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I profani decidono l'andamento delle borse

Gli esperti credono di avere maggior potere. Ma non è così. E questo le banche lo sanno


Articolo a cura di Vincenzo Imperatore per People For Planet

Si chiama errore fondamentale di attribuzione (o errore di corrispondenza) e si riferisce al vizio sistematico di attribuire, se si tratta di un successo, le cause di un comportamento umano alla personalità del singolo piuttosto che alle condizioni esterne che, invece, vengono individuate sempre come cause di eventuali insuccessi.
E’ una delle lezioni basiche dei corsi di psicologia economica cui vengono sottoposti manager e consulenti bancari per gestire uno delle situazioni più frequenti nei rapporti banca-cliente (risparmiatore).
Una semplice asimmetria per effetto della quale quando le cose vanno bene i consulenti finanziari si auto-attribuiscono il merito, cioè lo imputano alle loro doti, abilità, attributi, per lo più permanenti. Quando invece vanno male la colpa è degli altri, degli eventi esterni, di fattori imprevedibili e al di fuori del loro controllo.
Questa capacità di trovare capri espiatori li rende ‘onnipotenti’ e più sicuri, il che finisce poi effettivamente per far percepire agli altri le cose in maniera meno indolore. E’ sempre facile addossare la responsabilità dello scoppio della inevitabile ciclica bolla all’impersonale mercato.

Ma le cose stanno veramente così? Di chi è il merito?
Una interessante ricerca del gruppo dello psicologo Borges ci permette di sollevare qualche dubbio.
I ricercatori hanno cominciato a domandare ad un gruppo di circa 500 profani intervistato, i nomi delle società che riconoscevano su una lista con circa 800 titoli. Partendo dalle loro risposte sono stati costruiti dei portafogli in base alle società più conosciute dal gruppo degli intervistati.
Ebbene dopo sei mesi, di fronte alle ottime performance di quei portafogli, i ricercatori hanno verificato che i gestori dei fondi avrebbero spiegato con le loro doti e capacità di scelta il risultato.
Mai avrebbero sospettato che il sapere ingenuo dei profani, basato su una semplice strategia di riconoscimento che nulla ha a che fare con le caratteristiche tecniche delle società quotate (che dovrebbero quindi conoscere gli esperti), avrebbe fatto altrettanto bene dei loro saperi prpfessionali.
Come è stato possibile? La spiegazione e’ data appunto dall’errore fondamentale dell’attribuzione. I profani, utilizzando la strategia del riconoscimento, fanno meglio dei gestori dei fondi perché, come in un concorso di bellezza, quel che è cruciale è la capacità di anticipare i gusti altrui.

Cosa fa il profano che decide di entrare in Borsa? Sceglie i titoli non certo alla luce di conoscenze analitiche dell’andamento economico delle singole società, ma – sulla base delle sue modeste conoscenze – i titoli a lui più noti.
Questa notorietà è appunto misurata dal tasso di riconoscimento. In altri termini chi usa, esperto o inesperto che sia, l’euristica del riconoscimento (compro un nome, non un prodotto) si adeguerà così a quello che fa la maggioranza degli investitori in un mercato in periodi di forte crescita e avrà successo. Insomma il mercato è guidato dai profani che vi entrano entusiasti. Il problema è però che siamo di fronte non a previsioni ma a profezie auto-avverantisi.
Per cui se il criterio adottato dalla maggioranza dei profani è semplicemente la notorietà del titolo, questa strategia tende a venire utilizzata dagli stessi anche quando le cose poi non vanno bene.
Infatti quando decidono, per prudenza o per paura del futuro, di alleggerire il portafoglio venderanno i titoli su cui hanno guadagnato e si terranno i titoli su cui perdono, indipendentemente dalle conoscenze analitiche sull’andamento delle corrispondenti società.

Quindi il complesso delle scelte degli investitori esperti e razionali finisce, molto spesso, per pesare di meno sul mercato di quelle effettuate dai profani che confondono le acque. Tutto questo le banche lo sanno.
Se si confrontano infatti le performance dei gestori dei fondi con gli indici di riferimento (benchmark), si ha l’amara sorpresa che sui tempi lunghi la media dei fondi non fa meglio degli indici.
Si creano così le condizioni per l’effetto disposizione di cui parleremo nella prossima puntata.

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