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La consegna dei documenti al correntista e l?ostruzionismo bancario

(Tratto da MoneyFarm blog)

Contratti di apertura del conto corrente, contratti di affidamento e loro variazioni, fideiussioni e atti di pegno, estratti conto trimestrali, profilo di rischio sono solo alcuni dei documenti che ciascun correntista dovrebbe conservare con cura!

Appunto con cura perché, sulla base della mia esperienza di consulenza, circa il 78% dei clienti di una banca, non ritiene importante preservare e immagazzinare tali atti.

E ciò avviene sistematicamente per negligenza (peccato veniale) o per la endemica fiducia nella banca che viene percepita come “archivio” personale che immagazzina i nostri atti che possiamo poi sempre richiedere nel momento del bisogno (peccato mortale).

Ed è proprio la percezione di quel momento, il momento in cui ne abbiamo bisogno, che viene individuato dalla banca come la circostanza in cui … negare o rendere difficile, costosa e complessa la consegna della documentazione richiesta.

Perché la banca capisce che l’analisi di quei documenti da parte di professionisti specializzati nasconde tanti talloni di Achille!

Quindi tante resistenze, tante menzogne, tante risposte semplicemente dilatorie per far “stancare” il cliente che viene “indotto” a desistere.

Gli intermediari finanziari, di regola, frappongono difficoltà di varia natura al rilascio delle copie della documentazione.

La più frequente delle resistenze delle banche, cogliendo un’interpretazione strutturalmente letterale della norma, fa riferimento al fatto che molto spesso le richieste avanzate dalla clientela presentano una qualche forma di genericità e non siano riferite ad una ben circostanziata ed individuata operazione; la richiesta ad esempio di copia del contratto e della documentazione di conto riferita ad un periodo temporale specificato, veniva in precedenza talvolta disattesa adducendo appunto vizi di eccessiva genericità della richiesta stessa.

Ma non mancano anche motivazioni semplicemente paradossali e talvolta ridicole come la più volte ascoltata frase che quei documenti sono conservati in un “archivio che si trova in capo al mondo e che quindi risulta difficile reperirli”.

Menzogna!

Tutti i documenti sono reperibili in pochi minuti attraverso semplici interrogazioni al terminale oppure sono conservati all’ interno dei partitari presenti nelle stesse filiali dove viene effettuata la richiesta!

Solo alcuni grandi Istituti di Credito hanno “esternalizzato” la raccolta degli atti di garanzia (originali di fideiussioni e pegni) affidandola a società straniere (Est Europa) ma conservando sempre una copia presso le filiali.

Ma questo (conservazione degli atti di garanzia presso terzi lontano dall’Italia) rappresenta un “vantaggio” per il cliente e ciò che ci interessa sottolineare è che la legge e i professionisti seri sono dalla parte del cliente!

Vediamo perché.

I clienti di una banca, come è noto, possono richiedere agli Istituti di Credito tutte le informazioni sulla quantità, qualità, finalità e logica adottata al trattamento, in relazione ai propri dati, così come previsto dagli artt. 7, 8 e 10 D.Lgs. 196/2003.

Trattandosi in particolare di dati relativi ai rapporti bancari, i diritti degli interessati sono regolati e garantiti anche dall’articolo 119 comma 4 TUB: i clienti possono ottenere a proprie spese entro congruo termine e comunque non oltre 90 giorni dalla richiesta, copia della documentazione relativa ad una o più operazioni effettuate dalla banca. Oltretutto, il diritto all’acquisizione della documentazione relativa al rapporto bancario, trova fondamento nel principio di buona fede, che è clausola generale di interpretazione e di esecuzione del contratto e fonte di integrazione della regolamentazione negoziale, ai sensi degli artt. 1366, 1375, 1374 c.c. e dall’obbligo di solidarietà (principio costituzionalizzato, art. 2 Costituzione), che è accessorio ad ogni prestazione dedotta in negozio e consente alle parti di conseguire ogni utilità programmata, anche oltre quelle riferibili alle prestazioni convenute, comportando esso stesso l’esecuzione di una prestazione cui ognuno è tenuto, in quanto imposta direttamente dalla legge (art. 1374 c.c.).

Cosa intendiamo per “proprie spese” e “termine congruo”.


In un momento di profonda crisi economica pretendere da un cliente anche 10 euro per singolo estratto conto (!) significa adottare un comportamento estorsivo ed usuraio.

Pertanto vi invitiamo a negoziare il prezzo di una fotocopia e se proprio vi accorgete che tale determinazione (da parte della banca) a sostenere un “prezzo fisso” è irremovibile, azionate l’ormai famoso microregistratore (disponibile anche in qualsiasi telefono mobile), registrate tutta la conversazione e … correte da me!

Per quanto riguarda invece l’interpretazione del termine congruo (e comunque non superiore a 90 giorni) al quale fa riferimento l’art. 119 TUB non va però confuso con il termine entro il quale i titolari del trattamento dei dati personali devono fornire riscontro alla richiesta da parte degli interessati, ai sensi degli artt. 7, 8 e 146 D.lgs. 196/2003.

Con la pronuncia 2 agosto 2013, n. 18555 la Cassazione ha infatti confermato che il riscontro alla richiesta dell’interessato ai sensi dell’art. 7, Legge privacy deve essere fornito con la massima tempestività. Nel caso trattato dalla S.C., il soggetto aveva inoltrato nell’ottobre 2006 un’istanza di accesso ai propri dati personali temendo di essere stato segnalato alla Centrale Rischi della Banca d’Italia; non ricevendo riscontro, aveva chiesto al Tribunale di Milano nel gennaio 2007 (con il rito al tempo previsto dall’art. 152 Legge privacy) che fosse ordinato alle banche di dare immediato riscontro alle proprie istanze.

Con la pronuncia esaminata, la Corte, richiamando un recente precedente della stessa 1′ sezione (sent. 349/2013) ha confermato che la richiesta di accesso ai propri dati personali deve essere soddisfatta “senza ritardo” da parte del soggetto destinatario, titolare del trattamento, quindi un congruo “spatium deliberandi” il termine di 15 giorni, previsto dall’art. 146, Legge Privacy con riguardo l’interpello preventivo da parte del Garante, ma evidentemente non limitato a quell’ipotesi.

La Cassazione ha inoltre precisato che in caso di interpello da parte dell’interessato, il titolare non può limitarsi a dare una mera conferma dell’esistenza dei dati, ma deve estrarli dai documenti in proprio possesso ponendoli a disposizione dell’interessato. Con tale precisazione, la Corte consente di ritenere che il termine di 15 giorni sia congruo anche per la consegna della documentazione bancaria, contenente le informazioni che l’interessato richiede: il che a sua volta consentirebbe un’interpretazione diversa, e più restrittiva, dell’Intervallo temporale indicato dall’articolo 119 TUB.

Ora che sappiamo come la legge regola questa procedura non ci resta che affidarci a chi (consulenti e professionisti) sappia gestire i “tempi” e le “motivazioni ” da dichiarare per effettuare tali richieste.

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