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Il marcio del sistema creditizio visto da un banchiere

Mancanza di onestà. Incapacità sui Non performing loan. Criticità nascoste nei bilanci per "truffare" risparmiatori e imprese. Il presidente di Banca popolare etica Biggeri svela ciò che non funziona.


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore su "Lettera43" 

Non siamo ai livelli dell'inchiesta di Fanpage.it, ma le parole di Ugo Biggeri, presidente di Banca popolare etica, nella seconda puntata di questa lunga intervista realizzata per il libro Sacco Bancario (Chiarelettere), sono altrettanto dirompenti e confermano le analisi effettuate in questi anni dalla nostra rubrica. Finanziamenti agli amici degli amici, i criteri di valutazione dei prestiti, la mancanza di rigore morale dei banchieri, la gestione “allegra” dei Non performing loan (Npl, crediti deteriorati) e tanto altro ancora. Leggete attentamente: parla un banchiere.

DOMANDA. Come è il suo rapporto con gli analisti dei crediti? Le è mai capitato di trovarsi in disaccordo con i suoi collaboratori che propongono i finanziamenti alle aziende? Ha mai dovuto dire dei «no» o, al contrario, ha mai detto un «sì» non condiviso dai suoi collaboratori?
RISPOSTA. Al di là del mio metro di giudizio e di quello dei miei collaboratori, Banca Etica privilegia, da sempre, una valutazione obiettiva e “diversa” dell’azienda o del cliente. Quando dobbiamo decidere se finanziare o no l’attività di un’impresa, non guardiamo solo l’aspetto dell’affidabilità (la salute dei conti, il business plan, i debiti e i punti di forza), ma facciamo anche una valutazione di tipo sociale e ambientale. Che può rivelarsi decisiva. Se non raccogliamo dati sufficienti per la valutazione socio-ambientale, rimandiamo indietro la pratica, in attesa di approfondimenti.

D. Valutazione socio-ambientale? Cosa significa?
R. Teniamo conto di vari fattori. Se dobbiamo finanziare un’impresa, ci chiediamo: è in regola con il versamento dei contributi ai suoi dipendenti? Com’è reputata nel territorio in cui opera? Ha una governance sana, con ragionevoli ricambi al vertice? Pone attenzione al ciclo ambientale ed energetico? Che impatto sociale ha? Aspetti che le banche, solitamente, non prendono neppure considerazione. Per noi, invece, è un passaggio così rilevante che l’abbiamo inserito nel regolamento del credito (con l’avallo della vigilanza).
D. E cosa cambia se a fare quella valutazione socio-ambientale sono sempre gli stessi analisti della banca? Se voglio dare i soldi agli “amici degli amici” faccio diventare virtuosa (dal punto di vista socio-ambientale) anche la Parmalat?
R. Ecco la differenza! Questo processo viene messo in pratica grazie all’ausilio di nostri soci volontari, adeguatamente formati: i «valutatori sociali». Soggetti per definizione terzi (di solito soci della banca) rispetto agli operativi, che ci mettono la faccia e che sono in sintonia con la mission di Banca Etica. Un socio, non dipendente e senza alcun incentivo al riguardo, ha interesse (dividendi e valore dell’azione) affinché la banca non produca perdite.

D. Ci aiuti a capire cosa c’è di marcio, in Italia, nel sistema bancario. Lei, dal suo punto privilegiato di osservazione, cosa vede?
R. Manca un po’ di onestà. In senso materiale, ma anche intellettuale. E ho l’impressione che non ci sia sufficiente contrasto alle pratiche scorrette. Una banca, se vuole fare davvero la banca, deve occuparsi, in fondo, di una cosa molto semplice: ricevere il denaro dai risparmiatori e prestarlo a chi ne ha bisogno, facendo attenzione a gestire tutti i rischi connessi. Nel momento in cui, nella concessione di un finanziamento, si “fissa” sul tema delle garanzie dei creditori, sta già stravolgendo il suo mercato. Se ritiene di poter scaricare su altri costi il prezzo di operazioni poco oculate, tradisce la sua missione.
D. Perché?
R. La superficialità con cui a volte vengono erogati dei crediti a me fa pensare che, dietro, non ci siano solo incapacità e cattiva gestione. Fare banca non è un’attività economica «libera»: ci sono procedure da seguire, parametri da rispettare, politiche di gestione del rischio da esplicitare, sistemi di controllo stringenti. Non si può dire «non sapevo», «non capivo», «non ho approfondito», come invece sentiamo dire quando scoppia uno scandalo o si verifica un crac.
D. Eppure succede.
R. E le responsabilità sfuggono, scivolano via tra le dita anche di fronte ai casi più clamorosi finiti nei mesi scorsi sulle prime pagine di tutti i giornali: il piano di risanamento di Monte dei Paschi di Siena, e la costituzione di una bad bank che ne gestisca le sofferenze, così come la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, potrebbero costare molto all’Italia. Si parla, addirittura, dell’aumento di un punto percentuale del debito pubblico. Non è già abbastanza grave perché qualcuno paghi sul serio i suoi errori?
D. Una volontà superiore?
R. Non esiste più, purtroppo, una divisione netta tra banche commerciali (che fanno prestiti e li gestiscono fino alla loro scadenza) e banche d’affari (che, per esempio, possono vendere pezzi di attività finanziarie). Per capirci, i prestiti che ha erogato una banca, si possono collocare in un veicolo finanziario e poi venderne, attraverso la cartolarizzazione, delle quote ad altre banche o addirittura a fondi di investimento.Non ci vuole, anche qui, un investigatore particolarmente sagace per capire che, così facendo, la banca è consapevole, fin dall’inizio dell’erogazione del credito, di poterlo rivendere in un secondo momento, alienando pure il rischio connesso. In questo caso, la tentazione di valutare quel rischio in maniera più blanda del normale può farsi irresistibile. Il mondo se ne è accorto con la crisi dei subprime che ha portato al fallimento di Lehman Brothers.

D. Ci sta dicendo quindi che dietro il problema dei crediti deteriorati c’è la consapevolezza delle banche?
R. È il tremendo male oscuro di cui si sono affette le banche italiane. In determinate situazioni, ci sarà pure del vero, non lo metto in dubbio: per cause di forza maggiore, crisi, errori di valutazione, sfortuna, concorrenza imprevista, i crediti si rivelano irrecuperabili. Ma nessuno può togliermi dalla testa che siamo comunque di fronte a uno dei meccanismi più facili per fregare soldi e truffare i risparmiatori.
D. In che senso?
R. Bisogna ricordare che i bilanci delle banche hanno un sacco di "poste", all’interno delle quali, con piccoli trucchi contabili, si possono nascondere comportamenti dolosi. Penso, in particolare, agli ammortamenti, che vengono calcolati in bilancio sui cosiddetti «crediti deteriorati».
D. Cioè?
R. Per capirci meglio: la banca sa che un suo credito va male e quindi lo accantona a bilancio per la parte che pensa di poter recuperare, il 40%, il 60%, a seconda dei casi (in termini tecnici si chiama percentuale di «dubbio esito»). Con questa procedura diminuisce subito gli utili senza attendere l’esito finale del credito, d’accordo, ma perlomeno può dimostrare di avere i conti a posto, di osservare una gestione corretta e trasparente. Se non lo fa, è consapevole di voler "truffare" risparmiatori e imprese: i suoi conti appaiono buoni, ma solo perché le criticità sono state nascoste.
D. Ma il falso in bilancio non è un reato?
R. Innanzitutto teniamo presente che è gravissimo che per 14 anni in Italia siano stati depenalizzati i reati di falso in bilancio e di false comunicazioni sociali. Dal "colpo di spugna" del governo Berlusconi nel 2002 si è giunti solo poco tempo fa, nel 2015, con il governo Renzi, alla loro ridefinzione e punibilità. Ma si è dovuto lo stesso attendere il pronunciamento della Corte di Cassazione nel 2016, che ha fatto chiarezza su un punto decisivo.

D. Quale?
R. Se da un lato il bilancio è composto di aspetti "valutativi", in sé opinabili, riconducibili a un’errata valutazione non sanzionabile perché senza dolo dimostrabile, dall’altro il reato c’è eccome se le valutazioni, nel loro complesso, falsano gravemente il bilancio e le comunicazioni sociali. Ciononostante, le armi per contrastare questi fenomeni – che inquinano il sistema bancario, il mercato e comportano gravi conseguenze per investitori e risparmiatori – sono spuntate o inefficaci. Proprio sulle responsabilità connesse alla redazione dei bilanci servirebbe un intervento più incisivo. O almeno la possibilità, come avviene negli Usa con la Securities and Exchange Commission (Sec), la Consob americana, di comminare multe severe ai trasgressori.
D. Ritorniamo alla questione dei “crediti deteriorati”. Le banche hanno perduto la competenza per valutare la possibilità di recupero dei loro crediti. Non c’è la relativa cultura professionale e relazionale. Lei cosa pensa al riguardo?
R. La questione dei crediti non performanti, ossia finanziamenti che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti ai creditori, chiama in causa i banchieri. Per risolvere il problema alla radice serve tutta l’abilità e la professionalità di chi ha scelto di fare questo mestiere. Non basta pensare solo alle garanzie, a quanto il cliente è sicuro. Assieme a una gestione che deve essere orientata a criteri di prudenza, bisogna anche instaurare un rapporto più stretto con il cliente, soprattutto nella fase del recupero, perché quando le cose si mettono male diventa tutto più complicato e i costi possono diventare pesanti.
D. Proposte?
R. Anche se il quadro normativo imposto dalla vigilanza in materia di gestione del credito è piuttosto rigido, ci si può armare di pazienza, si può studiare con attenzione caso per caso, e cercare una soluzione, affinché i soldi prestati rientrino nelle casse della banca. Non serve un atteggiamento intimidatorio con il cliente «insolvente». Bisogna, invece, aprire un dialogo. Perché la «sofferenza», lo sappiamo, non è solo della banca ma anche, se non soprattutto, del cliente. Se si è comportato onestamente, il primo a soffrire è proprio lui. Se poi la situazione si rivela irrecuperabile, la banca ha il compito di tutelare se stessa e i suoi risparmiatori.

Leggi la prima puntata dell'intervista.


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