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Banche, le pressioni della politica si combattono coi bilanci a posto

Il presidente di Banca Etica Ugo Biggeri parla a Lettera43.it. Una intervista (in tre puntate) per conoscere nel profondo i mali inconfessabili della finanza.



Articolo a cura di Vincenzo Imperatore su Lettera43

Quando nel 2014 ho scritto Io so e ho le prove (Chiarelettere) in cui ho iniziato a svuotare il sacco, per la prima volta un insider raccontava dall’interno le regole di un sistema troppo opaco e misterioso, che ha consentito per anni arricchimenti facili e che oggi continua a sopravvivere. Soprattutto ho denunciato tutto quello che sapevo sulle banche. Ho detto tutto quello che avevo visto e vissuto direttamente, o che mi era stato riferito dalle persone che, subordinate gerarchicamente, si erano fidate di me. Ho consegnato alla pubblica opinione, e al giudizio di chi mi ha letto, tutto ciò che mi è stato possibile scoprire di questo mondo torbido e opaco, paludatissimo, cifrato, dal mio punto di osservazione. Un buon punto. Ma non certo il più alto. Però di tutto quello che succede lassù, in qualche luogo più privilegiato e “panoramico”, si sa ancora troppo poco. Poco sanno gli addetti ai lavori. Figurarsi, dunque, i piccoli risparmiatori e i correntisti. E io quel poco riuscivo solo a immaginarlo, percepirlo, captarlo. Quel “poco“ mi ha fatto venire voglia di trovare certezze e conferme. Ecco perché mi sono messo in cammino. E per il mio ultimo libro, Sacco Bancario (Chiarelettere), sono andato oltre, alla ricerca di ciò che non era mai stato raccontato e che forse mai più nessuno dirà.

UN MONDO TROPPO SPESSO OPACO.  Sono andato alla ricerca di chi ha lavorato e continua ad operare in “stanze“ che io non ho frequentato, di chi conosce meglio di chiunque altro certe vicende perché le ha viste e vissute in prima persona. Qualcuno che volesse confrontarsi e magari anche smentirmi. E ho incontrato Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, che mi ha aperto le porte della sua “stanza”. Me lo avevano descritto come una specie di marziano e in effetti, dopo aver ascoltato i suoi dettagli e aneddoti, posso senz’altro affermare di aver conosciuto un banchiere diverso dal solito (quindi onesto). È lui l’interlocutore che cercavo. Il banchiere che senza peli sulla lingua ci svela particolari che raccontano dall’interno un mondo, quello della finanza, troppo spesso misterioso e opaco. E a lui che rivolgo alcune domande legate alle tante storie raccontate in questi quattro anni anche su queste colonne. Una lunga intervista che su Lettera43.it tratteremo in tre puntate per conoscere i mali inconfessabili della finanza italiana. Le sue parole ci servono a capire che forse l’omertà non è solo una prerogativa delle organizzazioni criminali.

DOMANDA. Nella sua carriera ha mai subito pressioni o interferenze? Le è mai capitato, per esempio, che un senatore le raccomandasse un’azienda per farle ottenere un finanziamento o che un deputato le facesse il nome di un giovane da assumere?
RISPOSTA. Non mi è capitato di avere pressioni da senatori e deputati. Qualche richiesta da parte di altre persone mi è arrivata, ma è stato relativamente facile rispedirla al mittente chiedendogli di utilizzare i canali ufficiali per fare proposte. Credo che il nostro nome e la nostra missione incutano un certo rispetto. Non siamo mai stato oggetto di grandi pressioni o interferenze.

D. E non ha mai pensato che un certo rapporto con la politica potesse essere «conveniente»?
R. Noi abbiamo una gestione improntata alla trasparenza: i finanziamenti che eroghiamo a imprese e organizzazioni sono pubblici sul nostro sito web e i soci partecipano attivamente allo sviluppo della banca. Vale a dire che se anche qualcuno riuscisse nell’intento di ricevere un favore da Banca Etica questo diventerebbe un fatto pubblico in poco tempo. La trasparenza è garanzia di buona gestione della banca e un deterrente per chi volesse entrarvi in relazione per ottenere dei vantaggi. E poi non abbiamo bisogno di appoggi perché non dobbiamo chiedere nulla a nessuno.

D. In che senso?

R. Banca Etica è nata e cresce come istituto indipendente e ad azionariato diffuso, e a questo abbiamo saputo unire una gestione capace di ottenere risultati positivi, che ci permettono ogni anno di dimostrare che non abbiamo bisogno di scendere a patti o di fare affari con la politica o con grandi gruppi finanziari. In questo modo è facile indirizzare le persone in modo corretto e assumere atteggiamenti coerenti.

D. Ha mai avuto dubbi sul comportamento e sull’etica dei suoi colleghi del consiglio d’amministrazione?
R. Il Consiglio di amministrazione di Banca Etica è un mondo a sé. Nei Cda delle banche di solito valgono logiche di interesse, a volte di potere: se do questo a te, tu dai questo a me, una volta che è passato il dossier che mi interessa, torno a giocare col cellulare e a fare “gli affari miei”. In Banca Etica vale l’opposto: tutti partecipano in modo appassionato alla discussione, anche su aspetti che non hanno alcun rilievo “di business”, che si tratti del flusso dei migranti o di come migliorare la partecipazione democratica dei soci. Dunque, per tornare alla sua domanda: no, non ho mai avuto sospetti. Abbiamo sempre avuto la fortuna di interagire con persone scelte secondo criteri di massima trasparenza. Sono tutte figure di grande integrità morale. Mai una scorrettezza.

D. E non prendete "precauzioni"?

R. Può capitare che un consigliere prenda a cuore un determinato progetto più di altri, ma dopo aver condotto tutte le analisi di rito, li esaminiamo con gli stessi, identici criteri con cui valutiamo qualsiasi altro progetto. Insomma non esistono corsie preferenziali. Anzi, paradossalmente, è successo che i progetti proposti dai consiglieri di amministrazione o da me, per paura di un abuso d’ufficio, venissero vagliati con ancora maggiore scrupolosità.

D. Nei consigli di amministrazione di una banca capita di litigare?

R. Capita spesso, se non proprio di litigare, di non essere d’accordo. Il fatto che ci sia questa dialettica, però, è assolutamente positivo: è indice di una sana collegialità. Oltretutto, è proprio quello che la vigilanza, dalla Bce a Banca d’Italia, si augura che avvenga all’interno dei consigli di amministrazione di ogni banca. La dialettica deve essere accompagnata dalla correttezza e dalla condivisione di un obiettivo comune. Fino ad oggi in Banca Etica ha sempre funzionato così. Questo è anche un buon antidoto all’autoreferenzialità degli organi di governo, uno dei principali fattori di crisi delle aziende (e delle banche). Anche per questo in Banca Etica ci siamo dotati di regole ah hoc.

D. Di cosa si tratta?
R. Sono regole che prevedono un’ampia partecipazione dei soci con il principio di “una testa, un voto” (ovvero assegnando un voto a prescindere dal numero di quote possedute), come per ogni cooperativa, e il limite dei mandati (non più di 4, dunque non più di 12 anni in un Cda), regole semplici che però crediamo siano capaci di ridurre fortemente i rischi tipici degli organismi chiamati alle scelte di governo di un’azienda. Teniamo conto che invece, in generale nelle banche, i consiglieri di amministrazione sono scelti attraverso liste spesso autogenerate nella stessa banca, dal presidente in carica o nell’ambito finanziario strettamente collegato. Insomma, il rischio che si creino legami e vincoli difficili da sciogliere, è concreto.

D. Soprattutto nel caso in cui un ristretto gruppo dirigente mostri troppa tolleranza verso prassi negative...

R. Il membro del Cda può essere indotto ad accettarle, sia perché si sente «scelto» (e pagato) per fare quel lavoro, sia perché può rivelarsi complicato, per un periodo di tempo anche abbastanza lungo, rendersi conto di cosa stia davvero succedendo. Sembra un’esagerazione, ma non lo è. Tanto più che in determinati contesti, la mole di controlli e responsabilità che fanno capo al Cda è davvero notevole. I documenti possono essere lunghi, di complessa lettura e di elevato formalismo. Nei casi in cui si esercita il governo con malafede, un consigliere che non abbia un’attitudine «investigativa» potrebbe non rendersi conto di potenziali criticità che sono rese opache dagli stessi documenti che ha sotto gli occhi. D’altra parte, i consigli devono stabilire le linee strategiche per l’impresa e controllare che siano attuate, non fare gli investigatori.

D. Come si fa a scegliere un buon consigliere di amministrazione e garantirsi dunque l’onestà e l’etica di un consiglio?

R. La prima barriera seria è quella dei requisiti di professionalità: persone che se ne intendono. L’Autorità Bancaria Europea (Eba) sta andando verso il criterio che imporrà a tutti gli amministratori di banca di essere esperti di finanza: professori universitari, avvocati. Peccato, però, che in certi casi siano anche quelli che hanno maggiori abilità e chance per potere ingarbugliare meglio la finanza.

D. E lei cosa propone?
R. Secondo me, sarebbe opportuno che nei consigli di amministrazione ci fosse un buon mix di professionalità e competenze, tra cui, perché no, quelle ambientali, o quelle sulla responsabilità sociale dell’impresa, competenze sociali... Non perché il singolo consigliere possa influire sulle decisioni della banca, ma perché, nella logica della vigilanza, il Cda agisce con il voto collegiale e per questo, nel rispetto della pluralità dell’informazione e delle competenze, è meglio un drappello di consiglieri con un ricco assortimento di esperienze e professionalità anziché un piccolo esercito di dieci avvocati. Poi c'è un altro aspetto.

D. Di cosa si tratta?

R. Riguarda l’onorabilità finora valutata solo attraverso il certificato dei carichi pendenti. Un passo in più rispetto al casellario giudiziale forse si potrebbe fare. Una buona reputazione può essere evidenziata dal curriculum o da soggetti terzi, dovrebbe essere valutata positivamente dall’assemblea e quindi dallo stesso consiglio eletto, che sono i primi garanti dell’adeguata composizione del consiglio. Per esempio valutare se questa persona ha manifestato in passato attitudini che la rendano degna del compito, se ha esperienze nel non profit, o se è riconosciuta positivamente in una cerchia territoriale, dai suoi conoscenti. Viviamo in un mondo in cui si prendono per buone referenze di un hotel o di una trattoria pubblicate dalla collettività su TripAdvisor, non vedo perché non si possano ascoltare dalla collettività anche le referenze – in senso positivo – su una persona in particolare.

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