle operazioni derivante da minore incidenza dei big ticket compensata da un numero più elevato di contratti di taglio minore, anche in relazione alle modifiche normative sulla deducibilità”
Selma Bipiemme Leasing (Ermanno Martelli): “Dai primi segnali ricevuti dal mercato è ragionevole presumere, per l’anno 2014, un valorecomplessivo di stipule attorno ai 250 Milioni”
E chiudiamo con le previsioni di UCIMU l’associazione dei produttori di macchine utensili per bocca del suo DG Alfredo Mariotti: “Accogliamo con favore la riduzione della durata fiscale del leasing, introdotta dalla Legge di stabilità. La maggiore velocità di ammortamento degli investimenti in beni strumentali potrà contribuire alla ripartenza del mercato interno, fermo dal 2009, da noi prevista per il 2014. Giudichiamo molto positivo anche il fatto che la Sabatini bis preveda incentivi anche per gli acquisti effettuati in leasing: i due strumenti insieme creano una agevolazione significativa, che dovrebbe stimolare le imprese italiane, i cui beni strumentali sono molto spesso completamente ammortizzati e che si trovano nella necessità di effettuare nuovi investimenti.”
Quindi motori accesi in tutte le società di leasing per visitare imprese e proporsi sui nuovi investimenti. Nessuno si è sbilanciato sui tassi che saranno applicati, perché occorre sempre ricordarsi che le società di leasing bancarie dipendono dai mezzi finanziari delle loro banche-madri e che per finanziarsi a costi superiori al 5-6% le imprese devono essere sicure di potere coprire il costo finanziario.
InMind Consulting si propone in tal caso di assistere le imprese nella formulazione di un progetto di investimento in tutto il suo iter. 

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CON IL PIEDE SUL FRENO DEL CREDITO.........E LE PMI DECIDONO LENTAMENTE !!

CON IL PIEDE SUL FRENO DEL CREDITO.........E LE PMI DECIDONO LENTAMENTE !!
Mano a mano che escono dalle società quotate i resoconti dell’esercizio 2013 (Unicredit ha fatto da apripista !!!) è possibile valutare la dimensione del fenomeno di riduzione degli attivi delle banche italiane, con particolare riguardo all’impatto sui crediti alla clientela.
Utilizzando un campione delle 11 principali banche italiane, e tenendo conto che alcune di esse (Intesa, Carige, Veneto Banca e Popolare Sondrio) devono ancora presentare i conti definitivi del 2013, si può già constatare la dimensione assoluta e relativa dei numeri. Entrambe sono indicate nei grafici elaborati :

Sono 142 miliardi di euro la riduzione operata dalle 11 banche nel corso di 2 anni, da fine 2011 a fine 2013. Si tratta di una variazione straordinaria, forse unica nella storia del credito. Il grafico conferma la posizione espressa più volte dal presidente dell’ABI Patuelli sull’aumento del credito a famiglie e imprese sino al 2011, che è probabilmente fonte del problema di eccessivo indebitamento delle imprese, che ha causato già dal 2010 un aumento di crisi aziendali e quindi delle sofferenze bancarie. Come ha detto Matteo Arpe al convegno della FABI: “c’è stato un momento in cui le banche hanno fatto cose seguendo il mercato anche se il loro buonsenso lo impediva, tipo i mutui 100%.” Non solo i mutui alle famiglie, anche consentire a molte imprese un eccessivo indebitamento appare oggi come un vero e proprio concorso di colpa.
Il grafico successivo mostra la variazione percentuale dei crediti alla clientela intervenuta tra fine 2012 e fine 2013 per le 11 banche del campione:
 
Tutti i gruppi bancari hanno ridotto i crediti alla clientela, segno certamente di un calo della domanda ma molto di una politica di volontaria riduzione degli attivi per rientrare nei parametri di vigilanza e per ribilanciare l’eccesso di impieghi sulla raccolta. La riduzione degli impieghi è stata attuata in modo abbastanza pesante anche da banche medio-piccole come BPM e Creval che in passato avevano mantenuto un passo di crescita per conquistare quote di mercato. Oggi la conquista di quote di mercato a spese di concorrenti in difficoltà è un fattore di modesta rilevanza nel settore, con alcune eccezioni localizzate oggi in Liguria, nelle Marche e in Umbria dove sembra che il Banco di Desio sia lo sposo designato a rilevare l’acciaccata Popolare di Spoleto.
Quanto al possibile rimbalzo del credito, al ritorno di almeno una parte dei 142 miliardi scomparsi nei 2 anni non abbiamo particolare fiducia, avendo detto più volte che ai valori del 2011 non si torna più. Neppure con il potenziamento promesso dal nuovo governo sulla dotazione del Fondo di Garanzia che in linea teorica dovrebbe portare 10 mld di credito alle PMI. Un credito che le banche non vogliono o possono ospitare solo riducendolo alle grandi imprese. Molte banche si stanno affannando ancora nell’annunciare insieme alle Associazioni i loro nuovi plafond per il credito alle imprese, ma come i nostri lettori sanno si tratta di operazioni prevalentemente di marketing e comunque molto focalizzate sulla ricerca selettiva dei migliori clienti, quelli a basso rischio e forte contenuto di export, due elementi che sembrano andare a braccetto. Non si tratta di vero credito incrementale, ma di sostituzione di credito scaduto o rimborsato a condizioni di rischio migliori
Del resto che la sfiatata economia italiana non abbia bisogno di altri 140 miliardi di debiti, francamente insostenibili con i magri risultati economici che le imprese stanno realizzando (nella media s’intende) è dopo tutto una constatazione di buon senso.
Se la ripresa partirà -come alcuni inguaribili ottimisti si affannano a mostrare prelevando qualsiasi segnale positivo arrivi dal mondo delle statistiche- che sia accompagnata da poco debito e molto capitale.
Per chi ne ha ancora !!
Altrimenti le soluzioni sono altre e riguardano ipotesi di ristrutturazione del debito in cui la tempestica di intervento, lo ripetiamo da tempo, determina il successo della azione strategica.

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INMIND CONSULTING CON MARIO BORTOLETTO PER LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO

INMIND CONSULTING CON MARIO BORTOLETTO PER LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
Visioni sinergiche su un fenomeno attenzionato ormai da tutti i media, un rapporto di stima reciproca e una immediata empatia hanno maturato la consapevolezza di Mario Bortoletto, autore del best seller (4^ ristampa in poco piu di un mese dall’uscita ) “LA RIVOLTA DEL CORRENTISTA “ (gia’ presentato sul nostro blog )di invitare, e ne siamo orgogliosi e riconoscenti, il Dott. Vincenzo Imperatore, amministratore unico di InMind Consulting al tour di presentazioni del libro in qualita’ di conferenziere tecnico.

05/03/2014 18.00 Bergamo Libreria Ibs 
14/03/2014 18.30 Villorba       Libreria Lovat
25/03/2014 20.30 Montebelluna (TV)   Libreria Zanetti srl
27/03/2014 18.00 Trieste   Libreria Lovat
03/04/2014 20.45 San Bonifacio (Verona)  sala civica Barbarani S.bonifacio
04/04/2014 20.45 Bassano del Grappa   Libreria La Bassanese
08/04/2014 18.00 Bologna   Libreria Coop Ambasciatori
11/04/2014 18.00 Napoli   La Feltrinelli


Come sappiamo ogni narrazione e’ legata a un certo tipo di immaginario o a una gamma di emozioni su cui si intende far leva .
Ecco perche’, per organizzare una presentazione originale, interattiva e che stimoli la partecipazione del pubblico, Mario Bortoletto ha pensato di partire prima di tutto garantendo questi elementi .
Riprodurre quindi con altri “linguaggi” che non siano la sola lettura dei brani queste emozioni, questo immaginario che spesso ha paura di emergere.
Rendere partecipe il pubblico, creare una occasione di scambio e di incontro affinche’ la presentazione non sia solo una autocelebrazione dell’autore ma anche e soprattutto un momento di approfondimento e sviluppo di una tematica cui l’autore (che di mestiere fa l’imprenditore edile) sta dedicando, con passione e senza fini di lucro, sostanziali energie psicofisiche anche per promuovere “DELITTO DI USURA”, un foro informatico, senza scopo di lucro, costituito esclusivamente da vittime di usura ed estorsione bancaria e criminale, nonché da sostenitori anche anonimi che ha il fine di costituire un Movimento di Opinione in grado di effettuare una vasta raccolta di problematiche territoriali e trarre statistiche e casistiche da trasmettere all’attenzione di governi e parlamenti perchè vengano promulgate le giuste leggi.

La prima tappa del road show e’ stata, mercoledi 26 febbraio, Padova, libreria Feltrinelli, nella terra di origine dell’autore laddove la partecipazione ha superato anche le previsioni degli organizzatori . L’incontro e’ stato coordinato da Enrico Pucci, caporedattore del Mattino di Padova che ha poi riportato dettagliatamente la cronaca dell’evento.

 


Ma l’invito per gli utenti del nostro blog e per i nostri assistiti e’ per l’11 aprile alle ore 18 presso la libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri a Napoli laddove sosterremo e promuoveremo anche la partecipazione dei nostri conterranei al movimento “Delitto di Usura”.
A presto per ulteriori dettagli


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LE PROFONDE FERITE DELLA CRISI SULLE NOSTRE IMPRESE

LE PROFONDE FERITE DELLA CRISI SULLE NOSTRE IMPRESE
Molto interessante il rapporto presentato in settimana dall’ISTAT sulla competitività delle imprese manifatturiere italiane, in particolare la sezione dedicata ai confronti con altri paesi europei e alle risposte adottate dalle imprese italiane di fronte alla crisi. Impressionante serie di grafici e tabelle che fotografano l’entità della crisi produttiva delle nostre grandi e piccole imprese, a cominciare dal crollo verticale della produzione nei primi anni di crisi, seguita da una seconda fase negativa dal 2011.  


mentre il rapporto con la produzione industriale della Germania è un indice che declina costantemente, ben prima dell’inizio della crisi dalla fine degli anni ’90 e che offre un nuovo spunto sulla perdita di competitività del nostro sistema produttivo rispetto ai già temuti concorrenti tedeschi.

La crisi non è uguale per tutti
Durante il periodo di crisi 2010-13 le imprese italiane hanno subito un tracollo in termini di produzione. Il confronto con le imprese tedesche è impietoso e mostrato nella seguente tabella dove in senso assoluto a fronte di un calo del 2,3% della produzione delle imprese manifatturiere tedesche dall’aprile 2008, le italiane sono crollate del 24%.

ma ancora peggiore è la tabella seguente dove si osserva la grande divaricazione delle imprese in crisi:



Le imprese tedesche che hanno subito cali produttivi importanti, oltre il 20% sono solo il 16,5% del totale, mentre in Italia oltre 2/3 delle imprese manifatturiere hanno subito l’aggressione violenta della crisi. Se estendiamo il perimetro alle imprese con cali di produzione oltre il 10% (i valori cerchiati nella tabella) sono ancora una sconfitta delle nostre imprese: 36,2% in Germania, 74,9% in Italia più del doppio.
Le risposte delle imprese italiane alla crisi sono illustrate in altre interessanti tabelle e alcune sono più significative, ad esempio questo grafico che mostra gli effetti della crisi nel periodo 2012-2013, quindi nella fase teoricamente meno intensa della crisi, considerando le promesse o previsioni di fine della crisi nel 2013 formulate dal governo Monti e da altre autorevoli fonti : oltre 1/3 delle imprese hanno avuto altri cali di fatturato, il 18% ha dovuto ridurre i prezzi e quindi i margini, il 28% ha tagliato i costi di personale. Sono ferite profonde.


Ultimo punto che portiamo all’attenzione: le risposte strategiche alla crisi adottate dalle imprese manifatturiere


Nella maggior parte dei casi interventi sui costi e di miglioramento della qualità dei prodotti, per il 50% un disperato taglio dei prezzi per mantenere le quote di mercato, ma colpisce anche quell’ultima colonna:il 20% delle imprese ha dovuto ristrutturare il debito e questo ci riporta al tema piu volte affrontato dal nostro blog: le imprese, la finanza, la crisi delle imprese, la crisi delle banche. Se un’impresa su cinque non è stata in grado di rimborsare i debiti contratti prima (o durante la crisi) è evidente che abbiamo un problema di ‘manutenzione’ enorme e che le soluzioni dovevano e dovranno essere veramente straordinarie e affrontate con tempismo non sempre accettato e metabolizzato dagli imprenditori  .






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LA FINANZA ALTERNATIVA CHE CRESCE E CORRE ..........MA NON IN ITALIA !!!

LA FINANZA ALTERNATIVA CHE CRESCE E CORRE ..........MA NON IN ITALIA !!!
Torniamo a parlare di finanza ‘alternativa’ perché non è possibile illudersi che la crisi del credito riversata su famiglie e imprese possa essere risolta in Italia solo con le misure, pur valide, varate per facilitare le emissioni obbligazionarie (minibond) prima dal ‘Decreto Sviluppo’, e ora con il secondo decreto noto come ‘Destinazione Italia’, diventato legge tre giorni fa con l’approvazione al Senato. C’è molto di più da fare nel nostro paese: è sufficiente buttare lo sguardo oltre Manica o oltre oceano per rendersene conto.
Le attività di finanza alternativa come il crowdfunding il peer-to-peer lending e il commercio di fatture stanno diventando un importante meccanismo di funding nel Regno Unito negli ultimi anni. Risponendo alla necessità di capitale di privati e di imprese, facilitando la raccolta di fondi per progetti sociali i nuovi intermediari della finanza alternativa hanno creato mercati online sui quali soggetti diversi dai tradizionali intermediari creditizi collaborano per creare flussi di capitale.
Lo conferma una recente ricerca condotta dall’University of Cambridge e dall’University of California, Berkeley su 50 intermediari di finanza alternativa -che rappresentano il 95% del mercato UK. Lo studio rivela che il mercato della finanza alternativa è cresciuto nel 2013 del 91% da 492 milioni di sterline a 939 milioni. Il tasso di crescita negli ultimi tre anni è stato del 75% e la finanza alternativa ha contribuito per 1,7 miliardi di sterline ai finanziamenti personali, alle imprese e alle organizzazioni benefiche. Se nel 2013 il crowdfunding per iniziative di beneficenza rappresenta ancora il segmento più importante, la crescita di tutti gli altri segmenti è notevolissima e diversificata: +611% nell’equity-based crowdfunding, +211% nel peer-to-peer business lending , +167% nel trading di fatture.

Rispetto ai fabbisogni delle imprese il mercato inglese della finanza alternativa ha fornito ben 463 milioni di £ nel periodo 2011-2013 a oltre 5.000 piccole e medie imprese e startup, di cui 322 solo nel 2013. La previsione di crescita di questo segmento è pari a 840 milioni nel 2014 solo per le imprese.




Lo studio evidenzia alcune delle componenti che sono il motore di una straordinaria crescita, alcune ovvie, altre meno evidenti ma ugualmente decisive. Tra le prime l’accelerazione a partire dal 2009 della nascita di nuove imprese promosse da adulti (nel senso di 40-50enni espulsi dal mondo delle grandi imprese) e il credit-crunch imposto sulle PMI da praticamente tutti i sistemi bancari europei.
Tra le seconde la combinazione vincente tra network e comunità, a volte marginalizzate e con minore facilità di raggiungere gli investitori, e il rapido progresso di social media e mercati digitali online che facilitano con semplicità l’interazione di questi network e il collegamento al mondo degli investitori. La monetizzazione dei social network e la fiducia nell’e-commerce sono veri e propri trend socio-economici che oggi alimentano la crescita della finanza alternativa.
L’Italia, come sempre, è rimasta indietro ma non può permettersi di ignorare cosa sta succedendo nel resto del mondo.
Certamente non lo farà questo blog che si conquista lettori giorno dopo giorno guardando avanti e non solo commentando il passato con i suoi troppi errori.
Insieme ad altri contributori che come noi studiano i nuovi mercati vorremmo far nascere una nuova ‘piazza virtuale’ dove discutere di finanza alternativa più diffusamente.
Per provare a svegliare la bella addormentata.


Intanto vi segnalo questo interessante convegno del Politecnico di Milano, con il nuovo titolo modificato in corsa per cogliere l’interesse delle imprese, più accattivante rispetto a quello originario tecnico e un po’ accademico (“Supply Chain Finance: nuove opportunità di collaborazione nella filiera”)

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GLI INCAGLI SONO PIU' IMPORTANTI DELLA BAD BANK

GLI INCAGLI SONO PIU' IMPORTANTI DELLA BAD BANK
Prosegue sulla stampa a ritmo serrato il dibattito e il lancio di ipotesi sull’opportunità di creare anche in Italia una bad bank in cui isolare e trasferire fuori dai bilanci delle banche i crediti in sofferenza. Anche ieri un intervento qualificato e interessante del prof. Zingales sul Sole 24Ore (“Sì alla Bad Bank, ma senza strage d’imprese“), che a mio modo di vedere in parte confonde le idee pur nell’intento di separare il problema delle imprese già morte, da quelle vive.
In questo post cercheremo di fare un po’ di chiarezza e spiegare perché la bad bank è importante, ma forse c’è qualcosa di più importante a cui fare attenzione.

Le sofferenze.
Punto di partenza necessario è comprendere che ciò che le banche etichettano come sofferenze -e oggi vorrebbero cedere per pulire i bilanci- sono per lo più situazioni non più gestibili o recuperabili, se non attraverso azioni di natura legale affidate a uffici legali interni ed esterni e a procedure giudiziali svolte nei tribunali fallimentari. Questo vale quasi sempre per le imprese (persone giuridiche) che contano per il 70% delle sofferenze totali.

Gli incagli.
Gli incagli sono invece crediti a persone e imprese sui quali la banca nutre ancora speranze di recupero almeno parziale. Tipicamente le sofferenze hanno un loro ciclo di vita: nascono come ritardi di pagamento (scaduti oltre 90 giorni), evolvono negativamente e diventano incagli e poi, se peggiorano, diventano sofferenze e pratiche legali.
Il grafico seguente mostra come siano cresciute nel periodo 2009-2013 sia le sofferenze che gli incagli, passando le prime da 42 miliardi a 145 mld e gli incagli da 33 mld a 91.

La crescita degli incagli.
Il secondo passaggio serve a mostrare come il problema della crescita degli incagli meriti maggiore attenzione e preoccupazione ed è sicuramente più seguito all’interno delle banche. Il prossimo grafico mostra i tassi di crescita delle sofferenze lorde e degli incagli lordi nel periodo 2009-2013 e si vede come negli ultimi 6 trimestri il tasso di crescita degli incagli abbia superato quello delle sofferenze. Entrano nel parco dei crediti a incaglio in proporzione più dei crediti che vengono passati a sofferenza. Effetto del rigore auto-imposto in alcune grandi banche e di quello imposto dalla Banca d’Italia in altre medio piccole.

I flussi tra incagli e sofferenze.
Terzo passaggio per vedere cosa è successo ad esempio nel 2012 nei passaggi da una categoria all’altra evidenziato nella tabella seguente che prende in esame le principali 8 banche:

I problemi sono evidenti e cerchiati nella tabella:
1) l’ingresso di nuovi incagli del 2012 è pari allo stock di incagli a fine 2011
2) 20 miliardi di ‘vecchi’ incagli sono passati a sofferenza, pari al 44% degli incagli a inizio anno.
3) 6 miliardi di crediti sono diventati sofferenze direttamente senza neppure essere stati classificati a incaglio. Crediti che le banche giudicavano buoni, diventati irrecuperabili
4) altrettanti 6 miliardi sono stati ‘recuperati’ dalle sofferenze, con incassi o per riclassificazione migliorativa nella categoria incagli (ho escluso le cessioni).
Perciò ora sappiamo che circa la metà degli incagli si trasforma ogni anno in sofferenze. Quindi sul dato complessivo del 3° trimestre 2013 ben 45 miliardi su 90 sono sospettati di passare nel recinto del credito irrecuperabile (vedremo presto i bilanci 2013).

Nel 2012 i nuovi incagli hanno superato o pareggiato il totale dei vecchi, questo è un dato gravissimo. Anche il dato migliore, quello di CARIGE è sospetto e verrà ribaltato ampiamente nel 2013 alla luce di quanto sappiamo essere successo nello scorso anno e nei primi mesi del 2014.
Le rettifiche su incagli sono basse .
Sempre dall’analisi dei bilanci delle prime 8 banche è possibile vedere quante riserve sono state accantonate su 60 miliardi di incagli (2/3 del totale del sistema banche). Mediamente il 25%, grazie al tasso di copertura di Unicredit (33%) che alza una media che altrimenti sarebbe attorno al 20%

Conclusioni
Se si guarda nell’immediato solo ai bilanci delle banche è corretto valutare e domandarsi quali banche possano cedere sofferenze ai vari tipi di bad bank ipotizzate e a quale prezzo, rispetto ai valori di carico netti di questi crediti nei rispettivi bilanci. Ma tutto questo serve al management delle banche e agli analisti, non all’economia e al credito che non si ricrea semplicemente vendendo crediti a saldo.
Se invece si guarda a più lungo termine il problema dei crediti deteriorati e della bad bank è completamente un altro:
a) quante altre sofferenze sono in corso di formazione nel 2013 e 2014? Ci sarebbe da attendersi altri 40-50 miliardi.
b) occorre frenare il tasso d’ingresso di nuovi incagli che è al 30% su base annua è superiore a quello delle sofferenze.
c) la copertura degli incagli è molto bassa. Se dal 20% si dovesse passare al 50% (previsto per le sofferenze) parleremmo del 30% di rettifiche sui 50 miliardi di nuove sofferenze in formazione, quindi 15 miliardi di accantonamenti e capitale necessario.
d) il salvataggio delle imprese a incaglio -quello che Zingales auspica usando purtroppo il pessimo riferimento del credito Zaleski che ovviamente non sarà mai ceduto- è il vero problema per il sistema Italia, non solo per le banche.

Se davvero altri 40-50 o più miliardi di crediti a incaglio stanno scivolando nelle sofferenze e nei faldoni giudiziari, siamo di fronte a un numero spaventoso di imprese, molte piccole e medie, che andranno ad aggiungersi a quelle già fallite o in concordato con gli effetti a catena su altre imprese che conosciamo.
Questo dovremmo scongiurare con tutti i mezzi possibili. Mentre vendere incagli è impossibile al prezzo dell’80%, salvare una parte di queste imprese è difficile ma ancora possibile. A questa componente fa certamente riferimento l’iniziativa congiunta Intesa-Unicredit-KKR per la creazione di un fondo per i crediti in ristrutturazione: proteggere, ristrutturare e poi vendere le imprese salvate, dove il capitale immesso nel fondo non serve a pagare stuoli di legali per il recupero del credito, ma buoni manager e aumenti di capitale per tenere in vita aziende non decotte.
Come spero abbiate potuto capire le differenze sono tutt’altro che banali. Fare confusione come sta accadendo e concentrarsi solo sulla Bad Bank può essere un altro errore.








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LA RIVOLTA DEL CORRENTISTA

LA RIVOLTA DEL CORRENTISTA
In questo post di oggi parliamo di un libro che consigliamo di leggere, un libro che puo’ essere determinante per rompere quel muro di resistenza emotiva che incontriamo sistematicamente negli imprenditori allorquando viene loro consigliato di “agire” di iniziativa, di “giocare d’anticipo” nei confronti delle banche che iniziano a manifestare “segnali subdoli, surrettizi e talvolta scorretti” dell’inevitabile rientro dalle esposizioni creditizie e quindi prodromici del default aziendale.
Un libro cui deve essere dato il giusto risalto che probabilmente giornali e tv non garantiranno per evitare……..”conflitti di interessi” !!!


“Un giorno ti svegli e non hai più niente. Tutto quello che avevi ottenuto con i sacrifici di una vita diventa proprietà della banca. Disperazione e notti insonni, non ti rimane altro, nemmeno l’età per ricominciare. Ti prendono tutto, anche quello che in realtà non gli è dovuto. Molte persone credono di essere debitrici nei confronti delle banche mentre in realtà sono creditrici, mi auguro che questo libro possa aiutarle ad avere giustizia.”

Imprenditore edile di Padova, Mario Bortoletto ha avviato una serie di contenziosi con diversi istituti bancari. Ha ricevuto risarcimenti per centinaia di migliaia di euro. Dal 2013 è vicepresidente nazionale del movimento “Delitto di usura”, che tutela le vittime di usura ed estorsione bancaria. Ora racconta la sua storia in un libro edito da Chiarelettere, "La rivolta del correntista - Come difendersi dalle banche e non farsi fregare". Una storia che rispecchia quella di tanti italiani e che dà importanti indicazioni per riuscire a districarsi nel labirinto degli istituti di credito.
Quella raccontata da Mario Bortoletto e’ una storia di straordinaria resistenza personale e di coraggio perche’ occorre scardinare quelle radicate convinzioni che ti facevano credere di avere degli “angeli custodi e invece non erano altro che lupi travestiti da agnellini “

“Dal 2008 a oggi ho combattuto da solo contro cinque istituti di credito che soltanto a sentirne il nome ti spaventi. Ma sono giganti di argilla, con evidenti punti deboli, pronti a piegarsi di fronte all’ultimo dei correntisti. La sesta banca ha preferito chiudere in fretta il contenzioso senza andare davanti al giudice. Ha capito l’antifona e si è sbrigata a trovare un accordo che mi facesse stare buono. Uno dei dirigenti mi ha cercato e mi ha invitato a parlarne, mi ha detto di non volere lo scontro. Mi ha pregato, addirittura, di mettere una mano sulla coscienza, vista la scarsa liquidità a loro disposizione. «Se avete bisogno di soldi, vendete gli immobili di proprietà...» gli ho risposto. E lui: «Signor Bortoletto, l’abbiamo già fatto...», con un’espressione da cane bastonato. Alla fine ho accettato la loro offerta, una pratica in meno da portare avanti.
Sebbene solo tra le mura di un ufficio e non davanti a un giudice, anche loro hanno ammesso il torto e questo mi basta: naturalmente mi sono ripreso i soldi che nel corso degli anni mi avevano fregato. Chissà quante volte quel dirigente si sarà trovato dall’altra parte, con un cliente che lo implorava di pazientare ancora un po’ per il rientro o che chiedeva invano un credito per salvare la sua azienda. In quei casi il funzionario diventa un mastino, affronta il correntista fino a sfiancarlo, lasciandolo a terra senza forze. Probabilmente è il ruolo che gli riesce meglio, quello in cui si sente più a suo agio.”


“Quello che fatico ad accettare e’ che, nonostante le banche quasi sistematicamente vengano condannate per illeciti adebiti e applicazione di tassi ultralegali, continuino con questi comportamenti. E’ evidente quale e’ il loro pensiero:per due correntisti che si svegliano almeno centomila dormono o sono ignari, e sono questi centomila che pagano anche per i due piu’ attenti”

Ma soprattutto, come spesso suggerito sul nostro blog, basta dare un occhiata alle sentenze della giurisprudenza per rendersi conto che Davide puo’ ancora vincere contro Golia, un Golia che si fa fatica a pensare come autore di un reato come l’usura spesso identificato, nell’immaginario collettivo, con la criminalita’

“Negli ultimi anni ho avviato otto cause, ho ottenuto due vittorie con relativi risarcimenti e ho una buona probabilità di spuntarla su tutte le altre. Ma non mi fermo, ho ancora molte battaglie da combattere. Ho già pronta la documentazione che dimostra come anche altri istituti di credito mi abbiano truffato applicando tassi a usura sui miei conti correnti: oltre trent’anni di lavoro significano tantissimi prestiti, mutui, leasing. Il marcio c’è ovunque e più spulcio tra i miei conti più trovo gli inganni. In tanti mi chiedono come abbia fatto. Mi scrivono per conoscere il mio segreto. Non c’è nessun segreto, nessun antidoto magico, solo qualche accortezza e tanta caparbietà. Sono testardo come un mulo, nulla di diverso da molti altri imprenditori italiani. D’altronde quello dell’imprenditore è un mestiere pieno di rischi, dove è necessario osare, credere fino in fondo in ciò che si vuole. Soprattutto, bisogna vederci chiaro. Questo stesso atteggiamento è importante averlo con le banche, che fanno solo i propri interessi e non, come recitano molti spot pubblicitari, quelli del correntista”

Infine proprio per ribadire che la riproduzione di informazioni o notizie sul nostro sito NON HA ALCUN SCOPO DI LUCRO ma solo l'obiettivo di libera comunicazione al pubblico nei limiti giustificati dallo scopo informativo, ci soffermiamo sul capitolo intitolato “I dieci comandamenti del correntista” e in particolare sulla regola n°10 “Diffidate dei consulenti” !

“Fate attenzione alle decine di societa’ di consulenza che si propongono come aiuto al correntista. Hanno parcelle che arrivano anche a 25.000 € piu’ una percentuale fino al 25-30 per cento su quello che recuperano………….non per tutte e’ cosi’ ma in molti casi lo e’…..ci sono professionisti onesti e capaci che non chiedono tutti questi soldi……..un legale che segue la causa di un correntista deve avere una normale parcella, chiara e scritta”

E ora buona lettura !!!
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PICCOLE IMPRESE SGRADITE IN BANCA ?

PICCOLE IMPRESE SGRADITE IN BANCA ?
Forse è un caso isolato, o forse solo l’emersione di un fenomeno più nascosto, ma se la decisione del gruppo bancario inglese Lloyds Bank dovesse propagarsi sarebbe un’altra tegola sul destino delle micro e piccole imprese.

Secondo quanto scrive The Scotsman.com la banca -una di quelle salvate a suon di miliardi dai contribuenti inglesi- avrebbe informato migliaia di piccole imprese sue clienti che in futuro non avranno più diritto a parlare con un gestore in filiale, a meno che abbiano un fatturato superiore a 1 milione di sterline (1,2 mil.€) o un fido di oltre 60.000€.
La banca ha deciso che con i piccoli clienti si guadagna poco e senza arrivare a un minimo di profitti di £5.000 all’anno, niente contatti personali, al massimo si parla con un call center regionale.
Piccoli clienti sconcertati che reclamano il diritto di essere ‘piccoli’ e di avere un contatto personale.

La decisione di Lloyds Bank arriva non casualmente insieme a quella di tagliare altri 1.000 posti di lavoro, tra cui i gestori delle piccole imprese. Secondo la banca la riorganizzazione migliorerà il servizio alla clientela (!) offrendo collegamenti online e telefonici ai clienti che si adatteranno o che già lo preferiscono. Un portavoce della banca ha commentato così: “Siamo impegnati a offrire il migliore servizio possibile alle nostre PMI clienti. Questo annuncio è parte di una più ampia riorganizzazione delle nostre attività volte a curare meglio i bisogni della clientela, compreso molte piccole imprese che vogliono fare maggiore uso del telefono e di internet per gestire i loro servizi bancari e il crescente numero di startup che stiamo aiutando a crescere”.
Odore di bugia lontano un chilometro, anzi un miglio. E’ vero verissimo che sulle piccole imprese si guadagna molto poco e 5.000 sterline sono inarrivabili per le micro-imprese (sarebbero anche un bel salasso…), che poi i clienti preferiscano parlare dei loro affari con un call center vedremo, ci si abitua a tutto.
In Italia siamo lontano da queste decisioni radicali?
Non credo più di tanto, le piccole imprese mediamente fanno guadagnare meno di 6.000€/anno alla banca, e i controller si affannano a fare i conti dei clienti in perdita (per la banca). Ma vale la regola della specializzazione: se le grandi banche si accorgeranno presto che è difficile guadagnare su una piccola impresa (soprattutto se il piatto di lenticchie è diviso tra 3 banche nessuna delle quali se la sente di fare da sola), ci saranno le piccole a farsi avanti e prendersi cura dei clienti piccoli. Attenzione però nelle tasche di molte delle piccole imprese ci sono tanti piccoli depositi della famiglia che con la fame di liquidità fanno assai comodo alle banche. Poi ci sono clienti piccoli che crescono, come qualcuna di quelle startup che piacciono a Lloyds Bank. Potrebbero rimanere affezionati e fedeli alla banca che non li ha spediti a un operatore di call center, con tutto il rispetto per gli operatori che magari offrono davvero un buon servizio con le loro cuffie e microfoni.
Il business con le imprese va automatizzato, digitalizzato, velocizzato ma… resterà per sempre un business di relazione, tra persone, che condividono fette di fiducia.
Chi lo ha dimenticato si è sempre fatto male.
Per quanto riguarda l’Italia se dovesse prendere piede quest’abitudine strisciante basta essere avvisati e prepararsi. Ci sono -ad esempio- banchieri di provincia che non sembrano farsi problemi ad avere in filiale piccoli imprenditori.
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TASSI STABILIZZATI PER LE IMPRESE.....MA NON TUTTE !!!

TASSI STABILIZZATI PER LE IMPRESE.....MA NON TUTTE !!!
 La rilevazione condotta periodicamente dalla BCE su 133 banche europee (The Euro Area Bank Lending Survey) e appena pubblicata indica per l’intera area di indagine che il mercato del credito alle imprese si sta allentando sia per quanto riguarda la disponibilità a concedere credito che per le condizioni applicate a famiglie e imprese. I risultati,  pesati per i vari paesi, indicano una tendenza al miglioramento anche per il 1° trimestre 2014. Di seguito due dei grafici più significativi per evidenziare il trend rilevato:

La percentuale di banche che indicano un irrigidimento (aumento) dei termini e delle condizioni applicate ai prestiti concessi alle imprese sta calando trimestre dopo trimestre e si avvicina allo zero.

Il miglioramento sembra valere più per le SME (small business) e le PMI, rispetto alle grandi imprese, soprattutto per quanto riguarda le aspettative dei prossimi 3 mesi.
Questa la fotografia della media europea.
I dati sono forniti alla BCE dalla Banca d’Italia che riporta le serie statistiche nel suo sito.
E’ quindi possibile fare osservazioni sulla tendenza dei tassi applicati alle imprese in un periodo di oltre 10 anni per apprezzare come il sistema bancario abbia agito sulle condizioni praticate alle imprese, sia in media generale che nel comparto delle imprese che sono considerate a maggiore rischio.

Per leggere il grafico, le linee blu e rossa rappresentano l’indice di diffusione, ossia la media delle risposte che indicano valori compresi tra 1 (massimo irrigidimento) e -1. L’area grigia è dunque quella in cui le banche stanno aumentando più o meno velocemente gli spread alle imprese.
Si può constatare come in Italia gli spread siano aumentati senza sosta dalla fine del 2007 ma lo strappo più deciso verso l’altro è avvenuto in due fasi: tra fine 2007 e 2009 e successivamente ancora da metà 2010 fino a inizio 2012. In questi due periodi è avvenuto gran parte dell’aggiustamento degli spread al rischio, come previsto dalla logica del rating di Basilea. Dall’inizio del 2012 l’aggiustamento per il rischio (chiamato repricing dalle banche) è continuato ma con sempre minore intensità. L’ultima rilevazione indica che siamo arrivati in una zona di relatività stabilità. Nella media, perché la curva rossa quella delle imprese più rischiose si distacca in modo significativo dalla media. Il repricing sulle imprese più rischiose continua ed è solo l’anticamera della riduzione dei fidi, perché su certi livelli di rischiosità e rating non esiste prezzo che possa giustificare il consumo di capitale.
Anche questa osservazione conferma l’ipotesi che i tassi praticati alle imprese abbiano raggiunto oggi un tetto, difficile da superare perché gli oneri finanziari sono pesantissimi sui bilanci delle imprese e non è possibile tirare troppo la corda. Anche i tassi sulle imprese più rischiose con i peggiori rating si stanno stabilizzando ma rimane ancora una certa propensione a ritocchi all’insù.
Inutile aggiungere che questa rimane un’area di massima attenzione per le PMI.





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ACCORDO DI COLLABORAZIONE CON L'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI NAPOLI SUOR ORSOLA BENINCASA

ACCORDO DI COLLABORAZIONE CON L'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI NAPOLI SUOR ORSOLA BENINCASA
InMind Consulting e l'Universita' degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa hanno sottoscritto una convenzione per le attivita' di tirocinio e stage per i laurendi/laureati del prestigioso ateneo napoletano.


Stage e tirocini sono soluzioni formative particolarmente adatti per neo-laureati o laureandi che si affacciano per la prima volta sul mondo del lavoro. Si configurano infatti come un'utile opportunità per testare le proprie capacità e le proprie attitudini professionali e per inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro.
Lo stage, o tirocinio formativo e di orientamento, ha lo scopo infatti “di realizzare momenti di alternanza fra studio e lavoro nell’ambito dei processi formativi e di agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro” .
L’attivazione dello stage per gli atenei e le imprese/enti costituisce un’importante opportunità di confronto al fine di potenziare sempre più il loro ruolo nello sviluppo scientifico, sociale ed economico del paese, verificando fabbisogni formativi e opportunità di collocamento delle professionalità formate.
Di sfondo all’accordo c’è la volontà del Dott. Imperatore, Amministratore Unico di InMind Consulting, di costruire unitamente al mondo accademico, una rete di consulenti aziendali che “consentirà di accompagnare al meglio nel prossimo futuro le complesse dinamiche di sviluppo delle aziende ”.
La prima offerta di stage di InMInd Consulting e’ gia pubblicata sul sito Unisob
(clicca qui)


Con l'occasione non possiamo esimerci dal ringraziare il Prof. Felice Marinelli e la Prof.ssa Villani per la presentazione della nostra societa’ di consulenza, la Prof.ssa Della Volpe e la Dott.ssa Pellecchia, rispettivamente direttore e responsabile amministrativo dell’ufficio Stage, per averci scelto, e il Magnifico Rettore Prof. Lucio D’Alessandro per la fiducia accordataci augurandoci che il lavoro da svolgere sia sempre di reciproco gradimento e che questa prima esperienza con la Nostra azienda si trasformi in una solida collaborazione.
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2013:L'ANNO NERO DELLE PICCOLE IMPRESE

2013:L'ANNO NERO DELLE PICCOLE IMPRESE
 La situazione inguardabile dei pagamenti in Italia non è l’unico bilancio negativo per le nostre PMI. In realtà su quasi tutti i parametri per valutare lo stato di salute economica e finanziaria delle imprese il 2013 è stato un anno più che deludente. Praticamente quasi nessuno dei problemi che impattano negativamente sulla situazione finanziaria delle piccole e medie imprese ha registrato un miglioramento rispetto al 2012. In taluni casi al contrario il 2013 ha portato altre cattive notizie.
Provando a tracciare un bilancio sintetico dell’anno 2013 prendo in esame 8 differenti parametri:
1) crescita economica
il PIL è arretrato nuovamente nel 2013 a un tasso assai vicino al 2%, rispetto al 2,5% del 2012. Un risultato che deve essere considerato quasi peggiore tenendo presente il forte calo del 2012 e l’illusione sbandierata in più sedi ufficiali di una ripresa nella seconda parte dell’anno, che nei fatti è stato solo un rallentamento nel passo di decrescita. Maggiormente colpita la domanda interna e il settore terziario, entrambi ambiti di esclusivo raggio di quasi tutte le piccole imprese e del commercio.
2) tempi e ritardi di pagamento
Se si esclude un’altra parziale illusione -quella del pagamento degli arretrati della PA che si è fermato a (forse) 15 miliardi a fronte dei 100 totali e dei 27 promessi- la situazione dei tempi di pagamento è peggiorata ulteriormente nel 2013 , fatto davvero grave se si pensa che a proprio a gennaio 2013 è stata recepita la direttiva comunitaria con l’obiettivo di portare tutti i pagamenti in zona 30-60 giorni.
3) pressione fiscale e burocratica
bilancio negativo anche sul fronte del carico di prelievo fiscale e sui costi indiretti indotti dalla pesantissima burocrazia nazionale. Aumentata la pressione fiscale che ha toccato secondo il Centro Studi di Confindustria il valore record del 44,3% e nessun concreto miglioramento sul fronte burocrazia. La promessa di un’agenda digitale è stata ancora rimandata e avviluppata in pastoie…burocratiche.
4) programmi di supporto statale
è una delle due zone in cui si possono registrare miglioramenti grazie all’aumento delle garanzie concesse dal Fondo di Garanzia a banche e confidi per agevolare il credito alle piccole imprese e in seconda battuta, a giudicare dalle cifre pubblicate recentemente dall’Agenzia delle Entrate, dall’utilizzo delle agevolazioni legate agli aumenti di capitale (ACE). Varata la legge sulla nuova Sabatini, ma i cui effetti saranno traslati probabilmente al 2014 perché nel 2013 la norma non era ancora stata attivata.
5) accesso al credito
inaspettatamente, almeno rispetto alle attese e alle dichiarazioni, la situazione dell’accesso al credito è peggiorata nel corso del 2013 con tassi di riduzione che sono andati crescendo negli ultimi mesi dell’anno e che non offrono spunti di ottimismo per il 2014. Calo del credito alle imprese non finanziarie nell’ordine di 57 miliardi, apparentemente più intenso sulla piccola impresa, velocità di calo cresciuta dal 4,5% (novembre 2012 a/a) al 6,5% (nov.2013). Cali pesanti per il leasing (vedi il post del 9 gennaio) e per la prima volta scesi anche i volumi di factoring.
6) tassi d’interesse
anche il peso del costo dell’indebitamento non è migliorato nel corso del 2013. Si potrebbe persino concludere che si tratti di un significativo peggioramento considerato che nel corso del 2013 il famigerato spread BTP-Bund, assunto a giustificazione primaria degli alti tassi praticati alle imprese, si è ridotto in modo significativo. Le banche hanno mantenuto elevati i tassi e lo spread tra costo della raccolta e costo dei finanziamenti è aumentato.
7) dipendenza dal sistema bancario
Una seconda zona di speranza grazie esclusivamente al varo delle misure contenute nel decreto sviluppo per favorire la rinascita del canale diretto di finanziamento tra investitori e imprese (non troppo piccole) per emissioni obbligazionarie. Poche le emissioni del 2013, bassi gli importi, ma perlomeno il canale è stato facilitato ed avviato con aspettative superiori per il 2014.
8 ) fallimenti e concordati
il bilancio del 2013 è pesantemente negativo come è stato attestato dalle statistiche prodotte pochi giorni fa da CERVED sui primi 9 mesi del 2013: fallimenti in crescita del 12,1% e concordati preventivi addirittura del 91% grazie alla esplosione di richieste conseguente alla nuova normativa sui concordati in bianco. Il perimetro di distruzione del valore, dei crediti incagliati e persi nelle procedure fallimentari è incalcolabile quanto drammatico è l’impatto sul perimetro dei fornitori, spesso di piccola dimensione.


Un bilancio complessivamente negativo che ha accresciuto l’area di disagio e di sofferenza finanziaria della piccola e media impresa. Proprio la stessa piccola e media impresa che continua ad essere vanamente sulla bocca di molti politici e fiancheggiatori della politica, ma che è stata ancora una volta tradita e sacrificata sui tanti altari degli errori di Stato, delle lobby e degli interessi della grande impresa. Quella piccola e media impresa tartassata a cui si riferisce questo articolo del prof. Gustavo Piga che aggiunge sale sulle ferite:
‘La ripresina che uccide‘
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IL FALLIMENTO: DISGRAZIA O PUNTO DI PARTENZA?

IL FALLIMENTO: DISGRAZIA O PUNTO DI PARTENZA?

 
Esiste il fallimento ed esiste il «potere del fallimento».
Thomas Edison li sperimentò entrambi. Diecimila volte — raccontò egli stesso — vide finire una sua idea nella sabbia; alla decimillesima volta e uno, accese la lampadina elettrica. Il risultato, oggi, sono la General Electric, una delle imprese mitiche d’America, e la fama perpetua. «Non ho fallito — riassunse poi —. Ho solo trovato diecimila modi che non avrebbero funzionato». I fallimenti lo aiutarono a correggere gli errori. Henry Ford affrontò due crac, poi fondò la Ford Motor Company. Un progetto di Steve Jobs fece flop e lui fu licenziato dalla sua Apple. Lo scivolone di Bill Gates si chiamò Traf-O-Data, una società che voleva ottimizzare i flussi di traffico attraverso l’analisi di dati. Da quei passi falsi hanno imparato come si fa.

È che l’America ha un rapporto speciale con il fallimento. Lo rispetta e lo riconosce come qualcosa di importante: da evitare se si può (ma è difficile), però non da considerare mortale. Non è solo parte del processo di try-and-error che porta al successo, cosa abbastanza ovvia. È anche regolatore del mercato, misuratore del merito: caratteristica strutturale e indispensabile del capitalismo. Questo rapporto con il fallimento è una delle qualità che fanno dell’America un Paese a parte, diverso da tutti gli altri e al quale molti, quasi tutti, cercano di assomigliare, a cominciare dal condividerne l’idea che il fallimento non è la fine della strada, ma una semplice curva. L’altra metà del capitalismo tradizionale, l’Europa, Italia in prima fila, ha un’idea differente di che cosa significhi dover abbandonare un progetto, un’impresa e confessarlo in pubblico. Da qualche tempo cerca di copiare gli Stati Uniti. Ma, quando si viene alla bancarotta, l’Atlantico resta un lago che divide. Ancora oggi, se parlate con un vero uomo d’affari yankee, probabilmente vi racconterà che una delle differenze più profonde tra un businessman europeo e uno americano è che il primo non darebbe mai credito a una persona che nella vita è fallita, il secondo non presterebbe denaro a chi non è fallito almeno una volta.

Sociologi ed economisti di solito spiegano le differenze tra i modi d’intendere la vita economica con la cultura cattolica, opposta a quella protestante. Quando si tratta del crac imprenditoriale o personale, non è così o, almeno, c’è di più. L’approccio al fallimento nei Paesi del Nord Europa — pure protestanti e pure coscienti del diritto di rialzarsi — è diverso da quello americano. Inoltre, la sua utilità educativa è riconosciuta in molte culture: «La grandezza — diceva Confucio — non si raggiunge non fallendo mai, ma rialzandosi ogni volta che si cade». A fare la differenza è che negli Stati Uniti l’idea è diventata cultura diffusa e condivisa e, soprattutto, è entrata a far parte del quadro istituzionale e giuridico come uno degli architravi del sistema economico.

È il modo in cui si è formato e sviluppato il capitalismo in America, dal basso e fondato sull’individuo e non sullo Stato, che ha prodotto l’idea di fallimento non più come stigma sociale, non più come colpa, ma come normalità del processo. Come diritto a fallire.

Dai primi decenni dell’Ottocento, l’espansione dell’America — intesa come terra delle infinite opportunità e dell’ottimismo — avvenne intorno ai fiumi, ai canali, alle strade, ma anche attorno al credito, che in poco tempo diventò un vero sistema di obbligazioni tra privati, destinato a sostenere tanto la produzione quanto i consumi.

Già nel 1837, l’Albany Republican Committee sosteneva che «il sistema del credito ha esteso il nostro commercio in tutto il mondo, costruito le nostre città e villaggi, fondato i nostri college e costruito le nostre scuole». Si trattava di crediti diffusissimi, spesso ripagati a lungo termine o protestati; e via via si sviluppò una tolleranza, in qualche modo forzata, verso chi non pagava: per sostenere lo sviluppo complessivo del Paese — necessità che nessuno si sognava di negare — il credito e l’accettazione del possibile default erano visti come indispensabili avamposti verso la frontiera. È il modo stesso di formazione del capitalismo americano a giustificare e a prevedere la fallibilità di chi svolge attività economica.

Il risultato legale e istituzionale è il Chapter 11, il titolo del Codice federale sulla bancarotta che, senza menare scandalo, consente alle aziende che non sono in grado di onorare i debiti di proteggersi dai creditori, mentre il management (di solito lo stesso) ristruttura il business sulla base di un piano concordato. Più in generale, l’accettazione del fallimento si è così radicata negli Stati Uniti che non solo è socialmente ammesso, accettato e parte della formazione di un imprenditore: è anche un regolatore del mercato. Durante la Grande Crisi degli anni scorsi, il punto nevralgico più discusso — e considerato una delle cause del disastro finanziario —è stato il concetto di too-big-to-fail, applicato alle banche troppo grandi per essere lasciate fallire e dunque indisciplinate nel prendere rischi, in quanto sapevano che, in ogni caso, sarebbero state salvate dall’intervento pubblico. La regolazione automatica prodotta dal rischio di fallire era venuta meno, eliminata dalle possibilità imprenditoriali, il che aveva inceppato il sistema. Situazione da correggere. Il fallimento, in altri termini, negli Stati Uniti non è solo parte del gioco, una possibilità ammessa senza doversi vergognare. È una regola indispensabile del gioco.

L’idea si estende dal business alle persone dopo la Seconda guerra mondiale, quando la grande massa di risparmi accumulata in America durante il periodo bellico s’incontra con il desiderio di beni e servizi a cui si era dovuto rinunciare e con il baby-boom: il risultato è l’esplosione della società dei consumi, la quale si fonda via via sempre più sul credito al consumo e sulla necessità che tutti comprino, anche a debito, per andare avanti. Risultato: in America, fallire in affari si porta dietro una «vergogna» assai minore che in Italia e in Europa, molto spesso è normale; e anche fallire nel ripagare i debiti personali è meno devastante che dall’altra parte dell’Atlantico, dove, in molti Paesi, non esistono ancora norme sul trattamento delle bancarotte individuali. 
Lo stigma del crac da noi, al contrario, è una forza negativa che frustra l’imprenditorialità e la creatività, che sacrifica la crescita economica e i consumi. Un sondaggio condotto l’autunno scorso da Youth Business International e Global Entrepreneurship Monitor ha scoperto che solo 17 giovani europei su cento ritengono che ci siano opportunità di business disponibili e sono convinti di avere le capacità e le conoscenze per approfittarne. E il 41,9 per cento di loro cita la paura del fallimento come barriera per iniziare un business. Uno svantaggio competitivo considerevole rispetto agli Stati Uniti. Al punto che nel 2010 la Commissione europea ha lanciato un progetto per affrontare «lo stigma del fallimento negli affari» sulla base del fatto che il 57 per cento degli europei non investirebbe in un business gestito da chi in passato è fallito e il 47 sarebbe meno incline a ordinare beni da qualcuno che ha avuto un crac imprenditoriale. Secondo la Commissione, il 48 per cento degli europei ritiene che «non si dovrebbe creare un’impresa se c’è un rischio che possa fallire»: chi dovrebbe eliminare il rischio si immagina che sia lo Stato.

In Italia e in Europa, dunque, non c’è una Silicon Valley, luogo dove il diritto di fallire — in fretta e possibilmente a basso costo — è un totem imprenditoriale.
Alla base, la differenza sta nell’idea di capitalismo: quello fondato sulla responsabilità individuale di chi sbaglia e si rialza e quello di chi vuole garanzie prima di accendere la lampadina di Edison.
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NUOVE REGOLE EU, CAMBIA IL FONDO DI GARANZIA

NUOVE REGOLE EU, CAMBIA IL FONDO DI GARANZIA
Per i lettori interessati a seguire l’evoluzione della normativa che riguarda gli aiuti finanziari alle PMI suggeriamo la lettura di questo post freschissimo di stampa, pubblicato dal prof.Luca Erzegovesi sul suo blog.
Apparentemente un po’ tecnico ma spiegato molto chiaramente.
La lettura è utile per capire cosa è stato deciso in sede comunitaria -e sarà applicato da luglio di quest’anno- per quanto riguarda la concessione di garanzie per facilitare l’accesso al credito.
Nel caso italiano l’impatto maggiore è sull’operatività del Fondo di Garanzia per le PMI e in via indiretta per le garanzie e controgaranzie concesse a banche e confidi.
"La Commissione Europea approva le nuove linee guida sugli aiuti alla “risk finance” (garanzie comprese)
Il 15 gennaio la Commissione ha approvato le “Guidelines on State aid to promote risk finance investments“, che entreranno in vigore molto presto (dal 1° luglio 2014). Si tratta di un ridisegno radicale dell’attuale quadro degli incentivi finanziari alle imprese europee. Ne parla anche questo
articolo del Sole 24 ore. Qui il comunicato della Commissione, e qui la pagina riepilogativa sulle misure di State Aid Modernisation.
Il provvedimento non avrà impatto universale sugli aiuti di Stato alle imprese: ha come ambito specifico la promozione di nuovi investimenti mediante finanziamenti che partecipano al rischio d’impresa (con un favore per le imprese nuove o innovative). In parallelo la Commissione sta elaborando nuove linee per gli aiuti ai salvataggi e alle ristrutturazioni delle imprese in crisi, oltre ad aver rivisto il regolamento per gli aiuti di importo limitato (de minimis), solo per citare due finalità delle politiche pubbliche complementari rispetto al sostegno della risk finance.
Che cosa cambia? Che impatto avrà sul mercato delle garanzie creditizie?
Vediamo i punti principali definiti per il framework generale:
• salgono (da 1,5 a 15 milioni di euro per anno per azienda) i limiti massimi agli investimenti in strumenti di risk finance agevolabili senza autorizzazione della Commissione purché conformi alle linee guida e ai criteri stabiliti nel Regolamento generale di esenzione [dettagli a pag. 13 del documento; attenzione, parliamo di valore dell'investimento, non dell'aiuto pubblico!];
• si estende la platea delle imprese ammesse oltre i confini dell’aggregato Pmi (massimo 250 dipendenti), aggiungendo le small midcaps (dipendenti<500, ricavi < 100mn€, ricavi < 86mn€) e le innovative midcaps (dipendenti<500 e spese di ricerca e sviluppo > 15% (o 10%) dei costi operativi);
si arricchisce il menu degli strumenti, includendo programmi di equity (con alea estesa all’upside e al downside risk), quasi-equity (con prevalente rischio di downside), garanzie, crediti d’imposta; si ammettono anche programmi per sistemi alternativi di trading (ad esempio circuiti di scambio di azioni o mini-bond);
• si fissano delle soglie minime di partecipazione dei privati, che sono più alti laddove sono più critici i “fallimenti del mercato finanziario” compensati dall’intervento.
Il documento è molto articolato e disegna una mappa delle caratteristiche di rischio/rendimento degli strumenti finanziari, sulla quale traccia il profilo della partecipazione pubblica al rischio e del relativo impatto sugli investimenti e sulla crescita economica, nonché sulle dinamiche concorrenziali.
Per quanto riguarda le garanzie, si fissano alcuni punti (v. pag. 29 del documento):
→ devono essere limitate a nuove originazioni di prestiti, leasing e forme di quasi-equity (obbligazioni subordinate, titoli ibridi) con prevalente donwside risk; sono escluse le garanzie su equity;
i fondi pubblici sono concessi agli intermediari on portfolio basis, sono cioè preferite (penso in via esclusiva) le garanzie su portafogli di operazioni ammissibili; pertanto, le attuali garanzie dirette e contro-garanzie del nostro Fondo centrale Pmi, valutate e concesse su base individuale, non sarebbero compatibili con i nuovi criteri;
→ ci sarà la possibilità di introdurre dei cap di perdita garantita, e normalmente tale cap deve essere commisurato alle perdite attese sul portafoglio; se l’incidenza dello stesso cap supera il tasso di expected loss, la garanzia dovrà essere prezzata a livello superiore;
→ per evitare il sottoutilizzo dei fondi assegnati a fronte di programmi di erogazione che non sempre sono rispettati, i criteri prescrivono clausole di restituzione dei fondi esuberanti le effettive necessità, oppure commissioni onerose a carico degli intermediari sui fondi non utilizzati.
E ora qualche commento telegrafico:
• la Commissione favorisce una riallocazione degli aiuti verso imprese più grandi e più innovative; questo farà contento il socio di maggioranza relativa dell’UE (la Germania) e i paesi del Nord Europa;
• a livello italiano, abbiamo osservato la stessa dinamica verso una concentrazione dei soggetti erogatori e dei destinatari (pensiamo alla piattaforma nazionale di garanzia delineata nella Legge di stabilità); i nuovi orientamenti europei rafforzano questa spinta;
i confidi possono rimanere in questo mercato, ma soltanto quelli meglio attrezzati per gestire garanzie di portafoglio su larga scala, e sempre minacciati dalla maggior speditezza e dai minori costi operativi dei canali di garanzia diretta;
• i confidi minori, e i programmi di aiuto alle micro e piccole imprese, dovranno far leva ancor di più su risorse locali; se si vorrà accedere ai fondi veicolati dallo Stato e dalle Regioni, si dovranno innovare gli strumenti e le procedure; forse si dovrà rinunciare in molti casi ad aiuti specifici ai piccoli, e favorire invece un equa ricaduta verso i fornitori, attraverso la supply chain finance, degli aiuti più facilmente ottenibili dai medio-grandi (vedi post di Fabio Bolognini); non è scontato;
• le nuove linee guida non riguardano gli aiuti alle imprese in crisi; qui c’è da vedere che cosa consentirà la Commissione, e c’è da temere un ancor più drastico “effetto pigliatutto” da parte di imprese più grosse e politicamente visibili."

Insomma, la conclusione è la solita: difendere l’esistente può soltanto differire la resa incondizionata. La scena cambia, le risorse si spostano, i rapporti di forza schiacciano gli outsider che stanno fermi e rivendicano soltanto il proprio diritto a sopravvivere. Richiesta legittima, ma (lo riscontriamo, drammaticamente) non più tutelato.
Insomma impatti sulle piccole imprese e sui confidi minori non positivi, tendenza a spostare il focus su imprese più grandi e cambiamento dell’operatività del Fondo di Garanzia per il credito alle PMI che potrà garantire portafogli granulari di rischio e non singole operazioni. Come funzionerà? Cosa cambierà nei metodi di erogazione del credito bancario? Ovviamente non si può sap