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Crac Deiulemar: che ruolo hanno avuto le banche che avrebbero dovuto controllare?

Sfuggono, si dimenticano o quantomeno si affrontano in maniera superficiale le colpe e delle banche conniventi che avevano (o avrebbero dovuto avere) gli strumenti, le prove e le professionalità per capire quanto stava avvenendo e denunciare.

Crac Deiulemar: che ruolo hanno avuto le banche che avrebbero dovuto controllare?

Articolo di Vincenzo Imperatore su Fanpage.it

"Il crac Deiulemar non è stato un fulmine a ciel sereno, una cosa improvvisa. A me giungevano sulla scrivania ordini e documenti da far firmare ai miei superiori. Era un continuo “Fai questo, fai quest’altro”. Molti di loro – i dirigenti della banca, intendo – sapevano benissimo cosa stava per accadere ed erano sicuramente al corrente delle manovre dei proprietari della compagnia di navigazione. Già nel settembre del 2011 avevo iniziato a scrivere e a lanciare segnali di allarme, perché ero preoccupato. Sta di fatto che i miei superiori hanno cominciato a escludermi dagli incontri più importanti. A scavalcarmi o evitarmi ogni qual volta si dovevano prendere decisioni di peso che favorivano le manovre rischiose dei soci Deiulemar, come per esempio in occasione del rinnovo di un fido a pochi giorni dal default. È rivelatrice una corrispondenza via posta elettronica datata 22 dicembre 2011 tra alcuni dirigenti, proprio nella fase in cui il crac stava per essere uffi- cializzato. Da quello scambio di informazioni tra manager apicali – coloro che siedono nelle “segrete stanze” –, si evince che l’analisi creditizia, che dovrebbe essere redatta da professionisti competenti ed esperti che “leggono” in anticipo certi rischi, era sommaria e volutamente parziale. Non basta. Risulta incentrata solo (senza considerare i dati aziendali) sulla forza delle disponibilità personali dei soci Deiulemar collocate in banca e presso una società fiduciaria controllata con sede in Lussemburgo, particolare che denota anche la consapevolezza di certi movimenti “poco chiari”. Questa corrispondenza si è svolta mentre io mi trovavo in vacanza. Pur occupandomi della Deiulemar, non sono stato messo in copia conoscenza nella mail".


Queste sono le parole di un un dipendente di una delle principali banche che hanno gestito gli affari della Deiulemar, a poche ore dalla sentenza della Corte di Appello che metterà la parola fine al processo di secondo grado che vede imputati i sei armatori accusati del crac multimilionario che ha impoverito circa 13.000 risparmiatori. Responsabilità ormai individuate e sanzionate quelle dei soci della Deiulemar. Ma non sono le sole. Sfuggono, si dimenticano o quantomeno si affrontano in maniera superficiale le colpe e delle banche conniventi che avevano (o avrebbero dovuto avere) gli strumenti, le prove e le professionalità per capire quanto stava avvenendo e denunciare. A tal riguardo la tempistica forse aiuta a capire ancora di più il fenomeno: nel novembre del 2011, solo un mese prima della mail di cui sopra in cui i vertici della banca autorizzano un’operazione poi rivelatasi ad alto rischio, nella piccola cittadina si sparge la voce che la Deiulemar navighi in pessime acque. All’inizio si tratta di sussurri, rumors privi di riscontri. "La compagnia ha venduto le sue navi ad altre società", "ormai è solo una scatola vuota" si diceva. Poi, tra il 17 e il 18 gennaio 2012, quindi solo venti giorni dopo la succitata lettera, i dubbi e le preoccupazioni diventano qualcosa di ben più grave: davanti ai cancelli della Deiulemar si ritrovano centinaia di cittadini infuriati. Fino a poco tempo prima credevano che i loro risparmi fossero in mani sicure. Adesso vogliono vederci chiaro. Come conseguenza della "sollevazione" popolare, la società è costretta a mettere i lucchetti alla sua sede legale. Vengono chiusi gli uffici. Partono le denunce e i ricorsi. La notizia giunge sui tavoli della Procura della Repubblica. Scatta un’indagine. E da lì tutto ciò che sappiamo e che nel maggio del 2012 porta i giudici del Tribunale di Torre Annunziata a dichiarare fallita la Deiulemar Compagnia di Navigazione Spa. Un epilogo inglorioso e drammatico, che apre una voragine di un miliardo di euro!

E le banche? Come abbiamo visto, stavano a guardare. Non solo ma addirittura si è arrivati al paradosso che le stesse banche risultassero iscritte al passivo dello stato fallimentare della Deiulemar per cui ora i risparmiatori truffati dovrebbero dividere con i banchieri ciò che, grazie al silenzio, è rimasto nelle tasche delle famiglie Lembo-Della Gatta-Juliano.
Se analizziamo tutti gli aspetti legati al crac Deiulemar, anche quelli meno immediati, dobbiamo ammettere che non ci sono da chiamare in causa solo le responsabilità della Consob e della Banca d’Italia. Nella gestione dei risparmi degli obbligazionisti Deiulemar, un ruolo centrale e determinante è stato svolto anche dagli istituti di credito, che hanno tratto profitti dalla gestione delle ingenti somme di denaro presenti sui conti correnti personali (il dettaglio è decisivo) di Michele Iuliano e degli altri membri della famiglia Deiulemar (Della Gatta e Lembo). Era, ad esempio, una prassi consolidata raccogliere e rimborsare i risparmi mediante il versamento o l’emissione di assegni e il ricevimento di bonifici, mentre il denaro contante veniva in parte versato sui conti, in parte trattenuto "in cassa".

"Le banche erano una sorta di ‘garanzia' agli occhi dei risparmiatori" racconta l’avvocato Colapietro, presidente del comitato dei creditori della Deiulemar "permettevano agli obbligazionisti di sottoscrivere e rinnovare i certificati obbligazionari irregolari mediante versamento di assegni bancari e circolari, nonché attraverso bonifici (in entrata) disposti da soggetti terzi, senza apparente nesso di causalità con il titolare del conto corrente; cosi come consentivano poi il rimborso del capitale sottoscritto e la liquidazione degli interessi in scadenza tramite il rilascio di carnet e l’emissione di assegni bancari e circolari, nonché mediante disposizioni di bonifici (in uscita) a favore di soggetti terzi, a cui Michele Iuliano e gli altri, all’apparenza, non risultavano legati da alcun rapporto di natura commerciale".

Il punto, quindi, è che tutte le operazioni, per il solo fatto di passare dalle banche, sembravano legittime mentre le obbligazioni venivano vendute al di fuori delle regolari procedure societarie. Quell’ingente massa di operazioni, sia in entrata sia in uscita, era legittima? Parliamo di somme importanti, non collegate ad alcuna attività del correntista se non per quella causale, vaga, indicata sui documenti: Deiulemar oppure sottoscrizione/ rinnovo di obbligazioni Deiulemar.

Ecco, tutti quei soldi, per legge, non dovevano affluire ai conti della società? Perché la normativa antiriciclaggio non è mai stata applicata? E ancora: vi sembra possibile che le tre famiglie dei proprietari portassero i soldi all’estero, cosi come confermato dalla mail, senza la collaborazione o il contributo di nessuno, magari con una ventiquattrore?

La curatela fallimentare ha trascinato in tribunale la Banca di Credito Popolare chiedendo 80 milioni di danni a nome e per conto di tutti i creditori per i mancati controlli da parte dei responsabili della bancarella sulle movimentazioni finanziarie del capitano Michele Iuliano. “All’epoca ricordo che i dirigenti dell’istituto di credito hanno cercato addirittura di comprarmi" confessa una fonte. "Io, purtroppo, ho commesso l’errore di non registrare le telefonate che ricevevo, per la banca assai compromettenti. Quando i guai e le contestazioni relative alla Deiulemar erano ormai venuti alla luce, i miei capi mi hanno detto: ‘Devi dire che la colpa è tua, devi accollarti tutte le responsabilità della banca in relazione ai rapporti con la Deiulemar, devi dire che sei stato tu a non fare le segnalazioni di operazioni sospette all’antiriciclaggio'". E continua "Io ho reagito nell’unico modo possibile, dicendo la verità, ossia che le segnalazioni previste dalla normativa non erano di mia competenza. E che se mi fossi assunto la responsabilità di quanto accaduto, avrei subito un processo penale. Loro, per tutta risposta, mi hanno detto: “Devi dire che tutto quello che hai fatto lo hai fatto a nostra insaputa. Noi ti stiamo invitando a trattare…”. Il messaggio era fin troppo chiaro: “Se non fai come diciamo noi, sarai licenziato”. Erano alla ricerca di un capro espiatorio, volevano salvarsi la pelle a mie spese".

La persona che ha riportato questa testimonianza dall’interno è stata licenziata. E sapete chi era, nel documento riservato di posta elettronica, il capo che, con un laconico "per me va bene", autorizza l’operazione a pochi giorni dal crac? Era, all’epoca dei fatti, uno dei massimi dirigenti della banca, oggi relegato in un "dimenticatoio" perché coinvolto in altre inchieste, ma non per la vicenda Deiulemar. Sarebbe indagato per truffa, appropriazione indebita e ricettazione. Certo, solo coincidenze.

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