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Giovanni Tria e le contraddizioni sulle tasse

Neokeynesiano di formazione, il ministro dell'Economia propone però un modello di imposizione fiscale spostata sui consumi. Una mossa utile a raffreddare lo spread e a calmare i mercati. Prima di giudicarlo, diamogli tempo.



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore


Fare il professore di Economia, sebbene esimio, è cosa ben diversa dal fare il ministro dell’Economia. Se ne sta accorgendo Giovanni Tria che durante l’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato per illustrare le linee guida del suo mandato ha manifestato qualche incoerenza rispetto al suo pensiero economico, spesso esplicitato quando era ancora un semplice professore.

Il professor Tria forse deve ancora assumere consapevolezza del fatto che è sicuramente il ministro più ascoltato e influente della Repubblica italiana soprattutto da quando, nel 2001, il relativo dicastero è stato istituito a seguito dell'accorpamento del ministero delle Finanze e quello del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica. Influente perché «svolge le funzioni di indirizzo e di regia della politica economica e finanziaria complessiva dello Stato. In particolare, si occupa della programmazione della politica di bilancio e della progettazione e realizzazione degli interventi in materia di entrate e di spese dello Stato. Inoltre, gestisce il debito pubblico e le partecipazioni azionarie dello Stato». In altri termini gestisce il portafogli (inteso come oggetto-custodia del denaro) della compagine governativa e stabilisce come spendere quel denaro. Ascoltato (ma soprattutto ossequiato e trattato con deferenza) da tutti gli altri ministri perché senza gli stanziamenti di spesa decisi dal Mef i loro dicasteri si ridurrebbero a meri poltronifici.

Evitando quindi qualsiasi dietrologia che possa far gridare al complottismo, è il caso di capire bene quale è il pensiero economico di Giovanni Tria, piuttosto che correre dietro al suo passato da maoista (chi non lo è stato in quegli anni). Il ministro Tria, eccellente curriculum, come economista appartiene alla scuola di pensiero dei neokeynesiani. Si è infatti formato alla Columbia University di New York dove insegnava Edmund Phelps, premio Nobel nel 2006 e uno dei principali fondatori della scuola neokeynesiana.

Neokeynesiano o meno, lasciamo lavorare il mininstro Tria

Cosa significa? In economia esistono sostanzialmente due scuole di pensiero: quella liberista e quella keynesiana. Sebbene per molti versi la contrapposizione sia di frequente spiegata in maniera approssimativa, a ogni modo con il termine keynesiano si identifica chi è genericamente favorevole all’intervento diretto dello Stato nell’economia, mentre con il termine liberista si fa riferimento a chi è fondamentalmente ostile a qualsivoglia intervento pubblico nella sfera economica.

La scuola dei neokeynesiani, cui appartiene Tria, tra l'altro declinabile in una miriade di sfumature, rappresenta l’ala più ortodossa nelle scienze economiche e forse più coerente anche con il profilo politico conservatore e di destra del ministro. Sostiene infatti, come i keynesiani, che si può realizzare un equilibrio anche in presenza di disoccupazione perché, in sostanza, è impossibile ridurre gli stipendi in maniera infinita per far tornare competitive le imprese. E quindi, inevitabilemente, per stare sul mercato, occorre ridurre gli organici.

Ma, a differenza dei seguaci del padre della macroeconomia, i neokeynesiani asseriscono che, in un contesto di crescita limitata, la mancanza di investimenti privati può essere compensata (non sostituita completamente) da investimenti pubblici che, dando potere d’acquisto alle famiglie, stimolando il consumo, riaccendendo le prospettive di profitto delle imprese riportano la macchina dell’economia sulla giusta carreggiata. L’intervento dello Stato, quindi, non è una cura per l’economia “malata”, ma una precondizione per l’attività dei privati e, se vogliamo, una garanzia per le libertà collettive e individuali.

Potrebbe sembrare un elemento di incoerenza rispetto all’idea, poco popolare (se non reazionaria), più volte sostenuta dal ministro, di spostare l’imposizione fiscale, in un’Italia a bassissimi o nulli imponibili e ad amplissimi consumi, dalle imposte dirette (Irpef) a quelle indirette (Iva). Quella incoerenza che serve però a stabilizzare i mercati e lo spread. Ora lasciamolo lavorare. Tra qualche mese capiremo.

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