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Commissione di massimo scoperto illegittima. Cosa pu? fare il correntista?

(Tratto da MoneyFarm blog)

Commissione di massimo scoperto illegittima. Cosa pu? fare il correntista?
Spesso mi fanno una domanda: ma cosa può fare la politica per arginare il potere del sistema bancario?

Risposta secca: nulla! Fin qui potremmo dire che siamo abituati!

Ma l’aspetto più drammatico non è l’immobilismo del sistema politico piuttosto la “dipendenza” assoluta dello stesso dalle banche. Soprattutto da quando è stata abolito il finanziamento pubblico ai partiti chi finanzia le campagne elettorali?

Volete un esempio macroscopico (ma che pochi hanno denunciato) del lobbismo bancario? La commissione di massimo scoperto.

La commissione di massimo scoperto.

Tutto comincia dunque con la Commissione di massimo scoperto (Cms), un onere ingiustificato che i correntisti (soprattutto affidati) hanno visto addebitarsi per molti anni nei contratti di conto corrente. Un corrispettivo da versare alla banca sulla cosiddetta «scopertura massima» (cioè la somma più alta usata da un correntista oltre le proprie reali disponibilità e nell’arco di un trimestre).

Ipotizziamo un correntista con uno scoperto di conto corrente (un fido) di 100.000 euro. È un piccolo imprenditore che, per effetto della dinamica versamenti-prelevamenti legati alla gestione ordinaria della sua attività, si ritrova sul suo conto questa situazione: il 20 gennaio un saldo negativo di 22.000 euro (ha cioè utilizzato 22.000 euro dei 100.000 messigli a disposizione dalla banca); il 18 febbraio il saldo è ancora negativo ma per la somma di 18.000 euro; la posizione al 27 marzo invece risulta pari a -20.000.

La Commissione di massimo scoperto era calcolata dall’istituto sulla punta più alta di scoperto che il cliente aveva registrato. Nel nostro esempio, con un’aliquota della Cms dello 0,5% trimestrale il correntista pagava 110 euro (lo 0,5% di 22.000). Se non aveva scoperti, naturalmente non pagava nulla

Negli anni tra il 2006 e il 2011 si è assistito a un vero e proprio braccio di ferro tra banche e consumatori sul tema della Commissione di massimo scoperto.

Il «sistema» voleva a tutti i costi difenderla. Ricordo benissimo le pressioni che i grandi capi degli istituti facevano in quel periodo sui rappresentanti del governo affinché non cedessero alle rimostranze delle associazioni dei consumatori. Ce lo raccontavano preoccupati durante le varie riunioni o convention.

Per quanto ingiustificata fosse, la commissione creava profitto e questo bastava e avanzava perché le banche si risentissero. In qualche modo, però, gli istituti si sono dovuti mettere il cuore in pace.

I giudici, fino al 2009, hanno ritenuto illegittime le clausole che prevedevano la commissione, perché questa andava ad aggiungersi in maniera subdola e illecita agli interessi passivi che il cliente pagava già sulle somme usate al di fuori delle sue reali disponibilità e perché l’importo da pagare a titolo di commissione era calcolato su un periodo, il trimestre, stabilito dagli stessi istituti in maniera del tutto arbitraria. «Mancanza di causa» e «indeterminatezza» sono i due termini tecnici che hanno contribuito a definire illegittima la commissione.

La Cms andava abolita: illegittima! Il provvedimento risale all’inizio del 2009.

E fin qui tutto bene.

Ma le banche non sono rimaste certo a guardare e in breve tempo i costi a carico del correntista si sono addirittura moltiplicati.

Il lavoro di lobbying sul parlamento ha portato a un «ritocco» della legislazione sulle commissioni bancarie. La legge numero 214 del 22 dicembre 2011, voluta dall’ex presidente del Consiglio Mario Monti, ha inserito nel Testo unico bancario l’articolo 117 bis, che introduce due nuove ed esclusive commissioni: una sulle linee di credito accordate e una sulle procedure di istruttoria degli affidamenti.

Nel secondo caso, in particolare, la Commissione di istruttoria veloce, la Civ, viene giustificata dal fatto che la banca, per «permettere» al correntista di sconfinare, svolge una serie di attività interne, dette «di istruttoria» (accesso alle banche dati, ricerche sul cliente eccetera). Queste procedure hanno un costo e il costo è naturalmente a carico del correntista. E si ricomincia da capo.

Due al posto di una.

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» Anche sul tema delle commissioni il potere bancario ha dato concretezza al celebre motto del principe di Salina ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Guardate cosa si sono inventati per far “digerire” la CIV … una farsa!

La Civ viene applicata sulla massima scopertura (rispetto al fido concesso, in caso di cliente affidato, o alla disponibilità di conto, per i clienti non affidati) del trimestre. E quindi fin qui nessuna differenza rispetto alla CMS!

Ma la CMS era stata dichiarata illegittima e allora … oplà!

Colpo di genio che a ben riflettere spesso fa arrabbiare ma talvolta, per la comicità della trovata, anche sorridere ! Perché per differenziarsi dalla CMS si sono inventati che la massima scopertura del trimestre deve essere superiore ai 500 euro e/o per una durata maggiore di sette giorni. Cioè quasi sempre! Questo almeno in linea di principio.

La nuova legge stabilisce infatti che l’ammontare della commissione non può essere superiore allo 0,5% a trimestre, calcolato sulla scopertura più alta realizzata nel trimestre stesso. Anche in questo caso, come succedeva con la Cms, se un’azienda non utilizza il fido nel trimestre, cioè non rimane mai «scoperta», non deve pagare nulla. O meglio, non dovrebbe.

Qui, infatti, arriva l’ennesima «fregatura». Con l’introduzione della «Disponibilità immediata fondi» (Dif), quest’ultima opportunità scompare. Se la stessa azienda utilizza o non utilizza il fido, deve comunque pagare una «provvigione di conto» dovuta alla disponibilità delle somme, anche se non utilizzate.

La provvigione di conto remunera la banca per il semplice fatto che questa tiene impegnata e a disposizione una certa quantità di denaro anche se non prelevata dal cliente. Un bel balzello che si aggiunge agli interessi convenzionali da pagare.

La provvigione può essere applicata nella misura massima dello 0,5% trimestrale (2% annuo) calcolato sull’importo del fido concesso, a prescindere, appunto, dall’utilizzo dello stesso. Cioè, l’azienda con affidamento di 100.000 euro per «scoperto di conto corrente» che abbiamo preso in considerazione prima come esempio, oggi paga una commissione di 550 euro a trimestre per il solo fatto che la banca ha messo a sua disposizione del denaro. Se poi va scoperta per soli otto giorni e/o di appena un euro oltre i 500 concessi, paga, oltre alla Dif, anche una Civ, che per legge non può essere superiore allo 0,5% a trimestre ma che in sostanza equivale a ulteriori 500 euro: 1050 euro totali a trimestre rispetto ai 110 dei tempi della Cms.

Una truffa in piena regola.

Ma cosa può fare il correntista?

Anzitutto, nel caso di contratti antecedenti alla data in cui è stata eliminata la Commissione di massimo scoperto, deve verificare che siano state adeguate le clausole che regolavano quest’ultima. Deve esserci ogni riferimento a Dif e Civ.

È importante controllare le comunicazioni inviate periodicamente dalla banca con cui la stessa deve aver informato il correntista di tale modifica contrattuale.

Dopodiché, per quanto riguarda questi due nuovi balzelli, sarebbe opportuno per il cliente, oltre a negoziarne la misura (le banche applicano di default lo 0,5%, ma sappiate che trattando si può scendere fino allo 0,2%), chiedere alla banca un fido coerente con le proprie esigenze, e non maggiore di quello che si prevede si possa utilizzare. Altrimenti pagherà una Dif alta, senza che ci sia l’effettivo bisogno di quell’importo di affidamento.

Non solo. Se il correntista accertasse l’applicazione di un bundling di commissioni (cioè di un «pacchetto»), potrebbe fare causa alla banca, così da ottenere la nullità della clausola contrattuale e la restituzione delle somme ingiustamente pagate (non tutte le banche, infatti, applicano la Civ, proprio perché, se accorpata con la Dif, con gli interessi e con altre spese, si sforerebbe la soglia del tasso di usura).

L’importante è che il correntista sia in possesso di tutta la documentazione necessaria per portare eventualmente la banca in tribunale. La documentazione è indispensabile per richiedere una consulenza tecnica preventiva a quella obbligatoria stabilita dal giudice.

Procuratevi pertanto (copia o originale) dei seguenti documenti:
 
  • contratto di conto corrente e apertura di credito
  • documento di sintesi allegato ai contratti che contiene le condizioni economiche relative all’operazione bancaria
  • tutti gli estratti di conto corrente (soprattutto gli scalari)
  • ogni comunicazione periodica inviata dalla banca con le eventuali modifiche unilaterali del contratto.

Quando avete tutto, dovete solo stare tranquilli perché la legge è dalla vostra parte se la perizia è fatta bene.

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