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Impresa familiare e reati contro il patrimonio


Articolo di Vincenzo Imperatore per  "Il Roma"


Mi sono trovato spesso a gestire, da consulente, le dinamiche di riassetto organizzativo delle imprese a gestione familiare e qualche volta mi sono imbattuto anche in casi di ammanchi di cassa e sottrazione indebita di sostanze patrimoniali.
In altri termini ci si accorgeva che qualcuno era scappato con la cassa!
In Italia esistono circa 2,5 milioni di microimprese costituite sotto forma di impresa individuali (o ditta individuale) che impiegano circa 10 milioni di addetti. Si tratta sostanzialmente di imprese familiari disciplinate dall’art. 230 bis c.c., introdotto con la L. 151/1975 (Riforma del diritto di famiglia), che l definisce come l’organizzazione in cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo. Una azienda difficile da gestire, forse tra le più difficili, laddove si intrecciano le dinamiche dei sentimenti con lo sviluppo del business soprattutto in determinati momenti della vita dell’azienda come la individuazione della leadership e il il ricambio generazionale che rappresentano le principali cause di morte di quel tipo di imprenditoria.
Ne abbiamo parlato giovedì 21 Giugno, al convegno “Impresa familiare: un collegamento tra Generazione, Impresa & Territorio” , un progetto interessante dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” che mi ha entusiasmato dalle prime battute per la qualità degli interventi, poco accademici e molto orientati alla individuazione delle soluzioni.
Sono stato sensibilmente e professionalmente coinvolto nel dibattito proposto dall’Avv. penalista del foro di Napoli Rocco Curcio sul tema della non punibilità dei reati contro il patrimonio commessi nell’ambito della impresa familiare. In particolare ci siamo soffermati sul dispositivo dell’art. 649 c.p che stabilisce che qualsiasi danno patrimoniale prodotto in danno di un parente nell’ambito dell’impresa familiare non è punibile!
E’ escluso solo il danno derivante da rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione e comunque ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.
Per il resto, anche la cd. Appropriazione indebita, contemplata nel dettaglio dall’articolo 646 il quale punisce “chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso“, non ha rilevanza penale.
Pertanto se un familiare scappa con la cassa dell’azienda non e’ punibile penalmente. Scioccante !
Un vuoto legislativo che merita una riflessione.
Cari imprenditori, non è forse il caso di tener ben presente tale tematica nella gestione delle imprese familiari laddove solitamente si tende ad apprestare una tutela minima ai rapporti di lavoro che si svolgono in ambito familiare?
Per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema – relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire ‘naturalmente’ e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli – il risveglio potrebbe essere dei più amari.
Ecco l’esigenza di impostare strumenti di vincolo e di ottimizzazione come il «patto legale della famiglia» che garantisca il ricambio generazionale e la continuità d’impresa anche attraverso la tutela del patrimonio.
La finalità è quella di assicurare, fissando regole precise, continuità nella gestione delle imprese, attraverso: l’individuazione di uno o più discendenti – figli, nipoti – dell’imprenditore ritenuti idonei alla gestione; il trasferimento a esso dell’azienda o delle partecipazioni (quando l’impresa è svolta attraverso una struttura societaria); la liquidazione dei diritti economici dei legittimari ai quali non viene assegnata l’azienda o non vengono date le partecipazioni. E non ultimo anche le garanzie eventualmente da ritirare per far fronte a tale ipotetico, ma non improbabile, evento.

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