Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su LinkedIn

Gli aumenti di capitale? Occhio alla trappola

Le piccole banche spingono ad acquistare azioni. Che poi diventano invendibili. (Tratto da Lettera43)

Gli aumenti di capitale? Occhio alla trappola
Attenzione, cari lettori.
Si avvicina il momento di tenere gli occhi ancora più aperti: quello degli inevitabili aumenti di capitale che le banche italiane devono necessariamente deliberare e attuare.
Si tratta di un incremento del capitale di una società attraverso l'emissione di nuove azioni (oppure, ma non è questo il caso, attraverso un aumento del valore nominale delle azioni in circolazione) disposto per trovare la liquidità necessaria per effettuare un investimento oppure per ripianare perdite pregresse.
Così come riportato da Il Sole 24 ore infatti nel gennaio 2015 da Francoforte (sede della Banca centrale europea) è giunta a tutte le banche una lettera in inglese.
COEFFICIENTE PER OGNUNO. L'oggetto è il Draft (quindi è ancora una bozza) capital decision, il cui messaggio sostanzialmente riporta che «sulla base della situazione finanziaria e dei profili di rischio, e prendendo in considerazione i risultati della Supervisory Review e del processo valutativo», la Bce ha deciso di attribuire a ogni singola banca un suo coefficiente patrimoniale minimo da rispettare se vuole continuare a 'fare banca'.
In pratica viene spiegato con quali risorse “primarie” la banca può garantire i prestiti che effettua alla clientela e i rischi che possono derivare da sofferenze, incagli e altri crediti deteriorati.
I SOLDI? DEI RISPARMIATORI. Ma perché deve garantire i prestiti che effettua alla clientela?
Perché quei prestiti vengono fatti con i soldi dei risparmiatori.
Quindi, ora lo capiamo, gli accordi di Basilea (1, 2 e 3) sono stati stipulati per salvaguardare il popolo dei risparmiatori che depositano i loro soldi in banca.
Pertanto se domattina quei risparmiatori si presentano allo sportello chiedendo i loro soldi e la banca, avendoli dati in prestito a famiglie-imprese che per effetto della crisi non possono restituirli, non dispone di un patrimonio proprio almeno sufficiente a garantire un minimo di rimborso... succede ciò che le immagini televisive ci ricordano accadde a Cipro e in Grecia.
Saracinesche delle banche abbassate e file chilometriche di risparmiatori inferociti che non potevano più disporre dei loro averi.

Nessuno avvisa azionisti e risparmiatori dei cambiamenti

Le regole di Basilea 2 sono state introdotte dal 2010.
E in Italia?
Per quasi tutte le banche tricolori questo patrimonio minimo è di gran lunga più alto di quello previsto dagli accordi “Basilea 3”, i quali stabiliscono un floor, o soglia minima, del 7%, indistintamente per tutte le banche del sistema Europa.
Ma queste comunicazioni sono arrivate con una rigida consegna del silenzio.
Infatti nessuno ne parla più. Soprattutto in banca.
SOGLIE AUMENTATE. Nessuno avvisa gli azionisti di alcune banche e comunque il popolo dei risparmiatori che, per le 15 banche italiane vigilate dalla Bce (perché non hanno superato gli stress test), la soglia è salita di oltre tre punti di percentuale. Quell'aumento, di circa il 50%, ha portato il nuovo floor medio al 10,5.
Con punte drammatiche come quella del Monte dei Paschi di Siena, il cui nuovo floor è del 14%.
A queste banche il motivo dell'irrigidimento è spiegato senza mezze parole: «Le strategie e i meccanismi adottati dall'istituto e i suoi fondi non garantiscono una copertura completa dei rischi».
PRECAUZIONE D'OBBLIGO. E siccome tra poco partirà l'aumento di capitale di 3 miliardi di euro di Mps (per restituire il capitale preso a prestito con i Monti-Bond), qualche consiglio 'precauzionale' è d'obbligo.
Consigli che nascono dalla personale esperienza (ne ho vissuti e gestiti ben tre di aum/www.inmindconsulting.eu/public/files/cambiamento-290x190.jpg" width="290" height="190" alt="" />
Difficile scegliere da dove ripartire dopo il periodo di pausa estiva che è servito a recuperare energie e freschezza a molti di noi, ma purtroppo non per vedere cambiare la rotta della nave Italia, sempre più in ritardo sulla strada della ripresa europea e internazionale (vedi le previsioni dell'altro giorno dell’OECD) e sempre più ripiegata su problemi e battaglie di retroguardia (IMU, prima casa, seconda casa, Berlusconi e le sue pendenze giudiziarie) che non affrontano i veri snodi per liberare le forze della ripresa.



Lo spunto per riprendere i temi della finanza per le imprese -ma forse più in generale i temi del futuro dell’Italia- ci è stato fornito ieri sera da un ‘twit’ di Anna Maya Pitetti @porfirogenita che mi è sembrato molto lucido nella sua concisione.


Botta e risposta con l’editorialista del Sole24Ore Guido Gentili sul tema della ‘conservazione’, la sintesi perfetta dell’Italia, un paese che non solo non sa cambiare marcia, ma probabilmente NON VUOLE cambiare perché chiunque ha ottenuto posizioni di privilegio di qualsiasi genere, nel settore pubblico o in quello privato, non ha alcuna intenzione di metterle a rischio in alcun modo e quindi boicotta, grazie al potere che detiene, qualsiasi iniziativa di reale radicale cambiamento, che serve al Paese ma non agli interessi particolari.
Il concetto di conservazione si applica a tutto: conservazione nel modo con cui la politica difende il proprio giardino nazionale o locale, conservazione nel modo con cui molte imprese e imprenditori gestiscono la crisi rimandando decisioni difficili o dolorose, conservazione nel modo con cui i vertici di molte banche stanno affrontando i molti snodi della crisi del proprio settore. Senza andare troppo lontano basta osservare quanto sta accadendo sul fronte bancario dove l’emersione recente di crisi di grande dimensione a Jesi -Banca Marche com’era prevedibile alla fine è stata commissariata da Banca d’Italia- e a Genova dove CARIGE sta vivendo analogamente momenti di grande difficoltà. Entrambe le banche mostrano i segni evidenti di una gestione non solo scontata e immobilista, ma in alcuni casi predisposta ad alimentare un ciclo vizioso di privilegi erogati attraverso il credito concesso ad amici per varie convenienze, che ora (purtroppo sempre ex-post) stanno sfociando in indagini da parte della magistratura, recriminazioni tra azionisti che non hanno esercitato la funzione di controllo come avrebbero potuto e dovuto, o azioni di responsabilità verso i vertici sostituiti sempre troppo tardi.
Su questo tema delle crisi bancarie è utile anche leggere quanto scritto ieri da Camilla Conti su LINKIESTA sul metodo con cui l’establishment italiano sta gestendo proprio le crisi bancarie (“Chiamano sempre loro, i grandi vecchi della finanza“)
" L’ultimo richiamato dalla “panchina” degli old banker è stato Rainer Masera, settantenne ex ministro e direttore del Servizio Studi della Banca d’Italia, per dieci anni direttore generale di Imi e per altri tre, successivamente alla fusione, amministratore delegato del Sanpaolo. E’ lui, dallo scorso 9 luglio, il nuovo presidente di Banca Marche che ha il difficile compito di traghettare l’istituto verso acque più tranquille: l’ultimo bilancio è stato chiuso con circa 520 milioni di perdite e entro settembre servono 300 milioni per evitare il tracollo. Come per Mps il gruppo marchigiano è stato oggetto di ripetute verifiche da parte di Banca d’Italia che ora ha commissariato l’istituto dopo averlo messo sotto tutela con un uomo di fiducia."

Ma non c’è solo Masera fra i banchieri “riservisti” cui il sistema si rivolge quando scatta un nuovo allarme rosso. Altri nomi? Divo Gronchi, 74 anni, quarantadue dei quali passati nel gruppo Mps, dalla Banca Toscana fino alla direzione generale del Monte, è stato anche due volte amministratore delegato della Popolare di Vicenza e dal 2005 al 2007 al vertice della Popolare Italiana nell’immediato “post Fiorani” mentre da fine 2011 è al timone della Cassa di San Miniato. Gronchi era già stato candidato un anno fa a tornare a Siena come presidente-garante del “nuovo Mps”, di cui era stato direttore generale. [...] certe nomine sono il sintomo di altri problemi. Non solo di una logica gerontocratica e di relazione. Ma anche dell’anomalìa tutta italiana di affidarsi al sistema che cura se stesso e non a professionisti della crisi, a dei tecnici che di lavoro fanno i ristrutturatori. Salvano banche e aziende sull’orlo del default insomma. I cosiddetti “chief restructuring officer” che spesso fanno capo a

ShareBox@FB


Newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per tutte le ultime info e news aggiornate....


Partners

Andrea BertiniTeamFourCentro Commerciale Vomero ArenellaBanca EticaNuove Frontiere LavoroUnimecatorumConfimpreseZululabSOS Impresa SalernoReal TimeAngaisaApcoBW ConsulenzaBridge CapitalLettera 43Re-InnovaOrientatoriSuor Orsola BenincasaMoney FarmContas

 

InMind Consulting S.r.l. - P.IVA 07414621214
Piazza G. Bovio 22, Napoli - Tel./Fax 081.19806273
web: www.inmindconsulting.eu